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giovedì, giugno 05, 2008
 
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venerdì, marzo 21, 2008
 
Cosa crediamo.

Viviamo la nostra cultura, siamo parte di essa, l'umanità, per come la conosciamo, non esisterebbe senza cultura, ma noi non ci accorgiamo di quanto ne facciamo parte, rispondiamo ad essa come ad un programma da cui difficilmente ci possiamo sottrarre proprio perché fa parte di noi, della nostra vita, del nostro pensare, ragionare, scegliere, decidere.

Così viviamo con una consapevolezza viziata da luoghi comuni, ipotesi dannose, criteri fasulli, ma è un prezzo che dobbiamo pagare per avere legami ed affetti, la forza dei pari, del gruppo, l'aiuto, la solidarietà, e quant'altro.

Ogni organizzazione pur partendo da basi semplici, nell'intento di favorire i risultati che si raggiungono, perde rapidamente la sua funzione iniziale divenendo via via più complessa. Il motivo di tale trasformazione è da ricercarsi nel lavoro dei singoli individui che concorrono al suo mantenimento, appartenendo questi ultimi a sistemi che tendono a complissificarsi, venendo a contatto con realtà più più semplici, quali l'organizzazione da loro creata o gestita, con l'andar del tempo la rendono sempre più complessa, dimenticandone in fondo la sua funzione originaria semplificatrice.

Il rischio della complessità è un rischio diffuso, legato alla semplice organizzazione interna della nostra identità, prova ne è il fatto che per non cadere nel tentativo di rendere complessa la nostra organizzazione, accediamo ad un senso comune condiviso che mantiene in noi un minimo comune denominatore all'insegna della semplicità.

Rispondere alla cultura in cui si è nati è dunque importante per mantenersi in comune intesa su come orientarsi nella propria vita. Voglio prendere a prestito un pensiero semplice ma ben articolato, per come l'ho percepito, e senza addentrarmi in merito lo accenno brevemente per chi ama la semplicità come me. "La scoperta consiste nel vedere ciò che tutti hanno visto e nel pensare ciò che nessuno ha pensato" ci è suggerito da Szent-Gyorgy, l'ipnosi è sostanzialmente un lavoro di questo tipo, scoprire il possibile cambiamento per le persone, anche se è più corretto parlare di costruzione del cambiamento, va cercato dove tutti possono guardare, ma solo pochi riescono a vedere. Il pensiero del terapeuta va di solito dove le persone non son state capaci ad andare.

E' per questo motivo che l'ipnosi serve per cambiare, cambiare le abitudini, cambiare i pensieri, le idee, i luoghi comuni, far notare i limiti per dare nuove opportunità, abbassando la critica ci permette di apprendere nuove dimensioni di pensiero, nuove esperienze, dunque nuove relazioni possibili. Oltre a questo il lavoro con l'ipnosi sviluppa il potenziale mentale delle persone, mettendole nella condizione di sviluppare più facilmente il proprio cambiamento.

Ora, per entrare in merito alle struttura delle nostre credenze, e dei meccanismi attraverso cui le formiamo, guardiamo il mondo dell'ipnosi, considerandola come l'esperienza principale in grado di declinare gli stati mentali di una persona, al pari del mondo magico, trae i suoi limiti dai limiti della mente stessa, così è possibile vedere in questi 4 punti cosa succede al contempo nella mente e nell'intelligenza umana, per cui il nostro sistema di credenze si struttura:

La mente umana ha l'incapacità o la grande difficoltà di fare tesoro dell'esperienza ed imparare dai propri errori, ogni nuovo individuo ha bisogno di farsi le sue esperienze, che divengono così le sue relazioni con l'esterno, codificando i propri credo, mano a mano che tali esperienze gli “causano” il mondo.

L'intelligenza umana ha come l'incapacità o la difficoltà di modificare i propri schemi mentali, in funzione delle novità incontrate. L'intelligenza tende a mantenere uno status quo, un omeostasi interiore, un equilibrio che non deve modificarsi, dunque qualunque cambiamento di credenze può avvenire solo gradualmente, ci vogliono almeno 4 mesi perché avvenga un modellamento delle nostre strutture neuronali che hanno appoggiato, nella vita dell'individuo, un cambiamento in atto.

La mente umana ha l'incapacità o la grande difficoltà di discernere i veri presupposti, problemi e criteri di giudizio da quelli falsi, raccogliendo una inutile mole di dati di riferimento. La mente tende a gestire la quantità, in un principio di economia è più semplice da gestire, che non la qualità, più impegnativa da amministrare. L'intelligenza concreta, la più antica forma intelligente, ha sempre gestito grandi quantità di elementi, non curando i dettagli, valutando l'insieme, con l'intelligenza astratta, un tempo esperienza eletta, elaborata all'interno delle tribù solo da alcune persone designate come sciamani, sacerdoti, stregoni, si è cominciato a porre attenzione a dettagli e conoscenze sempre più particolari.

L'intelligenza umana ha l'incapacità o la grande difficoltà di concepire mezzi adeguati ai fini, ricordare i fini nell'uso dei mezzi, e distinguere cause finali da cause efficienti, il risultato è un accumulo di credo orientati a sostenere, o favorire, certe esperienze accumulate in passato e mai messe in discussione.

Approfondendo i meccanismi coi quali costruiamo i nostri sistemi di credenze, dal lavoro di Miller, Galanter e Pribram, autori di “Piani e strutture del comportamento”, tra i primi ad interessarsi della costruzione teorica del concetto di feed-back, emerge che con l’ipnosi si ha qualcosa di simile al sonno profondo: il soggetto elimina il proprio linguaggio interno col quale elabora normalmente i suoi Piani d'azione e a questo subentra la voce ed il Piano dell'ipnotizzatore.
Così anche nel lavoro di Weitzenhoffer emerge questa incapacità, o comunque la difficoltà a parlare dei soggetti in stato di trance già a livello medio oltre che profondo.

L'esperienza ipnotica mette in luce come tutti i sistemi di apprendimento che costituiscono le nostre esperienze, come, in particolare, i quattro livelli che vengono attivati in un sistema educativo rivolto alla crescita o al cambiamento di una persona:

1. Caricamento nell'individuo di un programma, che viene proposto come base da cui partire, il programma si presenta come un piano coerente e completo di comportamento, al quale l'individuo viene instradato, quasi sempre come unica soluzione, al massimo son presentati più programmi, identici nella sostanza, in grado di generare un illusione di scelta.

2. Viene dato un feed-back positivo dove sono premiati tutti gli atteggiamenti in linea con il programma, così vengono dati riconoscimenti diretti ed indiretti a chi si allinea col piano programmato, non ultimo livello di incentivo è l'adeguamento al gruppo, un forte somiglianza coi pari, ricercata dal singolo per essere accettato, ed entrare in assonanza col gruppo, al contrario non rimane che la dissonanza, difficile da mantenere nel tempo .

3. Viene dato un feed-back negativo dove vengono puniti direttamente o indirettamente atteggiamenti non in linea coi piani proposti, l'isolamento e l'emarginazione dal gruppo dei pari è solo uno degli esempi di pressione all'uniformismo.

4. Vengono poi censurati i piani alternativi al programma proposto, ogni iniziativa personale creativa viene disincentivata, solo poche proposte alternative sono accettate e nel tempo integrate nel programma.

Ed eccoci tornati alla cultura, la struttura da cui siamo partiti è anche il punto d'arrivo, la cultura come conoscenza ci impegna, obbligandoci a prenderla in considerazione, il più delle volte ne siamo influenzati senza poterci accorgere dell'esperienza stessa, dando per scontato o pensando “così fan tutti”. Cosa crediamo è una condizione essenziale per comprendere chi siamo, noi siamo quello che crediamo di essere, e questo sistema di credenze è parte del nostro cervello evoluto, parte della neo-corteccia, gerarchicamente controlla i nostri sensi, la nostra volontà, i nostri desideri, si potrebbe pensare che non ha antagonisti, non ha rivali, ma per nostra fortuna non è proprio così.

Sebbene ciò che crediamo è parte essenziale dei nostri meccanismi decisionali e selettivi, esiste almeno un'altra parte in ogni individuo che la pensa diversamente, se non fosse così l'uomo sarebbe, di per sé un robot, asservito ai credo collettivi. Esiste uno spirito in ogni essere umano, oltre all'anima che, lo dice la parola ci anima, e ad un corpo, che ci permette di interagire con la materia esistente, uno spirito che potremmo pensare trasversale all'esistenza individuale, vale a dire che usa l'esistenza individuale, a carattere verticale, per continuare trasversalmente la sua esistenza. Questa nostra parte spirituale, interagendo con la coscienza dell'individuo, è in grado di influenzare il il sistema stesso di credenze del singolo individuo, accrescendo o riducendo il suo impatto nella vita, e così il comportamento finale di un individuo, ma questa è un altra storia e dunque ce la riserviamo per una prossima puntata, dal momento che ci porta nel vivo delle nostre esperienze con l'ipnosi regressiva.

venerdì, marzo 14, 2008
 
L’ipnosi regressiva e la mente complessa.

Lavorare con la mente umana è sempre una straordinaria avventura, non sai mai cosa si può disvelare, e questo anche dopo 20 di attività clinica, anzi potrei dire che il fascino, grazie all’esperienza dell’ipnosi, ed in particolare con l’ipnosi regressiva, è aumentato a dismisura.
Il mio problema è sempre stato la veridicità di un esperienza come la regressione ad ipotetiche vite precedenti, e l’ho risolto focalizzando la mia attenzione su un’altra esperienza che si manifesta anche nelle menti più semplici, l’esperienza della complessità.
Il cervello umano è estremamente complesso ma nella maggior parte delle esperienze si misura con un intelligenza di tipo concreto, quella che accompagna le esperienze di un bambino nei primi 10/12 anni circa della sua vita per intenderci, non essendo implicato in relazioni complesse, e dovendo unicamente rispondere delle operazioni rutinarie legate all’esistenza.
Ma la vita culturale nella quale siamo impegnati ci porta inevitabilmente a complessificarci, ci troviamo quotidianamente a contatto con strutture complesse, come la fitta rete di relazioni in cui siamo implicati costantemente, e chi conosce la teoria del sociologo Luhmann sa che ogni struttura semplice, individuale o sociale, se posta vicino ad una struttura complessa tende a complessificarsi a sua volta.
Siamo figli delle stelle .... diceva una famosa canzone, più complessi di così, le nostre “nobili” origini reclamano voce, così non ci basta più, almeno per l’uomo occidentale, di saper che veniamo dalla terra, vogliamo di più, vogliamo una storia che giustifichi, alle volte consoli, comunque avvalli le nostre “nobili” origini.
Così credo si stia affermando un diritto, quello di pensare d’essere d’origini lontane, e fin qui il nostro DNA non può esser smentito, possediamo parti della struttura, all’interno del DNA stesso, che derivano da uomini e donne nati anche 10.000 anni prima di noi, e tendiamo a tradurre questo fatto innegabile ricercando il “parente nobile” del caso, come disse un famoso giornalista, il nostro destino, e lo facciamo richiamando in noi l’idea di storia. C’ un aneddoto raccontato da Gregory Bateson nel suo libro Mente e Natura, Adhelfi 1979, che aiuta ad entrare nell’ordine di idee della complessità:
“Un uomo voleva sapere cos'è la mente, ma non nella natura, quanto nel suo personale, grosso computer. Così gli chiese (nel suo miglior linguaggio di programmazione, naturalmente): "Tu calcoli che sarai mai come un essere umano?". La macchina si mise subito al lavoro, analizzando la propria struttura intrinseca. Alla fine, come è costume di queste macchine, stampò la risposta su una striscia di carta. L'uomo si precipitò a prenderla e trovò, nero su bianco, le parole: QUESTO MI RICORDA UNA STORIA.”
Noi viviamo, pensiamo, capiamo, impariamo attraverso storie, abbiamo costante bisogno di andar oltre al caso, per spiegarci la nostra personale esperienza di vita, e questo ci fa star bene, ci fa realizzare, ci fa sentire vivi, è fondamentale per l’esistenza stessa.
Avrete compreso dal mio discorso che non posso entrare in merito sulla veridicità di un esperienza di ipnosi regressiva, ne desidero farlo, ne sarei mai in grado di farlo, ma di un fatto son certo, la vita stessa è una storia, non importa come viene raccontata, da dove arriva e dove porta, la storia è conoscenza, e la conoscenza ha una particolarità, quella di non lasciarci indifferenti, la conoscenza “obbliga”, la storia che ci raccontiamo della nostra origine è conoscenza, come tale impatta sulla nostra esperienza, sulla nostra vita, in modo straordinariamente forte.
Dunque il problema non è da porsi sulla condizione di vero o falso, ma su quale storia varrebbe la pena raccontarsi, qui il lavoro di un buon professionista in relazioni d’aiuto, che sia in grado di usare l’ipnosi, entra in merito e permette di far luce su questa esperienza.
Incrociare il proprio destino col destino di persone che, prima di noi, han dato spazio alla loro vita permette di andare oltre l’ovvio e scontato tran tran quotidiano. Permettersi una storia vuol dire comprendere ed avere consapevolezza di altro, oltre al semplice lavoro della nostra intelligenza concreta, di un mondo astratto nelle sue funzioni elevate, un mondo che no si limita all’anima, da animus azione, ne al corpo fisico, ma ambisce a considerare lo spirito, quella parte dell’essere umano che non si limita al tempo presente, quella parte che trascende l’individuo stesso.
Non voglio però addentrarmi in un ambito che non è strettamente di mia competenza, semplicemente ritorno alla complessità, a cui nella società attuale come abbiamo visto siamo soggetti, e ritengo che l’unica esperienza umana in grado di declinare il verbo ”complessità” sia la narrazione, il raccontarci una storia.
Così ecco compreso il fenomenale momento dell’esperienza regressiva, un momento ricco di tutta l’intelligenza della persona, dedicata a trovare o ritrovare se stessa, nella storia di qualcuno che prima di noi ha affrontato la sua vita come noi, con speranza, illusione, dedizione, fiducia, timore, paura, gioia, felicità, con tutte quante le emozioni umanamente possibili, restituendocele sotto forma di trance ipnotica, come un sonno dove un sogno ci guida, un sogno che ascoltiamo dal nostro profondo, un sogno che parla di noi, di quel che è stato ma soprattutto di quel che sarà.
Potrei continuare ma al momento mi fermo qui rimandando curiosi ed interessati a provare l’esperienza dell’ipnosi, ad uscire fuori dalla barbarie dei luoghi comuni sull’ipnosi, ed usare la loro intelligenza in un modo creativo, oltre che utile e funzionale, a costruire in modo nobile le origini del proprio IO oltre ai limiti della conoscenza accademica verso lo spirito che anima il nostro corpo.

giovedì, febbraio 28, 2008
 
L'ipnosi regressiva

L'ipnosi regressiva 

In ipnosi vi sono due modi diversi di richiamare il passato della nostra vita nell'attualità del presente: quello tipico della cosiddetta regressione, in cui il soggetto rivede il suo passato con atteggiamento, critica e sentimenti del presente; e quello della cosiddetta rivivificazione, in cui il paziente dimentica il presente per comportarsi, esprimersi e sentire come in tempi passati. Nel primo caso si tratta di una pseudoregressione durante la quale il soggetto, favorito dall'isolamento sensoriale della trance ipnotica e dalla maggiore capacità di attenzione e concentrazione mentale che si possono avere durante questa, diventa capace di ricordi, che molto più difficilmente rievocherebbe nello stato di veglia. Nel secondo caso invece si instaura un procedimento del massimo interesse, durante il quale il paziente diventa capace non solo di ricordare, ma anche di rivivere alcune situazioni somatiche e viscerali proprie di età da tempo trascorse, anche se la sintomatologia che affiora in questo stato deve essere valutata con acuto senso critico dall'operatore, potendo questa essere inficiata da artefatti della più diversa natura.
La rivivificazione si instaura di solito in un soggetto in stato sonnambolico, suggerendogli che egli ritornerà indietro con gli anni, sino all'età infantile. Egli si sentirà piccolo, sempre più piccolo, e diventerà come se avesse cinque anni (otto, sei, quattro, a seconda dell'età a cui lo si vuole regredire). Generalmente si fa la regressione usando tappe di cinque anni. Si aspetta quindi un momento finché il paziente si immedesimi nell'epoca regredita; poscia, rimanendo l'ipnotista nel testo e nell'ambiente creato dalla regressione, si indirizzano caute domande su quanto si vuole indagare e secondo le risposte che si hanno. «Io sono uno che tu conosci e che ti vuole bene. Chi sono i tuoi amici? Chi ti è più caro? Quando l'hai visto l'ultima volta? Con chi eri?... Vai a scuola? Chi è il tuo compagno di banco? Chi siede dietro dì te? Chi siede davanti a te? Hai fratelli? ecc.» Dato che la memoria è legata essenzialmente all'interesse e alle emozioni, è chiaro che sarà tanto più facile rivivere episodi trascorsi, quanto più questi furono importanti nella vita del soggetto. Altre modalità di tecniche di rivivificazione sono le seguenti, adoperate anche da Bryan, Erickson, Van Pelt e altri autori: quella del treno, del calendario, dell'orologio, dell'emozione.
Con la tecnica del treno, si suggerisce la partenza del soggetto su questo e che egli guarda dal finestrino, scorgendo episodi e periodi passati della sua vita, indietro e indietro nel tempo. Quando si raggiunge un avvenimento particolarmente traumatizzante o importante della vita, il treno si ferma ed egli scende, parla e agisce immedesimato nel tempo che rivive appieno.
Con il calendario si suggerisce al soggetto che egli sfogherà un calendario in cui i giorni sono stampati in modo regrediente e non progrediente nel tempo. Egli alzerà l'indice destro appena vedrà il calendario e i giorni che scorrono all'indietro; quindi si immedesimerà nel tempo che scorre all'indietro, fermandosi a una data specifica, a un periodo importante per lui.

La regressione con l'orologio è come quella del calendario, usata soprattutto per appurare fatti importanti dal lato legale o criminologico e in essa ci si avvale della distorsione del tempo, per cui un soggetto può rivivere un evento traumatico in un tempo più breve di quello in cui il fatto è veramente avvenuto. Si può con questo metodo anche far scaricare l'emozione congiunta all'evento in modo sempre più breve: due giorni in cinque minuti, poi in un minuto, in 10 secondi, in 5 secondi, in un secondo; finché l'evento finirà con l'essere svuotato di ogni emozione.
Nella regressione per emozione si chiede al soggetto di ritornare indietro al tempo in cui ha provato un'emozione per lui molto spiacevole, di riviverla appieno, invitandolo ad alzare l'indice destro appena vi sia riuscito. Quando ciò accade, si cerca di minimizzare l'avvenimento, di dissociarlo dall'emozione, facendo vivere al paziente l'episodio doloroso come un episodio freddo e ineluttabile, al di sopra di ogni volontà umana e con conseguenze rimediabili.
Riassumendo le tecniche indicate si può quindi dire che con esse è possibile regredire un paziente a una determinata data o a una determinata età, a uno specifico avvenimento o a una specifica emozione e neutralizzarla del suo significato traumatizzante con appropriate immagini e tecniche di distorsione temporale.
La rivivificazione è molto efficace per scoprire rapidamente eventuali traumi infantilí, o episodi che sono alla base di sintomi psiconevrotici. Se, inavvertitamente, si facesse regredire il paziente in un tempo in cui egli ha riportato un intenso trauma fisico o psichico, bisogna essere pronti a svolgere un'adeguata psicoterapia e a fronteggiare ogni sua reazione. Prima di svegliare il paziente, lo si fa tornare alla realtà col procedimento opposto a quello con cui si è fatto regredire.
Sull'autenticità della regressione e sul fatto che questa conduca il soggetto a rivivere un comportamento da lui avuto a diversi livelli di età, in modo da escludere ogni possibilità di simulazione, sono d'accordo Erickson, Estabrooks, Lindner, Spiegel, Shor e Fishman, Bernstein, Wolberg, Raikov e chi scrive. Le modificazioni che si attuano (scrittura, ipermnesia, riflessi ecc.) rientrano nel quadro delle manifestazioni ipnotiche (come la catalessi, le reazioni vegetative, ecc.) essendo possibile l'attivazione di associazioni antiche condizionate ontogeneticamente durante lo sviluppo della personalità, nello stato di coscienza dell'ipnosi profonda.
E'da tenere soprattutto presente che la regressione di età non è mai statica, ma può venire assai spesso modificata dal funzionamento ad altri livelli di età, cosicché una persona regredita ha spesso un mutevole punto di orientamento.

Usando le tecniche della regressione occorre tenere presenti alcune premesse generali:

1.Il paziente può non rivivificare una determinata situazione perché troppo dolorosa per lui o perché non ha compreso bene come deve fare; può allora mantenersi sulla difensiva o cercare di fingere per condiscendenza verso l'ipnotista.
2.Nel valutare l'attendibilità del materiale evocato si deve osservare il contenuto emozionale di quanto viene espresso; l'uso del tempo presente e non del passato; controllare atteggiamenti, calligrafia, polso, pressione, respiro.
3.Come può variare la profondità della trance ipnotica, così pure può variare quella della rivivificazione, sicché ciò che una persona sta rivivendo può diventare dopo qualche tempo solo un ricordo, con slittamento quindi nel suo discorso dal tempo passato a un altro più presente.
4.E' eccezionale avere una regressione in cui mente e funzioni somatiche neurovegetative regrediscono totalmente, dato che il paziente conserva parte della sua mente al tempo presente e si rende parzialmente conto di ciò che sta accadendo. Ciò permette la comprensione dei comandi dell'ipnotista anche nel paziente regredito alla prima infanzia. Per quanto da vari autori, come abbiamo precedentemente accennato, sia ritenuto possibile, per profonde rivivificazioni a questa età, perdere il contatto verbale con il soggetto.
5.Bisogna essere molto cauti nel regredire cardiopatici a periodi in cui hanno subito eventi gravemente traumatizzanti, essendo ciò pericoloso. In questo caso si possono far rivivere al paziente le scene traumatizzanti passate come spettatore ad esempio con la tecnica del treno e non come attore, in modo da attutire la tensione emotiva.
6.Si deve rispettare, almeno momentaneamente, il desiderio del soggetto di non rispondere alle nostre domande traumatizzanti per lui, e ricorrere eventualmente all'uso di risposte gestuali per cui il soggetto in ipnosi, invece di rispondere a parole, fa un gesto della mano per il si, l'opposto per il no, e un altro ancora per il rifiuto di parlare. Ciò facilita il colloquio durante particolari stati di coscienza nei quali è difficile la formulazione di parole, o scabrosa la loro espressione.

Per nostra personale esperienza riteniamo la regressione di età un buon metodo, sia per l'indagine analitica, sia per la psicoterapia, associandola eventualmente alla tecnica della distorsione temporale e della dissociazione dell'avvenimento dall'emozione. Pur non sapendo bene in che modo agiscano sulla persona le esperienze di regressione, il semplice parlare ed esporre esperienze passate aiuta a viverle in modo diverso, finanche a liberarsi del giogo subito negli anni in merito a tali limitazioni vissute.



Materiale della scuola di formazione in Ipnosi costruttivista


lunedì, febbraio 11, 2008
 

A cura del dott. Massimo SANTORO

Abuso e maltrattamento nell’infanzia: implicazioni psicologiche per un conselling efficace


Prima di affrontare il problema dell’abuso e del maltrattamento è opportuna una premessa su cosa vuol dire fare e come è stata fatta la storia dell’infanzia. La storia dell’infanzia è forse la più problematica rispetto a ogni altro oggetto delle scienze sociali perché sono poche le notizie che il passato ci offre in merito.
La memoria dell’infanzia è raccontata dagli adulti secondo modalità in cui predomina la concezione e l’interpretazione dell’infanzia in quel momento e contesto storico (Savarese G., 2007 P.619)
Storicamente la società non è mai stata particolarmente sensibile al maltrattamento dei bambini. Nell’antichità erano pratica molto diffusa i sacrifici di bambini e neonati destinati ad essere sacrificati agli dei, in diverse civiltà antiche l’uccisione di bambini deformi o non desiderati era comunemente accettata e praticata.
Il diritto romano nell’antica Roma stabiliva il diritto di vita o di morte sui propri figli. I bambini erano considerati proprietà del pater familias che aveva pieno diritto di trattare i figli come pensava fosse giusto, per cui un trattamento severo veniva giustificato dalla convinzione che potesse essere necessaria una punizione fisica per mantenere la disciplina, trasmettere le buone maniere e correggere le cattive inclinazioni.
Lo sviluppo di una cultura dell’infanzia ha iniziato a diffondersi nei paesi industrializzati solo negli ultimi due secoli e solo dopo il 1900 è osservabile il diffondersi a livello nazionale ed internazionale di iniziative volte alla difesa dei diritti dei bambini, alla protezione dell’infanzia rivolgendosi al problema sommerso dei maltrattamenti, violenze e negligenze verso minori. Da questa trasformazione culturale è nata anche una diversa valutazione degli abusi che, da atti criminosi ed antisociali, vengono letti oggi come espressione di un disagio emotivo che non riguarda solo l’abusato ma anche l’abusante e tutta la famiglia , con un coinvolgimento di diverse discipline, dal diritto, alla psicologia, alla sociologia ed alla psichiatria.

L’attaccamento e l’amore per i bambini nel nostro Paese oggi è sentito intensamente come sentimento spontaneo e naturale. Viene naturale pensare e desiderare che tutti i bambini vivano felicemente circondati dalle amorevoli cure dei genitori e degli altri adulti che interagiscono con loro, zii, nonni, fratelli, insegnanti, etcc.. Ma la cronaca ci pone sempre più spesso dinanzi a fatti in cui i minori sono sottoposti a maltrattamenti, sfruttamenti, sevizie e persino abusi sessuali fin anche tra le mura domestiche.
Ascoltare la crudeltà e la gravità dei maltrattamenti inflitti ad un bambino se da un lato suscita sempre emozione ed indignazione dall’altro deve spingere tutti coloro che per il loro operare si trovano a ruotare nel mondo relazionale del bambino (insegnanti, pediatri, operatori sanitari, operatori sociali, forze dell’ordine, magistrati, ….) a conoscere meglio il problema dell’abuso all’infanzia per capire il senso, le radici di ciò che accade, per riconoscere il disagio emotivo e sociale da cui questi fatti derivano, per cogliere i sensi talvolta non molto chiari del disagio del minore abusato e cercare di intervenire per lenire le ferite devastanti che si determinano nel bambino violato.
I fattori di rischio
I fattori di rischio dell’abuso sessuale possono essere diversi:
Età: le fasce di età più a rischio sono rappresentate dalla pubertà e dai primi anni dell’adolescenza; tuttavia comportamenti sessuali anomali possono riguardare anche bambini molto più piccoli.
Composizione e strutturazione del nucleo familiare: nelle famiglie molto numerose la promiscuità favorisce gli abusi intrafamiliari, soprattutto tra padre e figli o tra fratelli o con parenti. Sono famiglie a rischio di abuso le famiglie isolate dal contesto sociale o dalle rispettive famiglie di appartenenza, quelle che vivono in condizioni abitative inadeguate, quelle emarginate ed immigrate.
Dinamiche familiari specifiche: in recenti studi sull’incesto è stato dimostrato che talvolta l’abuso sessuale intrafamiliare va visto nell’ambito di un sistema relazionale organizzato, distorto e “complice”. Inoltre in molti casi costituisce un fattore di rischio la presenza di genitori con esperienza di maltrattamento o abuso e/o che hanno vissuto gravi carenze affettive nella loro infanzia.
Psicopatologie e tossicodipendenze: spesso la presenza di una patologia mentale o le dipendenze possono essere fattori di rischio; madri depresse, genitori alcoolisti o tossicodipendenti possono con diverse motivazioni abusare sessualmente dei loro figli ( per compensare frustrazioni sessuali e isolamento affettivo, per sfruttare sessualmente il minore ecc.).
Deprivazione socio-economica: numerose ricerche condotte nelle diverse regioni italiane nonché all’estero hanno dimostrato che l’abuso sessuale familiare interessa trasversalmente tutti i ceti sociali contrastando l’opinione generalmente diffusa che l’abuso sessuale si verifichi solo nelle classi sociali più basse. Spesso la realtà dei fatti mostra invece l’aspetto aberrante e crudele di insospettabili professionisti e di persone anche i una certa cultura. Bisogna comunque riconoscere che in situazioni di deprivazione socio-economica e culturale si possono verificare situazioni di trascuratezza fisica e affettiva che non permettono al bambino di sviluppare la capacità di discriminare i pericoli e lo rende predisposto ad accettare qualsiasi attenzione affettiva gli venga proposta dentro e fuori casa, compensatoria di un vuoto affettivo permanente. Inoltre in questi ambienti è più facile riscontrare un atteggiamento di omertà da parte del genitore o di altri familiari non abusanti per timore delle conseguenze penali ma soprattutto per la situazione di grave insicurezza economica.
Scarsa socializzazione e mancanza di fiducia negli altri: queste persone hanno difficoltà di relazione, sono stati inadeguatamente formati come adulti e sono socialmente isolati in quanto scarsamente capaci di sviluppare e utilizzare i sistemi di supporto. Essi capiscono poco dello sviluppo di un bambino e quindi anche delle sue ragionevoli aspettative e dei suoi bisogni psicologici. Un esempio tipico è quello di una madre non sposata, che vive con una serie di compagni, ognuno dei quali resta per un breve periodo per poi andare via ed essere rimpiazzato da un altro. Questi uomini non hanno alcun interesse nei bambini della donna e tendono ad avere poca pazienza con loro.
Limitata capacità di controllarsi: lo stress, la rabbia e la frustrazione e tendenza ad esplodere con violenza, sia verbale che fisica, in risposta a sentimenti negativi.
Fattori di rischio legati al bambino:
- Bambini separati alla nascita dalla madre per malattia o prematurità, forse a causa di un legame deteriorato con una madre ad alto rischio.
- Bambini nati con anomalie congenite o con malattie croniche.
- Bambini considerati come difficili o diversi.
- Bambini adottati.
Un pericolo comune che lega tutti questi fattori di rischio, sembra essere quello delle aspettative disattese, sia per aspettative poco realistiche dei genitori che per l'incapacità del bambino di rispondere ad aspettative realistiche in conseguenza di un ritardo di sviluppo, iperattività o disciplina incostante.
Il maltrattamento fisico è definito come il procurare lesioni che suscitano un dolore significativo, lasciano segni fisici, alterano la funzione fisica o mettono in pericolo l'incolumità dei bambino. E' generalmente ripetuto nel tempo e tende ad aumentare di gravità.
La precocità della diagnosi, della denuncia e dell'intervento sono essenziali per prevenire lesioni future e più gravi. I padri e i compagni sono di gran lunga coloro che abusano più comunemente, poi vengono le baby-sitter ed, infine, anche le madri.
Gli eventi scatenati più comuni sono il pianto e i problemi legati all'igiene personale del bambino. La diagnosi della lesione provocata è stabilita sulla base di una serie di fattori tra cui i dati anamnestici, fisici e comportamentali.

Epidemiologia dell’abuso nell’infanzia

Ci sono una serie di ricerche con cui si individua un range, un arco, anche perché è difficile compiere ricerche sull'abuso all'infanzia, non si possono porre domande dirette ai minorenni, ci saranno altri modi per scoprirlo. Queste ricerche dicono che dal 14% al 64% della popolazione femminile ha subito un abuso e dal 3% al 29% per la popolazione maschile; il che vuol dire che l'abuso è molto diffuso e le vittime sono soprattutto donne. Qualcuno sostiene che il 20% dei minori ha subito una forma di abuso, un bambino su cinque; ovviamente bisogna cercare di capire che tipo di abuso è, quando è avvenuto, perché a seconda dell'età bisogna valutare il consenso, una serie di studi da compiere.
Effetti a breve termine: malattie sessualmente trasmesse, lesioni fisiche, disturbi affettivi. Aggressività, sensi di colpa, crisi di collera, ansia, paura, vergogna e bassa autostima, disturbi del comportamento, devianza, incubi, fobie, disturbi del sonno e dell'alimentazione, problemi a scuola.
Effetti a lungo termine: disfunzioni sessuali, difficoltà nell'eccitamento, evitamento o reazioni fobiche all'intimità sessuale, vulnerabilità ad un successivo abuso o allo sfruttamento sessuale, promiscuità, prostituzione, disagio nelle relazioni intime, isolamento, problemi coniugali, depressione, abuso di alcool e droghe, suicidio e, ancora una volta, disturbi nell'alimentazione.Non c'è molto di specifico, c'è di tutto. Quando ci occupiamo di queste persone che hanno subito, una delle cose che si nota di più è quella chiamata "confusione dei linguaggi", perché chi ha subito un abuso, soprattutto familiare, non sa di aver subito un abuso; la confusione dei linguaggi consente all'abusante, che quasi sempre è il padre, di utilizzare il linguaggio della tenerezza per fare violenza. Poi ci vorranno un bel po’ di anni prima che il bambino si renda conto di aver subito una violenza e quando se ne rende conto iniziano i problemi. Il problema è proprio quello di tenere separati questi linguaggi; quello dell'amore, quello della tenerezza e quello della violenza. E' difficile che queste persone, crescendo, imparino ad amare.
Effetti sulle femmine: 1/3 delle pazienti psichiatriche ambulatoriali e circa la metà delle giovani devianti (tossicodipendenza, prostituzione, condotte antisociali in genere), sono vittime pregresse di incesto. Alcune ricerche hanno dimostrato che il 75% delle prostitute sono state vittime, nella loro infanzia, di abusi sessuali.
Effetti sui maschi: in uno studio condotto su soggetti maschi che hanno subito un abuso sessuale da bambini è emerso che più dell'80% abusa di sostanze stupefacenti, il 50% ha avuto propositi suicidari, il 23% ha tentato il suicidio, il 70% ha ricevuto un trattamento psicoterapeutico, il 31% ha sessualmente abusato di altri bambini. E’ importante sottolineare quest'ultimo dato perché una delle cose più pericolose che si dice, è che gli autori degli abusi sessuali hanno subito nella loro infanzia, un abuso sessuale; l'hanno subito e lo fanno sugli altri: questa è diventata una vera e propria equazione. Perché è pericoloso continuare a dire questo? Immaginate quando questa notizia viene diffusa (soprattutto tramite la televisione dove si ha il così detto "effetto pioggia", nel senso che non si sa dove va a finire questa informazione) cosa può pensare una bambina che ha subito o che sta subendo un abuso sessuale. Questo minore crescerà con la consapevolezza che prima o poi lo farà lui. Questo, in termini psicologici, si chiama abuso secondario. Non è che non sia vero, ma non è sempre vero (lo è in un terzo dei casi) e, comunque, non è il caso di porgere la notizia come se fosse un'equazione.
Effetti rispetto all'età: più giovane è l'età in cui si scopre l'abuso, peggiori ed insopportabili sono le conseguenze che ne derivano. Se lo scoprono altri, nella vittima rimane il dubbio della complicità. Tutti gli studi clinici che sono stati fatti sulle vittime di abuso hanno accertato una cosa interessante: se lo svelamento, l'autoconsapevolezza dell'abuso, è spontaneo, si supera meglio; l'elaborazione di quello che è successo è più facile. Di solito accade che la bambina che ha subito l'abuso, intorno ai tredici, quattordici anni, si rende conto di averlo subito, si ribella, lo dice alla mamma, sperando che la capisca e che non si schieri con il papà (succede anche questo).Se la rivelazione succede autonomamente, l'elaborazione successiva dell'abuso, cosa molto lunga e laboriosa, va meglio; se invece la rivelazione o lo svelamento dell'abuso viene fatto da altri, di solito la madre, il rischio è che a questa bambina rimane il dubbio “se non lo avesse detto mia madre, io l'avrei mai detto? E perché non lo dicevo? Se è stato necessario che lo dicesse mia madre vuol dire che in qualche modo mi piaceva”.
Questo rientra nella confusione dei linguaggi di cui si parlava prima. Il problema di noi psicologi è: nel momento in cui ci rendiamo conto che c'è un abuso, dobbiamo aspettare che ci sia un'elaborazione autonoma interna? Ovviamente no, non possiamo aspettare che sia lei a denunciare.
Il problema vero è quindi quello di cercare di accompagnare questa vittima nel processo di autoconsapevolezza prima e processo penale poi. Queste denunce vanno fatte, perché se non vengono fatte, non solo non è giusto, ma gli abusanti continueranno a credere che godono di una impunità.I dati forniti dal Consiglio d'Europa riferiscono che i casi denunciati costituiscono dal 5% al 15% dei casi effettivi: il fenomeno è soprattutto sommerso. Nel 94% dei casi le denunce di abuso sessuale fatte dai bambini sono state confermate dalle indagini successive e solo nel 6% dei casi il minore non è attendibile, quindi bisogna smetterla di mettere in dubbio l'attendibilità del minore.
A questo proposito per gli psicologi diventa assolutamente importante l'ascolto del minore. Il problema non è ciò che dice, è come lo ascoltiamo. Se siamo in grado di ascoltarlo, probabilmente, lo renderemo più attendibile.
Altri pregiudizi sull'abuso: che l'abusante di solito è considerato un vecchio sporcaccione, un maniaco, un pazzo, un ubriaco; non è vero: la maggior parte degli abusanti sono giovani maschi, senza alcun segno di disagio mentale, né di abuso di alcool, appartenenti ad ogni classe sociale. L'alcool e la droga, se ci sono, hanno solo l'effetto di slatentizzare una condotta che comunque, in determinate occasioni (solitudine, promiscuità, intimità) può emergere.

Le cause e le configurazioni degli abusi sessuali
Gli approfondimenti prodotti nell’ultimo decennio hanno contribuito ad una migliore comprensione delle cause e della configurazione del fenomeno delle violenze sessuali compiute sui minori.
Numerose sono state le prospettive teoriche che nel corso degli anni hanno proposto delle ipotesi interpretative riguardo al fenomeno dell’abuso sessuale. Tra queste menzioniamo:
- l’orientamento psicoanalitico; la causa primaria dell’abuso va ricercata nei problemi psicologici e nei conflitti intrapsichici degli adulti aggressori, questi determinerebbero il comportamento abusante;
- l’orientamento sociale; l’abuso è un comportamento espresso da un determinato gruppo sociale;
- l’orientamento socio-ambientale; l’abuso è la risultante dell’agire di condizioni sociali e ambientali: disoccupazione, condizioni abitative inadeguate e povertà.
Differentemente secondo un approccio integrato, che prevede il concorrere di più fattori, l’abuso è considerato come l’espressione di un sintomo disfunzionale che origina dal confluire di più variabili interagenti tra loro, appartenenti al sistema familiare, sociale e relazionale e non unicamente legato alla componente psicologica dell’abusante.
L’episodio violento va collocato all’interno di un contesto familiare, dove ogni membro ha una sua storia e porta con sè le esperienze della propria famiglia di origine e del proprio ambiente sociale, esperienze che vengono, poi, ad interagire con quelle degli altri membri appartenenti al nucleo.
Tra i diversi autori si riscontra un parziale accordo circa l’identificazione dei fattori di rischio individuali e socio-familiari nella genesi del comportamento abusante e circa i tratti i specifici del bambino abusato.
Ad esempio alcuni autori reputano la giovane età degli abusanti come favorente le difficoltà nell’espletare le funzioni genitoriali e, quindi, anche l’espressione dell’aggressione di tipo sessuale, mentre altri rilevano che l’autore della violenza possa avere un’età molto superiore a quella della vittima. Dati di altre ricerche collocano l’età media degli abusanti nella fascia d’età che va dai 35 ai 45 anni.
Differiscono poi i risultati di numerosi lavori sul livello di intelligenza di coloro che abusano sessualmente di un minore. Per questi soggetti sono stati riscontrati livelli di intelligenza al di sotto della norma, ma i dati spesse volte non trovano conferma presso altre ricerche.
L’influenza dei fattori sociali, culturali ed economici, invece, non sembra essere rilevante. Il fenomeno dell’abuso sessuale infantile riguarda tutte le classi sociali. Anche se è vero che la maggior parte delle segnalazioni che arrivano ai servizi di assistenza interessano più i nuclei familiari appartenenti a fasce sociali marginali, il cui disagio è più visibile.
Per quanto riguarda l’età del minore abusato, gli studi compiuti in proposito non forniscono dati precisi. Ciò trova spiegazione nel fatto che si interpone un tempo variabile tra il momento di insorgenza ed il riconoscimento dell’abuso in base alle diverse forme di violenza sessuale manifesta o mascherata.
Nel primo caso si verificano veri e propri rapporti sessuali tra l’autore e la vittima dell’abuso ed il riconoscimento avviene in tarda età, in seguito alla raggiunta comprensione del significato dell’atto da parte del bambino stesso. E’ il minore che inizia, se riesce a parlarne con familiari e conoscenti.
Al contrario, per l’abuso mascherato in cui il bambino subisce contatti sessuali non propriamente violenti, accompagnati da una particolare cura e attenzione alle parti intime, il riconoscimento può avvenire con più tempestività e la data di insorgenza si colloca anche prima dei dieci anni. I bambini, difatti, possono esprimere l’abuso subìto attraverso il gioco e le interazioni con l’altro in assenza di quella sensazione di star a tradire un “segreto familiare”, caratteristica invece dell’abuso manifesto.
Circa il sesso delle vittime di abuso sessuale, tutti i dati delle ricerche confermano la maggiore frequenza per il sesso femminile. L’abuso sessuale si configurerebbe come un fenomeno che interessa soprattutto minori di sesso femminile: si stima che per una bambina o adolescente la probabilità di subire abuso sia da due a tre volte superiore rispetto al maschio. E’ però, probabile che le statistiche riguardanti vittime di sesso maschile siano sottostimate a causa della maggiore reticenza maschile ad ammettere esperienze di questo genere anche per il timore della stigmatizzazione sociale dell’omosessualità. Dalle numerose ricerche c’è convergenza sull’individuazione di una popolazione femminile pari al 15% e maschile pari al 6% che avrebbe avuto esperienza di vittimizzazione prima della maggiore età.
Ciò che realmente costituisce un elemento determinante nell’accadimento di un episodio violento, è la composizione del nucleo familiare: la maggior parte delle vittime risulta appartenere a famiglie disgregate e disorganizzate. In particolare nel caso dell’abuso intrafamiliare si deve constatare l’assenza dei confini generazionali.
Nel caso dell’incesto fra padre e figlia l’abusante tende a stabilire con la figlia un rapporto esclusivo, la elegge a figlia preferita, oppure cerca una particolare vicinanza affettiva mostrandosi incompreso e bisognoso di cure. Il padre tende ad invischiarla prospettandole realizzazioni sociali grandiose. Inoltre mette in atto una serie di strategie volte a svalutare la figura materna così da interferire nella relazione madre-figlia.
L’azione del padre volta all’isolamento della figlia agisce in molti casi su una difficoltà preesistente della madre a fornire protezione e vicinanza affettiva alla figlia. Queste difficoltà possono essere legate a sue problematiche personali o a fattori contingenti come malattie fisiche che aumentano la distanza tra le due in modo tale da rendere impotenti entrambi: l’una ad accorgersi dell’abuso e a difendere la figlia, l’altra a chiedere aiuto.
Alcuni autori hanno individuato le fasi attraverso cui si esplica l’abuso sessuale.
- fase dell’adescamento: l’abusante mette in atto una serie di comportamenti per attirare a sè la vittima;
- fase dell’interazione sessuale: l’abusante passa a forme via via sempre più intrusive (da discorsi pornografici a esibizionismo, voyeurismo, a contatti fisici fino alla penetrazione);
- fase del segreto: l’abusante costringe la vittima con vari mezzi a tacere;
- fase dello svelamento: il bambino comunica l’evento abuso;
- fase della rimozione: vi è il tentativo da parte della vittima di negare la realtà dell’abuso e il suo danno anche a causa delle frequenti pressioni psicologiche esercitate dal proprio nucleo d’appartenenza.
Per quanto riguarda la durata dell’abuso, quando questo è perpetrato da estranei nella maggior parte dei casi l’evento tende a fermarsi ad un solo accadimento.
Differentemente se l’abuso è compiuto da familiari o persone conosciute dal minore questo evento tende a ripetersi con un aumento della gravità.
Nelle situazioni caratterizzate da una violenza di natura prevalentemente sessuale è poco frequente che l’abuso sia accompagnato da violenza fisica. Inoltre gli studi clinici mettono in evidenza sempre più spesso l’esistenza di un legame tra maltrattamento e abuso sessuale, nel senso che differenti tipi di violenza possono accadere simultaneamente all’interno di un nucleo familiare.




Abuso Sessuale

Altro grande capitolo è quello dell'abuso sessuale; è noto ormai che questo fenomeno attraversa tutti i gruppi sociali senza sostanziali differenze di incidenza. L'influenza degli aspetti sociali, di quelli culturali ed economici appare quindi secondaria nella genesi di questi comportamenti. Questo non significa affermare che non esistano fattori di rischio psicologico e sociale rapportabili alle situazioni di abuso ma piuttosto che questi fattori di rischio sono in gran parte aspecifici e cioè non collegabili unicamente a queste situazioni. La definizione più accettata è quella per la quale è definito abuso ogni relazione sessuale imposta da un adulto a un minore. Il coinvolgimento di un minore in una relazione sessuale di questo tipo si basa infatti su una posizione di potere e dominio da parte dell'abusante. L'abuso costituisce, sul piano delle relazioni interne dell'abusato, una devastante esperienza di intrusione che può sovvertire, se non distruggere, i contenuti del suo mondo interno. Al bambino abusato vengono, infatti, imposti comportamenti sessuali anomali rispetto al suo stato di maturazione mentale e fisica e che quindi non può contenere, anche perché raramente ha in quel momento la possibilità di avere vicino a sé un adulto “sano” con cui condividere l'esperienza traumatica. L'abuso sessuale ha in comune con altre esperienze di maltrattamento, la caratteristica di essere, prima di tutto, un abuso psicologico. Quando l'abusante è, come spesso succede, un parente se non un genitore del bambino, questa caratteristica è ancora più gravida di conseguenze negative. Il bambino vittima di maltrattamento mostra spesso una sintomatologia composita, aspecifica, che pur non costituendo una prova certa che vi sia stato un abuso ai suoi danni, certamente può rappresentare un segnale di allarme per la famiglia.




Le conseguenze psicologiche nel tempo

Il problema delle conseguenze psicologiche di questi soggetti non ha una evoluzione univoca, ma è in funzione della situazione psicologica individuale e soprattutto di come l’ambiente familiare e sociale in cui vivono reagisce.
Oltre alle reazioni immediate, l’abuso determina nei minori effetti a lungo termine. Occorre inoltre ricordare che alle conseguenze della violenza sessuale in sé si aggiungono, dopo che il fatto è venuto alla luce, gli ulteriori effetti derivanti dall’aggravarsi della disgregazione familiare, dal discredito sociale e dall’intervento istituzionale sul minore. Anche a distanza di anni le vittime possono presentare stati ansiosi, depressione, insicurezza, aumento dell’aggressività, difficoltà di apprendimento, complessi di colpa e problemi sessuali. In certi casi l’esperienza incestuosa può essere responsabile a distanza di tempo di episodi di autolesionismo, di anoressia o bulimia.
Il bambino nella sua evoluzione ha delle fantasie connesse con la sessualità, l’aggressività, le tematiche incestuose (basti pensare ai miti di Edipo e di Elettra), ma queste sono funzionali al suo sviluppo fintantoché rimangono nel campo delle fantasie inconsce. Se però queste vengono sperimentate nella realtà assumono una possibilità gravemente traumatica perché danno al bambino l’esperienza che tali fantasie possano realizzarsi, e ciò fa perdere la distinzione tra realtà e fantasia, indebolisce l’Io, favorendo la strutturazione di gravi forme di nevrosi, fino allo sviluppo di veri comportamenti psicotici.
L’abuso sessuale è un abuso frequentemente sommerso e che riemerge talvolta nei racconti dei pazienti ormai adulti, poiché, quando l’abuso si era verificato, i sentimenti di vergogna, di imbarazzo, pudore nonché violenze psicologiche avevano impedito al bambino di parlarne o avevano prevalso sulla opportunità da parte di altri familiari non abusanti di denunciare il fatto all’autorità giudiziaria e di occuparsi del minore che aveva subito l’abuso.
Il trauma dell’abuso sessuale non viene mai completamente superato. Spesso l’abuso viene rimosso, cioè viene apparentemente dimenticato perché la vittima non è in grado di sostenere mentalmente l’angoscia ed il dolore dell’accaduto. Ma le conseguenze del trauma rispunteranno fuori con sintomi vari in un altro momento di debolezza o di confusione psichica, creando nuovi ed ulteriori danni. Occorre che la vittima di abuso sessuale venga aiutato da veri terapeuti ad affrontare il dolore che l’abuso provoca in lui, affinché quella esperienza venga circoscritta e isolata per evitare che si verifichino delle distorsioni come l’identificare la violenza subita con l’atto sessuale. Quando ciò si verifica, la successiva vita affettiva e sessuale risulta bloccata perché sentita come violenta e la vittima vivrà sola, incapace di relazioni sentimentali e sessuali. In altri casi la vittima di abuso sessuale può attribuire una connotazione sessuale alle future relazioni con figure importanti, quali insegnanti, medici, superiori, ecc., non tanto perché personaggi importanti in sé quanto per la figura che essi rappresentano.
Infine nei casi in cui il figlio maschio è abusato dal padre può predisporlo ad una ripetitività dell’esperienza, può anche verificarsi cioè che la piccola vittima di un abuso sessuale da adulto si trasformi in aguzzino ripetendo il comportamento abusante nei confronti di altri minori.
Le conseguenze psicologiche dell’abuso sessuale sono particolarmente gravi nei casi in cui l’abuso si è verificato in famiglia. Nei casi di incesto, le modalità dell’abuso sessuale possono essere determinanti. Quando la piccola vittima ha subito un vero e proprio stupro da parte di un genitore violento, le conseguenze saranno quelle di una violenza carnale aggravate dal fortissimo trauma psicologico legato alla trasformazione negativa della figura genitoriale, che passa improvvisamente da un ruolo protettivo a quello di aggressore. La situazione è diversa se il genitore ha agito senza violenza apparente, assumendo un atteggiamento deduttivo, sfruttando l’ingenuità del figlio o della figlia e mettendo in atto ricatti affettivi. In questo caso la partecipazione all’incesto potrà portare la vittima a sviluppare profondi sensi di colpa e di disprezzo nei propri confronti, unitamente alla tendenza all’autoisolamento affettivo e a repulsione verso il sesso opposto. Ne possono derivare comportamenti antisociali, tentativi di suicidio, abuso di alcool e di droghe. Infine in tanti casi le donne vittime di incesto paterno possono facilmente darsi alla prostituzione a causa delle dinamiche masochistiche che sviluppano.
E’ importante sottolineare che lo sviluppo di sentimenti di colpa è determinato in modo decisivo dal comportamento della famiglia e del gruppo sociale di appartenenza, che spesso tende ad attuare un vero e proprio processo di emarginazione e di colpevolizzazione nei confronti delle vittime dell’incesto. Specialmente le femmine subiscono queste conseguenze dal momento che l’opinione comune tende ad attribuire loro un ruolo attivo nella dinamica dell’incesto, ossia di provocazione verso l’abusante.
Non va tralasciato di parlare delle altre forme di abuso intrafamiliare. Quando è la madre ad abusare sessualmente dei figli, questa esperienza mantiene lo sviluppo psichico del bambino che lo subisce in una situazione endogamica e ad un livello infantile, e lo fissa in tali situazioni con gravi ripercussioni sulla capacità di stabilire relazioni sociali, affettive e sessuali da adulto.
Analogamente deleteria è l’esperienza incestuosa tra fratelli, che è causa di profonde sofferenze psicologiche e talvolta predispone ad un futuro abusante.




Sintomi Psicologici

L’abuso sessuale dei minori causa la disorganizzazione generale della vittima. Le caratteristiche estreme sono frequenti e possono coesistere. Una persona può essere “un genio stupido” o “tiranno remissivo” o “farabutto onesto”. Tra le principali manifestazioni di disorganizzazioni della persona si possono menzionare:
- onestà o disonestà;
- timidità o aggressività;
- ipervigilanza o indifferenza;
- obesità o anoressia;
- intelletto inferiore o superiore;
- ricerca per potere o sottomissione;
- autoaccusa o presunzione;
- fatalità o pensiero magico;
- ipersessualità o timore della nudità;
- ottimismo o ansia cronica;
- nessuna paura o paranoia;
- nuotando e bagnandosi o ignoranza dell'igiene;
- sposi remissivi o autoritari.










Sintomi di Disturbo di Personalità Multipla
La dissociazione ed il Disturbo di Personalità Multipla sono conseguenze dirette del trauma severo. Gli abusi sessuali sui minori sono la ragione più frequente per avere Personalità Multipla.
- depressione (Confidenza ~ 100%);
- attacchi di panico (Confidenza ~ 100%);
- comportamento seducente (Confidenza ~ 100%). Il comportamento seducente in adulti tende ad accadere con regressione di età;
- menzogna per nessun motivo;
- memoria malata di nomi di amici intimi;
- oblio immediato;
- animosità ingiusta e sbagliata (religiosa, etnica, razziale, sessuale ed altra);
- oscillazioni intellettuali;
- oscillazioni di umore;
- lacune nella memoria;
- falsi ricordi;
- la patologia bulimia;
- capelli molto corti (donne);
- barba di capra o baffi con contorni netti (uomini).
Oltre che Disturbo di Personalità Multipla, gli abusi sessuali sui minori producano altri disturbi dissociativi. Questi possono diventare evidenti come autoinganno, credenza nel soprannaturale, aggressione, comportamento impulsivo, confabulazioni, immodesto e una perdita di pensare, di intelligenza, di giudizio razionale e di inibizioni sociali.

Conseguenze

- Omosessualità
- Omofobie
- Incapacità di avere bambini (donne, dovuto gli aborti in età adolescenziale)
- Ragazze che hanno bambini ad un'età giovane
- Vegetarismo (dovuto la violenza orale)
Gli effetti di abuso sessuale sui minori sono imprevisti. La stessa natura e lo stesso grado della violazione possono avocare effetti differenti nelle persone differente. Tranne la dissociazione, le vittime dell'incesto non hanno indicatori universalmente comuni. La dissociazione è l'indicatore.
Indicatori comportamentali e psicologici di chi ha subito un abuso
Estremo interesse per adulti di un sesso in particolare, insolito interesse per i genitali di altri adulti, atti sessuali mimati con adulti, bambole o altri bambini, esibizionismo, masturbazione in pubblico, precocità, promiscuità, precoce condotta sessuale ripetitiva, repentini cambiamenti dell'umore o del comportamento, disturbi del sonno, incubi, enuresi, ansia di separazione, insicurezza, cambiamento delle abitudini alimenta. Più in particolare il bambino abusato sessualmente mostra un interesse inusuale verso le questioni sessuali e pone domande per capire se tra amore e sessualità c'è un nesso e se c'è sempre amore nella sessualità. Accusa disturbi del sonno, incubi, terrore notturno, enuresi; il bambino ritorna a fare la pipi addosso e non solo a letto, fa sogni paurosi con figure e mostri grandi che lo inseguono e lo trattengono contro la sua volontà. Può essere in preda a sintomi di ansia, depressione e comportamenti di isolamento.
Il bambino non vuole rimanere da solo con una certa persona, chiede di non essere lasciato solo infatti afferma spesso: "non mi lascerai da solo?” .Spesso è proprio questa frase - domanda che il bambino usa per comunicare il proprio problema. Può assumere comportamenti seduttivi nei confronti dell'adulto, per esempio, ricerca del bacio sulla bocca.
Per sentimenti relativi al proprio corpo vissuto come sporco o danneggiato, acqua e sapone vengono super usati ed aumenta anche la durata dei lavaggi; lamenta doloretti in varie parti del corpo. Rappresenta in giochi, disegni o fantasie, contenuti sessuali o aspetti dell'abuso.
Altri:
- riduzione dell'autostima;
- difficoltà ad amare o a dipendere dagli altri, è meno affettuoso, ha un comportamento aggressivo o distruttivo;
- ha paura di intraprendere nuove relazioni o attività: è stranamente silenzioso, non sembra incuriosito (come di solito) alle novità e alle nuove conoscenze;
- la maestra si accorge che qualcosa non va infatti vanno incontro più facilmente a fallimenti scolastici;
- fa abuso di alcool o di droga;
- instabilità emotiva, ansia, sensi di colpa e vergogna, passività, pianti improvvisi e immotivati, bruschi cambi di umore, irritabilità;
- esitamento o paura insilata di persone o luoghi;
- contentezza di essere in situazioni normalmente sgradevoli, ma vissute comunque dal minore come protettive (ad esempio ospedalizzazioni);
- riferimenti al fatto di avere dei segreti che non si possono comunicare;
- improvvisa perdita di interesse per attività prima molto gradite;
- rifiuto di partecipare ad attività ludiche o sportive;
- rifiuto di spogliarsi in occasione di attività sportive o visite mediche;
- rifiuto di sottoporsi a visite mediche;
- eccessiva docilità e passività durante gli accertamenti ginecologici in bambine piccole;
- inadempienza scolastica;
- disturbi dell’apprendimento, crollo improvviso del rendimento scolastico;
- fughe da casa;
- fobie, malesseri psicosomatici (cefalee, dolori addominali, nausee, enuresi, ecc.);
- comportamenti aggressivi;
- disturbi del sonno;
- disturbi dell’alimentazione;
- paura degli adulti;
- atteggiamento seduttivo e spesso sessualizzato nei confronti degli adulti;
- conoscenza anomala di aspetti della sessualità adulta in bambini molto piccoli;
- disegni a contenuto sessuale traumatico;
- giochi sessualizzati con bambini più piccoli;
- incapacità di stabilire relazioni positive con i coetanei;
- depressione, malinconia, angoscia;
- autolesionismo;
- tentativi di suicidio;
- condotta delinquenziale.
E’ importante non diffondere in maniera esagerata tutti questi indicatori poiché è reale il rischio che tutti vedranno abusi dappertutto.





Bibliografia

ABBURRA’ A. ,BOSCAROLO R., GAETA A., GOGLIANI F., LICASTRO E., TURINO R.
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FOTI C. (2000), Percepire, pensare e ascoltare il maltrattamento. BBURRA’ A. ,BOSCAROLO R., GAETA A., GOGLIANI F., LICASTRO E., TURINO R., op.cit.

MONTECCHI F. (a cura di) (2002), Abuso sui bambini: l’intervento a scuola.Franco Angeli, Milano.

SAVARESE G. (2002), Minori e abuso sessuale. Oltresalerno, Sito Internet: Www.oltresalerno.it, 13 marzo 2002.


domenica, febbraio 10, 2008
 

            

A cura del Dr. MASSIMO SANTORO

 

L'immagine allo specchio e lo specchio dell'immagine attraverso la fotografia.

L'uso della foto nel Counselling

 

 

 

La fotografia è un fenomeno sociale: dalla fototessera alle foto di cerimonie e vacanze, ai reportage, alle cartoline, ai manifesti pubblicitari e alle foto d'arte essa assume funzioni di documentazione, interpretazione, memoria storica, ricerca sociale, antropologica e psicologica.

E' parte integrante della vita collettiva e familiare. Sicuramente nelle famiglie dove sono presenti bambini si fotografa di più, ma la necessità di immortalare con immagini fotografiche momenti di vita piacevole, di fermare ricordi ed emozioni viene sentita da chiunque. Basti pensare alla "frenesia fotografica" dei turisti davanti a paesaggi e opere d'arte. 

L'importanza delle fotografie, quale strumento educativo, deriva dall'interesse e dallo stretto legame che esse hanno per la memoria.

La memoria è il mezzo attraverso il quale gli individui conservano i propri trascorsi ed è attraverso i ricordi che noi possiamo comprendere svariate situazioni; infatti, essa contiene: azioni, idee, emozioni, persone, oggetti, che hanno fatto parte e che tuttora fanno parte della personalità e delle esperienze sociali di ciascun individuo.

Attraverso la memoria immagazziniamo le informazioni che assimiliamo dal mondo esterno. Essa può essere paragonata ad una biblioteca, dove accumuliamo tutte le conoscenze che possano servirci per la nostra esistenza o soddisfare i nostri bisogni.

Le fotografie, come mezzo educativo per comprendere e stimolare la nostra memoria, sono estremamente utili all'individuo, poiché la fissazione dei ricordi e del riconoscimento degli stessi, a livello individuale, avviene per mezzo di quadri individuali e sociali preesistenti all'individuo, quali il linguaggio, la rappresentazione dello spazio, le rappresentazioni del tempo, tutti elementi che forgiano ed educano gli individui.

Nella memoria, dunque, il passato non è mai accessibile in modo diretto, e non è mai conservato in modo definitivo.

La mediazione con il presente lo costituisce di volta in volta in forme diverse. La memoria emerge come insieme dinamico, luogo non solo di selezione, ma di reinterpretazioni e riformulazioni del passato (Bartlett, 1932).

La sua funzione più che essere quella di fornire ricordi perfettamente coincidenti del passato, consiste nel preservare gli elementi del passato che garantiscono ai soggetti il senso della propria continuità e la conservazione della propria identità.

Identità che si interseca e si mescola ad altre identità. I gruppi sono il fulcro dove si formano le personalità degli individui, dove si creano pensieri, idee, dove si condividono: oggetti, affetti, sensazioni. Ma le immagini che emergono, quando si richiama il passato, sono diverse da individuo a individuo, pur avendo condiviso lo stesso gruppo. In questa prospettiva la memoria è frutto di una mediazione, di incroci e di integrazioni di memorie diverse. L'azione educativa, quindi, consiste nel richiamare alla mente queste immagini stimolando la persona attraverso un elemento esterno che gli permetta di partorire i propri ricordi.

La fotografia stimola la persona a portar fuori se stesso, nel rispetto di quanto: prova, sente, ricorda.

Le foto portano a riappropriarsi della propria storia di vita o meglio a prendere coscienza di quanto si è vissuto, e ciò, servirà, soprattutto al soggetto per comprendere le rappresentazioni mentali, le immagini, le situazioni, le interazioni, che quotidianamente vede ma non riconosce. Attraverso le fotografie il soggetto ha modo di riflettere su se stesso, sulla realtà familiare, sulla situazione lavorativa, sulle dinamiche d'interazione che usa, sui suoi sentimenti, paure, ecc.

Come suggerisce Duccio Demetrio in "Storie di vita", (1996), l'educazione si occuperà di considerare soltanto ciò che ha generato apprendimento e ciò che è stato elaborato cognitivamente su questi piani:

I) il piano delle informazioni, rivelatesi indispensabili alla vita pratica, morale, affettiva, identitaria e che ci darà, allora, qualche cosa di significativo agli effetti della ricostruzione dell'educazione intellettuale, sentimentale, civile, professionale.

II) Il piano delle rielaborazioni, ovvero delle destinazioni che il soggetto ha impresso a quanto imparato, funzionali alla realizzazione di un'immagine positiva, accettabile, ed estimativa di sé.

IlI) piano delle restituzioni, coincidente con tutto quanto il narratore di sé racconta a se stesso tra sé e sé, o al suo interlocutore, in merito a quanto ritiene di essere riuscito a trasmettere, a comunicare.

Le foto in ambito educativo trovano applicabilità con giovani, adulti, anziani.

I tempi che abitano tale formazione sono: il passato, il presente, il possibile. I ritmi di crescita e di sviluppo cognitivo sono: i bilanci di vita; esami di realtà; proiezioni.

Esaminando gli scritti di Wallon, Preyer e Lacan[1] e precisamente nell'affrontare lo sviluppo dei bambini, si potrebbe ipotizzare un'analogia tra l'utilizzo foto e lo stadio" dello specchio", nonostante le diverse interpretazioni ed impostazioni a livello generale del suddetto stadio.

Durante la fase dello specchio si definisce lo schema corporeo, la distinzione fra sé e gli altri e l'articolarsi del linguaggio verbalizzato sintatticamente. Infatti intorno al quarto mese di vita l'interesse del bambino si acuisce per la propria immagine riflessa e quella di chi gli sta accanto.

Il bimbo cerca di toccare la propria immagine nello specchio, qualora sia presente anche una figura estranea al bambino, quest'ultimo tende ad osservare alternativamente la propria immagine e la figura reale dall'esterno. Intorno ai due anni si osserva che il bambino vive una forte conflittualità nei confronti dello specchio poiché il bambino sa che l'immagine di una figura nota è un'immagine vuota.

La mano che cerca l'altro dietro allo specchio riduce l'ampiezza del proprio movimento e si limita, nel caso della propria immagine, a toccare il retro dello specchio. In questa fase si possono generare dei disturbi, accentuando lo stato di conflittualità che si determina dal rapporto tra una figura raggiungibile e una figura vuota.

La persona si troverà di fronte ad un dilemma: immagini sensibili, ma non reali; immagini reali ma che sfuggono all'esplorazione percettiva.

Al termine della fase dello specchio vi è il punto d'arrivo che può essere raggiunto solo tramite la mediazione dell'altro.

Analizzando nei minimi particolari la fase o stadio dello specchio e di come esso favorisca lo sviluppo del futuro soggetto ossia la percezione del sé corporeo, i conflitti che lo specchio determina, l'importanza dell'altro, la consapevolezza dei propri limiti, ecc.; esperienze, che il bambino sperimenta per la sua crescita e il suo sviluppo, si ripetono sotto forme diverse al soggetto adulto nell'arco della vita.

Di fronte alle difficoltà, talvolta l'adulto perde il contatto col proprio sé corporeo e i conflitti sono visti ma non riconosciuti (Alvin W. Gouldner in "La sociologia e la vita quotidiana" p.41)

Inoltre, può capitare che il contatto con la realtà è precario e la percezione che si ha tra le istanze interne e la realtà, mancano di un collocamento stabile con l'esterno.

Partendo dall'immagine di sé, che il soggetto ha costruito nell'arco della propria vita che col tempo ha perso di vista o è diventato fonte di frustrazione.

La fotografia (proprio come lo specchio) può essere utilizzata, in ambito educativo, proprio per ripristinare e riordinare aspetti della propria vita che col passar del tempo si sono o sono stati oscurati. Proprio come lo specchio, l'immagine fotografica serve innanzi tutto per conoscersi.

Infatti la persona in difficoltà, attraverso le foto, ha modo di narrarsi e quindi di svelare come in realtà si percepisce e come si rapporta nell'ambito familiare e sociale. Per quanto riguarda la propria percezione corporea, l'adulto non si percepisce nella totalità, tutto ciò, è causato dal fatto che si guarda poco; e l'immagine che si crea di sé deriva dai rimandi che gli altri gli rimandano durante le interazioni. La foto invece rispecchiano angolazioni, posture, gesti, mai osservati.

Sull'immagine corporea, vero specchio mentale delle nostre percezioni, s'innesta il nostro vissuto psicologico, che condiziona e/o deforma la nostra l'immagine.

L'immaginazione oltre ad identificarsi con la rappresentazione mentale che ogni persona ha di se stessa, introduce anche la dimensione personale che interpreta la realtà e permette il confronto con il reale partendo proprio dal vissuto soggettivo.

Il problema in questo caso è: l'interrelazione tra la funzione cognitiva (che ci permette la visione oggettiva della realtà) e la funzione immaginativa (che trasforma il reale attraverso l'esperienza soggettiva che ne abbiamo).

Da non trascurare, poi, è la fantasmatizzazione, che non considera il reale ma lo ingloba nei vissuti psichici profondi.

La fotografia, utilizzata come specchio dell'immagine del proprio corpo, può far sì che si stabilisca un equilibrio tra le funzioni cognitive e affettive in relazione al corpo.

Variazioni dell'immagine corporea, secondo Schilder, sono gradite alla persona e vengono indotte anche per esempio dall'abbigliamento, dalla danza, dal maquillage, dal movimento espressivo ecc.

Talvolta guardando una foto si prende coscienza di come si è in realtà e quindi si avrà una differente percezione del proprio sé, diversa da com'è stata vissuta sino al momento considerato. Quindi l'immagine fotografica assume, in questo caso, anche un'altra funzione: svelare aspetti che non sono presenti alla coscienza, cioè attraverso le foto possono emergere situazioni conflittuali, stati d'animo, sensazioni, contenuti, sentimenti, che sono sfuggiti all'esplorazione percettiva del soggetto. L'individuo attraverso le foto, si riapproprierà della realtà che lo riguarda, materializzando ed interiorizzando il proprio vissuto, portando un cambiamento al suo presente. La fotografia sarà, quindi, fonte d'informazione, d'elaborazione, d'introspezione, di rimembranze, di proiezioni. Ancora le foto portano allo svelamento e alla percezione di una nuova realtà, di un rinnovato modo di vedere e vivere la quotidianità. Quindi, come lo specchio così anche le fotografie divengono un mezzo capace di divenire oggetto utile alla comunicazione, senza originare ansia eccessiva e predisponendo il soggetto al cambiamento.

Le fotografie possono spiegare e illustrare la storia individuale, di coppia e di famiglia del cliente.

Attraverso la descrizione che la persona fa si possono avere molte informazioni sugli individui ritratti, si viene così a conoscenza degli stereotipi, degli atteggiamenti, delle tradizioni presenti all'interno della famiglia.

In tal modo si potrà avere un quadro chiaro dei cambiamenti che, durante gli anni, hanno interessato i singoli membri ed il sistema sociale di appartenenza.

Si potrà, altresì, esplorare il significato che i mutamenti hanno prodotto, nonché studiare: le norme familiari, lo stile, l'abbigliamento, le alleanze.

Alcune foto aiutano ad entrare in contatto con ricordi legati a persone morte o con cui non si hanno più contatti. Esse sono una grande opportunità per rivedere i sentimenti e le emozioni legate a persone scomparse. Talvolta rivisitare queste foto con gli occhi da adulto permette la rivalutazione di eventi problematici. Rivisitando il passato le persone possono affrontare situazioni che potrebbero essere rimaste senza soluzione.

Nel guardare le foto si dovrà porre attenzione all'espressione della persona, agli stati d'animo, alle azioni, alla mimica facciale, alla postura e ai commenti spontanei.

Inoltre nell'esaminare le foto sarà opportuno esaminare le distanze esistenti fra i componenti: se sono troppe strette, invischiate oppure se sono distaccate. Molte foto rappresentano persone con le braccia conserte, con le mani dietro la schiena o sprofondate nelle tasche: tutto per evitare il contatto fisico con gli altri. Di notevole importanza sono i dettagli, quali: l'assenza di espressioni di affetto, di calore, d'intimità.

Altro aspetto da considerare è quanto affetto e sostegno hanno ricevuto le persone nei primi anni di vita, ciò è possibile esaminando le foto dove i bambini sono ritratti nelle braccia di un adulto, dall'atteggiamento e dalle espressioni impresse sulla pellicola o supporto digitale.

Il modo in cui i bambini vengono tenuti in braccio è estremamente importante nello sviluppo della loro capacità di rapportarsi agli altri.

Il bambino che viene tenuto – fisicamente ed emozionalmente – con vero affetto, da adulto saprà amare ed essere amato.

Diversamente proverà un senso di vuoto interiore e di nostalgia che si manterranno nel tempo e che comprometteranno i suoi rapporti da adulto e la sua capacità di essere genitore. Guardando le foto si nota spesso che alcuni adulti mostrano un modo contenente e sicuro di tenere i bambini in braccio; altri lo fanno in modo distratto e sembrano non prestare alcuna attenzione al bambino, altri ancora, li tengono in un abbraccio ansioso e troppo saldo.

Attraverso le foto si può prendere coscienza della distanza esistente tra familiari o vedere l'invidia e la rivalità esistente fra fratelli. La posizione che si occupa, le distanze e l'attaccamento nei confronti di un familiare sono degli indizi importantissimi per comprendere il ruolo che si ha o si aveva in famiglia. Attraverso la riproduzione fotografica si può ipotizzare la preferenza per i maschi o le femmine, perché il genere favorito occuperà la posizione in primo piano, mentre gli altri avranno un posto di minore rilievo.

Le fotografie sono di grande aiuto per individuare e vedere i problemi, perché mettono in risalto le interazioni familiari, talvolta confermando oppure smentendo memoria e percezione. Davanti alla macchina fotografica si possono inconsciamente manifestare aspetti importanti del funzionamento di una famiglia. Non di rado si possono esplorare legami dissolti da tempo, le persone in questo caso appaiono rigide, distanti le une dalle altre, con le braccia penzoloni o nascoste; oppure vediamo che alcune persone sembrano avere un ruolo protettivo, mentre altre sono chiaramente protette. Le foto ci possono dare dimostrazione del tipo di funzione svolta dai vari membri della famiglia all'interno del sistema familiare. Alcuni bambini, ad esempio, devono rivestire ruoli da adulti molto gravosi sin da piccoli. Di solito chi ha questo ruolo, nella foto, si situa o è posizionato al centro, questa centralità rappresenta il fulcro della famiglia, il soggetto che media ed unisce un gruppo. Di contro il <<capro espiatorio>> o la <<pecora nera>> di un gruppo, all'interno di una fotografia, è messo da parte, parzialmente nascosto dagli altri o addirittura escluso.          

Concludendo si può osservare come, attraverso le foto, i bambini imitano i genitori e come, assorbono l'aspetto degli adulti.

Infatti, spesso, gli adulti riproducono inconsciamente il linguaggio corporeo e le espressioni dei genitori; tale realtà emerge proprio osservando una vecchia fotografia.

 

 

 

 

 

 

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[1] Lacan J. Le stade du miroir comme formateur du Je, ecrits, pp.95-100. trad. italiana: Lo specchio come formatore delle funzioni dell'Io, Scritti, I, pp 87-94, Torino, Enaudi, 1974. 


domenica, gennaio 06, 2008
 
Bateson model
Gregory Bateson è un pensatore eclettico che attraversa tutto il novecento
(1904-1980) e la sua formazione scientifica iniziale parte dalla biologia (il padre
era un importante biologo) per proseguire con l'antropologia per interessare e
condizionare pesantemente poi ambiti importanti della filosofia, in particolare
l'epistemologia, la cibernetica e la psicoterapia.
Partendo dalla sintesi del pensiero batesoniano come lui stesso l'ha esposto nella
sua ultima conferenza tenutasi in Inghilterra, e cioè che un qualsiasi sistema
composto da più elementi, il fattore che identifica il sistema stesso non si riduce e
non può essere ridotto ai singoli componenti ma alle relazioni che questi
intrattengono l'uno con l'altro. Nell'esempio della mano, quindi, la mano stessa non
viene identificata per le cinque componenti definite dalle dita, ma dalla relazione
che unisce le dita l'una all'altra: e dunque sono quattro le relazioni e non cinque.
Ciò significa dire anche che la mano esiste come mano non per gli oggetti di cui è
composta - le cinque dita - ma per come quegli oggetti sono in connessione tra
loro, e in particolare dalla possibilità che il pollice ha di opporsi alle altre quattro
dita della mano. Per cui la mano è una mano perchè esiste una quadri-relazione
del pollice con le altre dita che permette alla mano di fare e essere una mano.
La struttura che connette e identifica un sistema è proprio la relazione. Io esisto in
quanto sono in relazione con gli altri, o con il mondo e l'altro esiste perchè è in
relazione con me.
Questo spostamento dalla forma al processo è un salto epistemologico
particolarmente interessante. Significa spostare l'attenzione, per esempio in campo
diagnostico, dalla struttura, la forma appunto, alla relazione che tale struttura
intrattiene con il contesto in cui è immersa, cioè il processo per cui quella struttura
agisce e fa quel che fa o è quel che è. Se da osservatore descrivo una anomalia,
una patologia del sistema vivente, non mi concentro più sulla sola struttura, sulla
forma, ma indago il processo, ossia sposto l'attenzione sulla relazione che pone in
connessione il sistema al suo ambiente. Lo vedremo più avanti come tale concetto
sia di estrema importanza, specie in campo terapeutico, ma anche in ambito
conoscitivo in generale.
Un altro punto interessante incluso nel pensiero di Bateson è quello che vede
qualsiasi modello interpretativo della natura come un processo stocastico.
Partendo dal dato incontrovertibile che la natura ha una struttura complessa e che
non può essere definita in maniera puntuale e definitiva, e quindi oggettiva, arriva
alla conclusione che noi possiamo prendere una mira che coinvolge tutto il nostro
essere e che per tentativi si conclude con la strutturazione di una mappa che cerca
di descrivere un territorio, la natura appunto nella quale siamo obbligatoriamente
immersi.
Per Bateson la natura non è misurabile ma ci si può avvicinare e la si può
comprendere solo attraverso processi di tipo stocastico: perchè la misura non è
della natura, non gli appartiene, ma è un processo umano è una componente
culturale dell'uomo, è una modalità descrittiva, linguistica e dunque un prodotto
dell'uomo una sua derivata e non una proprietà intrinseca della natura.
157
Quando noi descriviamo la natura, la sottoponiamo a delle leggi matematiche, a
delle regole logiche, questa rappresentazione non è però la natura, ma è la faccia
che noi abbiamo costruito della natura: è appunto la rappresentazione umana
della natura.
Un altro concetto interessante di Bateson è quello che viene identificato con il
termine di doppio legame. In particolare all'interno delle relazioni familiari e/o
affettive in genere, il doppio legame, svolge un ruolo di fattore patogenetico che
può spiegare in parte alcuni disturbi come la schizofrenia.
In sintesi il doppio legame si manifesta quando un elemento della relazione
afferma una cosa ma con il paraverbale la sconfessa: per esempio quando la
madre dice al figlio di volergli molto bene, ma contemporaneamente assume un
atteggiamento paraverbale e posturale che nega tale affermazione, o quanto meno
la contraddice in parte. Il figlio che vive questa relazione ambigua e contraddittoria
non riesce a definire il comportamento della propria madre che dice una cosa e
allo stesso tempo manda altri messaggi e atteggiamenti che veicolano proprio il
contrario di quanto affermato.
Vediamo ora come il modello batesoniano ci permette di vedere come reagiamo a
livello di pensiero e quali sono i presupposti che determinano delle risposte in ogni
essere umano: andiamo cioè a vedere i modelli di pensiero tipici dell'approccio
alla realtà di Bateson.
Consapevole che ogni modello in sé è tautologico, cioè è capace di autospiegarsi,
ha messo in evidenza che in relazione alla vita e al mondo della vita tale modello
può fornire delle risposte assolutamente diversificate, talvolta anche errate,
nonostante la logica sopra cui sono edificate sia ineccepibile e coerente. La logica
in sé non porta alla verità perchè è un modello che fornisce delle conferme che
appartengono al nostro mondo culturale e in certi casi tali conferme coincidono con
il mondo biologico quindi la mappa che la logica ci fornisce rende maggiormente
agibile il territorio che stiamo praticando.
Dalla prospettiva in prima persona la mappa costruita con il modello di pensiero
fondato sulla logica diventa il territorio, perchè su quella mappa e con quella
mappa l'uomo si adatta più o meno armonicamente con il mondo in cui è immerso.
Da una prospettiva in terza persona, cioè da osservatori esterni al sistema, quella
stessa mappa non può assolutamente rappresentare il territorio, anzi è e rimane
sempre una semplice rappresentazione, una costruzione culturale. Il ponte che
unisce comunque la mappa che ciascuno si costruisce con il territorio che pratica
viene sempre e solo gettato e alla fine percorso nel corso della relazione: in quella
situazione nella quale il soggetto si connette con il mondo, cioè tutte le volte in cui
esegue una qualsiasi esperienza di conoscenza.
La mappa rappresenta la conoscenza che obbliga! è la mia rappresentazione, il
mio pregiudizio del territorio. Ma è anche la strategia che permette di praticare
quel determinato territorio.
Bateson assieme ad altri scienziati nel centro fondato proprio da lui, il Mental
Recherch Istitute, ha messo a punto a livello teorico quelli che sono stati i principi
base della seconda cibernetica.
La definizione della prima cibernetica, i cui principi poi sono stati utilizzati per la
costruzione del computer, sviluppata da scienziati come Warren McCulloch,
Gordon Pask, Ross Ashby, Heinz Foerster, Norbert Wiener, è fondata sul concetto
di retroazione e di controllo del sistema sia esso di tipo biologico che artificiale. Le
158
risposte in uscita al sistema - sistema che viene considerato come una scatola nera
munita di ingresso e di uscita - vengono riportate in ingresso in modo tale che le
loro variazioni in eccesso o in difetto possano essere elaborate in modo da
riportate il segnale in uscita entro un determinato range prestabilito. La prima
cibernetica, dunque, parla dei sistemi di controllo e di autocontrollo.
Con la seconda cibernetica, invece, si introduce il concetto dell'osservatore che
osserva l'oggetto osservato e proprio in questa relazione il primo termine non può
prescindere da come è fatto, da qual è la sua struttura.
Essendo un fondatore della cibernetica Bateson è stato particolarmente attento
all'informazione, a cosa è l'informazione e soprattutto cosa rappresenta
l'informazione. Secondo lui l'aspetto che caratterizza l'informazione è la differenza.
Kant già nel Settecento aveva capito che in un pezzetto di gesso vi sono milioni di
fatti, ma pochissimi di essi diventano attuali: quasi tutti non producono nessuna
differenza. Nel linguaggio della moderna teoria dell'informazione, si può dire che
l'informazione è una differenza che produce una differenza e che tra le infinite
differenze immanenti in questo gessetto pochissime diventano informazioni. C'è il
fatto che questo gessetto è a Londra e pertanto differisce da un altro gessetto che
si trova a New York. Ma questa non è una differenza efficace, che produca cioè
una differenza. Non entra in un sistema di elaborazione dell'informazione. Mentre
quello che produce differenza è ciò che il gessetto può scrivere sulla lavagna.
Questo è fondamentale per la nostra concezione della vita, per la nostra
concezione della morte. è fondamentale certamente per la religione.
Quindi cogliere una differenza che fa differenza è molto importante in ambito
terapeutico. Ad esempio mettere in evidenza una ridondanza, un qualcosa che si
ripete nel tempo, un comportamento, una frase, un aggettivo, un atteggiamento da
parte del paziente indica che quell'iterazione è un aspetto importante della propria
vita e quindi è un fattore da prendere in considerazione dal punto di vista
terapeutico.
Non saper cogliere le differenze che fanno differenza significa perdere delle
opportunità diagnostiche, oppure considerare le differenze che non fanno
differenza ci sviano l'attenzione da quei punti che invece potrebbero essere più
importanti portandoci così fuori strada, facendoci commettere degli errori o
comunque perdere molto tempo utile.
Da questo concetto di saper discriminare le differenze si può ricavare un grande
principio terapeutico che è quello di saper cogliere da un piccolo particolare o
dettaglio presente nella persona che si ha di fronte i presupposti che possono aver
generato e favorito proprio quel particolare.
La percezione opera solo sulla differenza. Ricevere informazioni vuol dire sempre e
necessariamente ricevere notizie di differenza, e la percezione della differenza è
sempre limitata da una soglia. Le differenze troppo lievi o presentate troppo
lentamente non sono percettibili: non offrono alimento alla percezione. Per
produrre notizia di una differenza, cioè informazione, occorrono due entità (reali o
immaginarie) tali che la differenza tra di esse possa essere immanente, cioè insita
alla loro relazione reciproca.
Vi è un problema profondo e insolubile a proposito della natura di quelle "almeno
due" cose che tra loro generano la differenza che diventa informazione creando
una differenza. E' chiaro che ciascuna di esse, da sola, è per la mente e la
percezione una non-entità, un non-essere. Non è diversa dall'essere e non è
diversa dal non-essere: è un inconoscibile, una Ding an sich, il suono di una mano
159
sola.
Gregory Bateson
Secondo Bateson, quindi, non è possibile conoscere una realtà senza una
relazione, perchè è come pretendere di ascoltare e sentire il suono del battito di
una mano sola: non esiste una tale evenienza anche perchè la condizione
essenziale di ogni essere vivente è quella di essere obbligatoriamente immerso
nel mondo e comunicare, relazionarsi, con esso.
Per capire quanto sia importante la relazione in ogni aspetto della vita ci si può
servire di un famoso quadro di Magritte: quello dell'uomo con la mela sospesa
davanti agli occhi.
Probabilmente la monoidea del personaggio del quadro può essere interpretata
anche come un qualcosa che non si riduce o non è solo quello che appare e si
mostra nella sua evidenza, cioè una mela verde, ma anche come una mela buona,
appetitosa. La prima caratteristica, quella di essere una mela verde, implica una
descrizione condivisibile, anche in terza persona, senza che ci sia una preventiva
interferenza, una relazione che mi colleghi direttamente e fisicamente con quella
mela. Ma per dire e condividere il giudizio di una mela buona e appetitosa devo
necessariamente averla assaggiata, devo obbligatoriamente passare per una
relazione in prima persona con la mela stessa: solo dopo aver dato un morso ho la
possibilità di affermare che quella mela è buona.
In questo caso il giudizio sull'ipotetica bontà della mela passa tassativamente per
un'esperienza diretta e fisica con la mela, mentre l'esperienza estetica che descrive
l'aspetto cromatico della mela non necessita di questa relazione intima e fisica con
l'oggetto di conoscenza.
In ambito terapeutico dire che un paziente è sano o malato è una facoltà descrittiva
che può quindi venir applicata seconda due modalità differenti: o tramite la
modalità "verde" o attraverso quella "buona". Significa dire che posso fare una
diagnosi dello stato di una persona basandomi sui segni esterni che il soggetto
160
presenta: la sua "verdità"; oppure possono arrivare a dire un qualcosa di lui dopo
aver intrapreso un percorso nella quale si stabilisce un certo tipo di relazione che
mi permette di scoprire la sua "bontà".
Nel dubbio conviene sempre tralasciare la prima modalità e partire dalla
condizione pregiudiziale che il paziente che si ha di fronte è intelligente e buono
perchè così facendo si favorisce un percorso di cambiamento possibile tra i tanti
che altrimenti verrebbero alienati. Primo perchè il terapeuta si pone in un
a tte g g i ame n to amo re vo l e ri sp e tto a l p a zi e n te , se co n d o p e rch è ,
costruttivisticamente, non esiste una condizione malata o deviata ma piuttosto una
prospettiva che porta il soggetto ad un comportamento disarmonico e scompensato
col mondo. Per identificare tale punto osservativo della persona è necessario
instaurare una relazione con il soggetto e fargli vivere delle emozioni che lo
spostino dalla sua inerziale e statica visione del mondo.
Mi posi un problema cruciale: che cosa passa dal territorio alla mappa? La
risposta a questa domanda era ovvia: ciò che passa sono notizie di differenze e
nient'altro. I dati primari dell'esperienza sono differenze. Con questi dati noi
costruiamo le nostre ipotetiche (sempre ipotetiche) idee e immagini del mondo
"esterno".
Gregory Bateson
Pertanto il terapeuta potrà lavorare solo ed esclusivamente sulle idee che il
paziente ha sul suo passato, sul presente e sul proprio futuro: agire sulle idee
significa interferire sul punto prospettico che il soggetto ha di una determinata
cosa. Lavorare sulle idee permette di variare la mappa di un territorio che il
soggetto vive per esempio in senso problematico, o conflittuale. Variare la mappa
implica una variazione del significato attribuito a quel determinato territorio su cui
agisce: diventa allora, per il paziente, un altro territorio perchè la mappa è
cambiata.
L'azione terapeutica che noi professionisti cerchiamo di eseguire con i nostri
pazienti si fonda quasi esclusivamente nella possibilità di concretizzare una certa
trasformazione e metamorfosi delle parole, quelle portate sia dal soggetto che
quelle dette dal terapeuta, in immagini.
...Tra le parole e le cose regna una frattura variabile e misteriosa analoga alla
frattura altrettanto variabile e misteriosa che separa le immagini dalle cose...
Magritte
Le parole e le cose sono ciò che la persona mi dice e quello che fa nella propria
vita, mentre le immagini e le cose sono ciò che io terapeuta gli suggerisco (nel
rapporto terapeutico) di vedere, di percepire e fare secondo una nuova prospettiva
innestata nella sua vita presente. Allora la magia terapeutica consiste proprio nel
trasformare le parole in immagini e le immagini in parole, saper ricombinare questi
processi linguistico-sensoriali: vuol dire fornire alla persona la penna adatta per
riscrivere una nuova mappa di quel territorio divenuto sconosciuto o pericoloso, ma
che in quel preciso momento storico è obbligato a percorrere.
Concedere a priori bontà e intelligenza al paziente che abbiamo di fronte comporta
accettare anche l'implicita condizione che il soggetto, se si presenta per un
rapporto di aiuto, ha tentato altre soluzioni che però non sono state sufficienti o non
hanno portato alla risoluzione o al cambiamento desiderato della situazione. Saper
161
riconoscere l'intelligenza della persona permette di capire i vari tentativi di
risoluzione e di cambiamento intrapresi dal soggetto.
Ma questa comprensione non si ferma alla semplice facoltà di catalogazione delle
azioni e dei comportamenti, cioè non è un semplice lavoro tassonomico, ma
consente al terapeuta di spostarsi ad un livello logico superiore nel quale
inquadrare la dinamica relazionale che il paziente intrattiene con il mondo, nonché
con il terapeuta stesso. Sta nella relazione terapeutica centrata su questi
presupposti innescare quei processi di perturbazione che spingono la persona a
spostarsi dalla statica posizione in cui si trova, per trovare altri punti d'osservazione
che saranno alla base del cambiamento di stato.
Non è il terapeuta che vede, sente interpreta e fornisce una visione "altra" della
situazione (cioè non confeziona un pacchetto risolutorio frutto della sua personale
visione di quel specifico problema), ma è la relazione tra lui e il paziente che
consente un salto di livello logico - salto che coinvolge tanto il terapeuta quanto il
paziente - ossia il raggiungimento di un punto osservativo meta che rende visibile
l'intero sistema nel quale il soggetto stesso è immerso. Al paziente viene concessa,
allora, l'esperienza dissociativa per una visione esterna di se stesso nella
relazione con il mondo e, in particolare, con quell'oggetto di conoscenza che è
fonte di conflitto.
Quale struttura connette il granchio con l'aragosta, l'orchidea con la primula e
tutti e quattro con me? E me con voi?
Nella mia vita ho messo la descrizione dei bastoni, delle pietre, delle palle da
biliardo e delle galassie in una scatola ... e li ho lasciati lì. In un'altra scatola ho
messo le cose viventi: i granchi, le persone, i problemi riguardanti la bellezza...
Un organismo vivente è un sistema auto-organizzantesi, cosa che significa che il
suo ordine non è imposto dall'ambiente ma è stabilito dal sistema stesso. In altri
termini, i sistemi auto-organizzantisi manifestano un certo grado di autonomia.
Ciò non significa che siano isolati dal loro ambiente; al contrario, essi interagiscono
continuamente con esso, ma non è questa interazione a determinare la loro
organizzazione; essi si auto-organizzano.
Ogni organismo vivente è un sistema auto-organizzantesi e autonomo: in sintesi è
un sistema autopoietico che si autocostruisce e si mantiene da sé senza il bisogno
di informazioni provenienti dall'ambiente in cui vive che lo istruiscano. Ma la sua
struttura, però, è in connessione con il mondo, è cioè strutturalmente accoppiato
con l'ambiente dove opera: infatti interagisce attraverso una relazione specifica che
è la conseguenza della propria struttura. Agiamo e operiamo nel mondo in
funzione di come siamo fatti: ci sarà infatti una modalità umana di connessione
mondana, una canina per i cani, una batterica per i microrganismi, et.
Quindi noi terapeuti non possiamo istruire direttamente la configurazione
organizzativa del nostro paziente, ma attraverso la sua struttura - con la quale
possiamo interagire per mezzo del linguaggio e dell'afferenza somatosensoriale -
abbiamo la possibilità di perturbare l'omeostasi della persona, possiamo cioè
creare delle condizioni esperienziali nella quale le afferenze verbali e cinestesiche
sono il veicolo e lo spunto per mettere in moto i processi personali che
interferiscono con l'organizzazione interna della persona.
Attraverso un'operazione culturale, ossia mediante l'atto terapeutico linguistico e
cinestesico, noi terapeuti abbiamo la facoltà di interagire indirettamente a livello
biologico con il sistema organizzativo interno del soggetto, agendo però ad un
162
livello logico superiore nel quale il paziente è inserito e dentro il quale vive la
propria vita. Ma per fare tutto questo necessitiamo di una relazione con il paziente
dove si ha la possibilità di trasformare le parole (del paziente) in immagini e
viceversa, e il risultato finale sarà quello di generare una perturbazione e
un'interazione sulla relazione che il soggetto intrattiene con il mondo in cui è
immerso.
Bisogna insomma considerare l'ecologia, il sistema relazionale nella quale il
paziente si muove e opera. Mediante un'analisi linguistica condotta nella vita
presente del paziente e riagganciata ad un evento significativamente attinente del
suo passato, si esegue una formulazione per immagini di quello che potrebbe
essere un ipotetico futuro: così si interagisce con il sistema organizzativo interno e
con l'omeostasi della persona in terapia.
Questo processo terapeutico potrebbe essere riassunto con la riconquista e
l'applicazione di quella capacità e abilità da parte del paziente di poter osservare
con occhi ingenui del fanciullo ogni evento della vita, ma di elaborare mentalmente
quegli stessi eventi con gli strumenti dell'adulto così da poter costruire un futuro
nella quale la soluzione praticabile e praticata è il risultato di una scelta condotta
su un ventaglio di più opzioni possibili. Si tratta di far vedere al soggetto il mondo
con quella testa di adulto che si ritrova dopo però aver osservato lo stesso mondo
attraverso gli occhi ingenui e apregiudiziali caratteristici del bambino.
Riuscire in questa impresa terapeutica consente alla persona di staccare il filtro
critico della conoscenza che obbliga, significa applicare una sospensione di
giudizio rispetto ad ogni evento della vita diventando permeabili alle esperienze
che solitamente verrebbero categorizzate come ovvie e scontate perchè già
catalogate e incasellate nel vissuto empirico e quindi prive di interesse conoscitivo.
Ma applicare l'epochè, la sospensione di giudizio, offre alla persona una mobilità
prospettica nei confronti dell'evento conoscitivo che è alla base di ogni
cambiamento di stato mentale.
Ma osservare con gli occhi del fanciullo vuol dire anche vestirsi di ingenuità
intelligente che è la condizione indispensabile per creare nuove relazioni con gli
altri e il mondo in genere. Ingenuità significa non porre barriere rispetto al nuovo,
ma predisporsi recettivamente a qualsiasi tipo di incontro che la nostra obbligata
immersione nel mondo costantemente ci sottopone.
Partendo dalla visione che considera l'ingenuità come quella condizione in cui ci si
trova senza risposte perchè se ne costruiscono così tante che la scelta tra i vari
possibili diventa impegnativa, si capisce come un soggetto che presenta una
qualsiasi problematica che lo fissa in un'unica prospettiva osservativa manchi
completamente di tale abilità connettiva con il mondo.
Più si è ingenui nella relazione maggiori sono i punti osservativi e quindi i
significati che possiamo addurre a quell'evento, pertanto maggiori saranno le
scelte di apprendimento e di adattamento che si avranno rispetto a quella
determinata esperienza. Essere intelligenti, praticare cioè l'ingenuità come
connessione col mondo, significa avere più strategie rispetto ad un unico obiettivo:
vuol dire creare tanti mondi possibili dello stesso evento conoscitivo.
Visto dalla parte del terapeuta l'applicazione dell'intelligenza ingenua viene
soddisfatta quando si è in grado, nell'ascoltare l'altro, di stupirsi e di mettere quindi
in evidenza le risorse del paziente. Non ci si concentra sul disagio esposto dal
paziente, ossia si evita l'errore invischiante dell'analisi del problema, la
focalizzazione sulle cose che non vanno e non funzionano: questi sono aspetti che
163
il paziente conosce perfettamente e a mena dito. Altra cosa, invece, è far risaltare a
noi terapeuti e alla persona stessa quali sono i punti di forza, le abilità e le capacità
che sicuramente possiede, ma che magari lui non sà di possedere.
Nella filosofia zen e buddista in genere la capacità e l'utilizzo dell'intelligenza
ingenua viene sistematicamente e metodologicamente applicata in ogni atto
cognitivo, tant'è che nella filosofia orientale la modalità di connessione con il
mondo è di tipo contemplativo: ossia di quella facoltà di osservare in maniera
apregiudiziale ogni cosa che si incontra nella vita.
L'incontro con l'altro, con l'alterità intesa come un qualcosa diverso da me stesso,
tutto ciò che non sono io, viene svolta con una sistematica sospensione di giudizio.
Si osserva ciò che ci sta di fronte senza applicare nessuna significazione specifica
a quell'evento, ci si immerge nello spazio conoscitivo girando attorno al centro/
oggetto osservandolo da ogni punto prospettico possibile, in una visione
panoramica a 360 gradi. Non ci si sofferma e non si stabilisce a priori una
prospettiva unica o bipolare (tipica della mentalità occidentale) ma si scorre in una
visione vaga e ambigua che lascia spazio ad ogni possibile interpretazione perchè
non viene fissata in un'unica, o tutt'al più duale prospettiva che oggettivizza e
cristallizza monoliticamente un significato a quell'esperienza di realtà.
In Mente e Natura Bateson individua i sei criteri che un sistema deve avere per
essere qualificato come mente:
1. Il sistema agisce attraverso differenze.
2. Il sistema è formato da parti collegate da canali attraverso i quali vengono
trasmesse le differenze.
3. Il sistema dispone di un'energia collaterale.
4. Il processo mentale «dipende da catene di determinazione circolari e più
complesse» (Mente e Natura). Queste catene fanno sì che il sistema sia
autocorrettivo nella direzione dell'equilibrio o dell'instabilità.
5. Gli effetti della differenza devono essere considerate come trasformate
(versioni codificate) della differenza che li ha preceduti. Questa è una
conseguenza del fatto che la mappa non è il territorio, pertanto nella mente
non si avrà mai il territorio, la cosa in sé, ma solo mappe di mappe.
6. La descrizione e la classificazione di questi processi di trasformazione
rivelano una gerarchia di tipi logici immanenti ai fenomeni.
La mente deve operare sulla base di livelli diversi, quando la discriminazione tra i
livelli di comunicazione è distorta o confusa ne derivano paradossi.
In questo esacalogo nella quale Bateson definisce i punti che identificano il
concetto che lui si è fatto della mente, viene ripreso un lavoro fondamentale svolto
dal matematico e filosofo inglese Bertrand Russell: ossia quello delle leggi che
definiscono e regolano il comportamento dei livelli logici.
Anche la mente, secondo Bateson, agisce e si sviluppa seguendo e sottostando
alla legge dei livelli logici e il mancato rispetto di queste leggi crea paradossi e
problemi che alla fine si ripercuotono negativamente sulla mente stessa. Quando si
mette in evidenza delle differenze di differenze, che sono poi le informazioni utili
che l'uomo viene e si trova ad utilizzare per discriminare se stesso rispetto al
164
mondo, devono essere estrapolate dallo stesso livello logico, devono cioè
appartenere allo stesso insieme biologico, culturale, linguistico nel quale si sta
agendo come soggetti.
Per capire facciamo l'esempio del paradosso di Epimenide il cretese.
Il paradosso di Epimenide il cretese annuncia che: "tutti i cretesi sono bugiardi".
Allora, se Epimenide dice il vero i cretesi non sono tutti bugiardi perchè lui è un
cretese verace; mentre se dice il falso non può affermare che tutti i cretesi sono
bugiardi, ma dovrebbe mentire affermando l'esatto contrario.
In sostanza quando dice il vero la proposizione è falsa, mentre se dice il falso la
proposizione è vera. È il paradosso, appunto.
Come Russell e Whitehead insegnano, per non cadere nel paradosso bisogna
distinguere bene i livelli logici e mantenerli sempre bene separati.
Una regola fondamentale della logica russeliana afferma che: "un sistema che
raggruppa un insieme di elementi non può essere specificato mediante una
componente dell'insieme stesso". Se il menù è l'insieme tipologico che raggruppa
tutte le pietanze disponibili, la lista del menù non può essere ridotta e spiegata con
un elemento del gruppo, cioè con una semplice pasta alla matriciana: anche
perchè la pasta la puoi mangiare, il menù, di solito, è meglio solo leggerlo e
consultarlo.
Il caso del paradosso di Epimenide si risolve applicando le regole della tipologia
logica di Russell. Infatti, l'insieme che comprende tutti gli elementi del paradosso è
dato dai cretesi, ma sono anche le componenti dell'insieme stesso. C'è la
confusione tra l'insieme e l'elemento del gruppo: sono, cioè, della stessa categoria.
L'insieme dei cretesi viene specificato con uno degli elementi che compongono
l'insieme stesso: da lì nasce il paradosso. È sufficiente classificare Epimenide
come un europeo - cioè con un livello logico superiore agli elementi in esame - che
il paradosso immediatamente si dissolve.
In ambito terapeutico spesso accade di confondere livelli logici differenti nel
tentativo di trovare una diagnosi o una modalità di ingresso per iniziare il processo
di cambiamento. Talvolta succede anche che la confusione dei livelli, o la mancata
identificazione degli stessi non permetta di inquadrare la situazione relazionale
all'interno della quale il paziente opera e agisce.
Per esempio, se un paziente viene in consultazione per un problema specifico, la
mancata applicazione dell'intelligenza ingenua che fornisce uno sguardo
contemplativo della scenografia relazionale dove il soggetto recita la sua
esperienza di realtà conflittuale, può condurci al facile errore di focalizzare la
nostra attenzione sullo spazio d'azione relazionale ad un livello logico inferiore,
livello in cui non si trovano le motivazioni o i fattori che spingono la persona ad
interpretare e a significare quell'evento esperienziale secondo una modalità
problematica.
Per trovare questi possibili fattori scatenanti si deve cambiare di livello, si deve
salire di categoria verso un insieme più ampio che inglobi altre relazioni e
connessioni tra paziente e mondo. Perchè bisogna ricordare che la legge
universale da cui dobbiamo sempre partire è che ogni problema nasce sempre e
comunque da una relazione con un oggetto di conoscenza. Per poter essere
perturbativi, e quindi terapeutici, è necessario saper individuare in quale livello
relazionale il paziente sta vivendo una esperienza conflittuale.
Per capire meglio come funzionano i livelli logici facciamo un esempio ricorrendo
alla rappresentazione delle matriosche, ossia delle bambole russe una interna
165
all'altra. La bambola più piccola rappresenta una singola azione, ad esempio la
flessione del ginocchio destro. La bambola successiva, che ovviamente ingloba
anche la più piccola, è il comportamento, cioè il livello logico superiore con
l'insieme delle azioni che configurano la flessione e l'estensione degli arti inferiori
finalizzato, per esempio, alla camminata. Infine l'ultimo livello comprende la
strategia che utilizza la bambola precedente dei comportamenti per uno scopo più
esteso, ossia l'uso della camminata per eseguire una maratona.
La stessa suddivisione in livelli si può applicare non solo per come le cose
vengono svolte, ma sulle motivazioni per cui queste cose sono fatte e praticate
nella vita. L'ulteriore gerarchia prevede sempre livelli inferiori racchiusi in livelli più
ampi.
Per specificare meglio, il livello base di questa gerarchia, è rappresentato dalle
convinzioni: credo che la musica renda felici le persone. Quando si afferma che è
un valore fondamentale avere il senso della musica per stare assieme agli altri,
invece, siamo ad un livello superiore, che ingloba le convinzioni: infatti siamo sui
valori. Infine, affermare che la musica è tutto ciò che conta nella propria vita si è
oltre il valore, si passa di livello per andare in una categoria più estesa, ossia nella
missione, allo scopo della propria vita.
L'identità che ognuno di noi descrive va a pescare in qualcuna di queste
matriosche: per esempio una persona potrebbe identificarsi con la bambola che
rappresenta le sole convinzioni e vivere applicando semplicemente quelle, senza
sentire il bisogno di valori o missioni particolari. Altre persone, invece, trovano la
loro identità con la bambola dei valori che racchiude anche quella delle
convinzioni, e così via.
Questa suddivisione in livelli permette una discriminazione fondamentale rispetto
al comportamento e all'agire della persona che ci consulta. Infatti mantenere
separati i livelli, considerarli in maniera distinta vuol dire dare un significato a
quella specifica bambola e non a un'altra. Se uno compie una determinata azione
non possiamo automaticamente passare ad una interpretazione e considerarla un
comportamento di un certo tipo, perchè passeremo ad un livello logico superiore
che non gli appartiene. Per analizzare quell'azione dobbiamo rimanere nel suo
livello logico senza tirare delle conclusioni che non sono racchiuse in quel livello.
Allo stesso modo se la persona inizia a confondere livelli logici differenti insorgono
dei paradossi che sfociano in un problema di identità, il soggetto non riesce e non
riconosce più come valida la mappa che sta usando per praticare un determinato
territorio. Confondere valori con convinzioni o scopi di vita con convinzioni può
essere la causa di determinati problemi esistenziali che portano le persone a
consultare il terapeuta.
La differenza della differenza di cui si parlava sopra è la dinamica che si sviluppa
tra livelli diversi, tra le varie bambole, e tra una e l'altra bambola si conformano
quei contorni che portano all'identificazione di un livello, cioè l'identità della
persona rappresentata mediante le sue convinzioni, dai suoi valori o dai propri
scopi. Fare terapia, allora, significa dare la possibilità alla persona di uscire dal
contesto problematico e osservare dall'esterno la relazione che lo unisce
all'oggetto di esperienza vissuto conflittualmente: questo comporta la ridefinizione
dei contorni del livello logico in cui sta operando e quindi poter dare il significato
che gli compete senza confonderlo con significati che sono di pertinenza di un
livello logico diverso e superiore.
166
Il confine è il luogo del contatto specifico tra interno ed esterno, un meccanismo di
cuscinetto a due facce, una rivolta verso l'organizzazione intrinseca del sistema, se
stessi, l'altra verso l'ambiente, gli altri, che proprio perchè si presenta così può
mettere in comunicazione reciproca ambiti che tuttavia restano separati nella loro
specifica determinazione.
Le terre di confine come terre di dialogo sono sia elementi di separazione (linea di
demarcazione), sia tratto di unione di ambienti diversi.
Le terre di confine sono un diaframma, la struttura che connette situazioni, ambiti
ed enti differenti: enti che comunque rimangono distinti e organizzativamente
separati.
I confini sono il luogo dove avvengono le esperienze, dove il rapporto di due entità
entrano in un gioco dinamico che reciprocamente li consuma, perchè proprio in
quel contatto creano uno spazio di condivisione che li rimescola e li rende
indistinti.
Per l'uomo esistono dei confini esterni dettati e specificati dalla pelle, il diaframma
che connette il nostro corpo con il mondo. Me esistono anche dei confini interni,
che risultano molto più difficili da mettere a fuoco e da identificare. Infatti risulta
complicato per chiunque stabilire chi e cosa si è, perchè è cosa assai complessa
definire sino a che punto arriva la consapevolezza del confine del proprio modo di
pensare.
Spesso questo processo viene svolto esclusivamente a livello inconscio, ossia non
c'è la possibilità di una descrizione linguistica, quindi razionale, che raggiunga una
formalizzazione, una categorizzazione soddisfacente del significato e quindi dei
contorni precisi di quell'entità che abbiamo genericamente nominalizzato ed
identificato con il termine di coscienza.
I saggi vedono i contorni e perciò li tracciano" disse molto tempo fa William Blake
e, tranne che per il chiaroscuro - che è anch'esso composto di differenze - non vi è
nulla all'interno dei contorni se non l'identità, che è diversa dalla differenza.
La nostra identità, alla fine, deriva dalla coscienza che siamo fatti da un qualcosa
che noi costantemente ci ripetiamo che sia, cioè noi siamo quello che pensiamo di
essere. Questa è una formula descrittiva che definisce la nostra identità psicologica
che deriva necessariamente dalla nostra esperienza.
Ma questa descrizione vive uno scollamento lacerante tra ciò che realmente noi
facciamo e viviamo e quello che, invece, pensiamo di essere, di fare e vivere. Lo
scollamento tra ciò che siamo effettivamente (ammesso che si possa veramente
raggiungere questo grado di discriminazione) e quello che descriviamo di essere,
quello che pensiamo di noi stessi, permette lo sviluppo dell'arte della relazione di
aiuto. è all'interno di questa dimensione che sorge quella capacità terapeutica che
permette di poter far emergere le risorse e le potenzialità delle persone che sono in
una situazione di difficoltà rispetto a questa azione descrittiva tra quello che crede
di essere e quello che effettivamente è: ossia nei momenti in cui si presentano dei
problemi di identità rispetto a se stessi e/o agli altri.
In sostanza il problema di identità sorge perchè la mappa rappresentativa che
l'individuo sta utilizzando non è più funzionale rispetto al territorio che sta
praticando.
Per esempio, se incontriamo un paziente cronologicamente adulto che afferma di
non possedere ancora l'idea di una sua identità è possibile ipotizzare che tale
167
persona sia ancora psicologicamente in un'età adolescenziale perchè non ha
ancora fissato quelle differenze che possono creare quei contorni che delimitano e
definiscono una identità: continua cioè a creare differenze e vive queste differenze
senza alcuna stabilità spazio-temporale (sono i soggetti che vengono definiti come
incoerenti, incostanti).
Le terre di confine della terapia.
Come la costa di un continente la terapia la possiamo definire come la regione di
confine tra il mondo acquatico e il mondo delle terre emerse. In questo spazio c'è
solo relazione, non vi è un dominatore, ne un oggetto assoluto: ad ogni livello la
costa deve mantenere questa sua proprietà di zona di confine. Le differenze tra le
persone non rappresentano modi diversi di trattare la stessa realtà oggettiva, ma
domini cognitivi legittimamente differenti: uomini diversi culturalmente vivono in
realtà cognitive diverse che sono ricorsivamente specificate attraverso il loro
vivere in esse.
Questo concetto viene magnificamente sviluppato in seguito dai due biologi cileni
Maturana e Varela con l'assunto che ogni sistema vivente si adatta al mondo
attraverso un atto cognitivo che accoppia strutturalmente il sistema biologico al
sistema mondo. Quindi, la terra di confine, il diaframma che connette il mondo al
soggetto è costituito sempre e solo dalla relazione tra i due attori che compongono
la simbiosi biologica.
L'atto di conoscenza non è compiuto per definire una oggettività presunta del
mondo reale, ma è un'azione che assume il ruolo e il carattere di processo
attraverso il quale il sistema biologico si adatta e apprende e, quindi, si differenzia
e si identifica rispetto al mondo.
Questo processo avviene attraverso la creazione di una mappa che rappresenta
un territorio specifico, e tale mappa è il risultato della storia ontogenetica e
filogenetica del soggetto, ma interviene, nella stessa misura e peso, anche la
cultura, l'appartenenza ad un credo religioso, filosofico o empirico-scientifico di cui
l'individuo è parte integrante.
Ecco allora spiegata l'affermazione che le differenze tra persone non sono la
conseguenza di modalità differenti di trattare la stessa realtà oggettiva, ma sono
piuttosto la derivata di una mappa diversa che è il prodotto dell'esperienza
empirica, della cultura e della religione di appartenenza.
Filosoficamente questo concetto è stato espresso molto bene dal pensatore
francese Edgar Morin il quale sintetizza come segue: "Io dico di essere, formulo
cioè la mia identità, che mi fa dire di essere quello che penso di essere, mi fa agire
quello che sono convinto di essere e questo agire convinto di essere mi fa pensare
di essere quello che dico di essere".
è un perfetto ciclo ricorsivo autoalimentante dove l'inizio del processo diventa
anche la fine dello stesso ciclo: l'affermazione linguistica, il pensiero di come sono
(l'inizio del ciclo) mi fa agire secondo questa convinzione e l'agire in questo modo
è ció che permette l'insorgere del pensiero di quello che sono, cioè la mia
convinzione di ció che sono (la fine del periodo che però diventa anche l'inizio
dello stesso ciclo).
Rappresentativamente questo ciclo non si può ridurre ad un semplice cerchio, ma
può essere egregiamente raffigurato dalla spirale che ha sì un movimento circolare
ma che non ritorna esattamente allo stesso punto iniziale perchè il suo sviluppo è
tridimensionale in quanto si sposta leggermente, ma progressivamente dal piano
168
di rotazione iniziale.
In questo modo il pensiero che mi fa agire, e nel contempo si conferma, concretizza
un'esperienza che a sua volta fa emergere il pensiero di quello che sono: questo
ritorno all'origine del pensiero, però, non è esattamente identico al precedente,
esiste una piccola differenza determinata dal vissuto empirico, o culturale in
genere, che modifica lievemente la convinzione iniziale.
Questo processo iterato e continuo porta alla genesi e alla conferma di quello che
sono, ma in questa definizione identitaria si innesta uno progressivo sviluppo che
porta ogni individuo ad essere inesorabilmente diverso in ogni presente che
conclude il contiguo precedente passato esperienziale appena trascorso. è il
processo metamorfico e di maturazione della vita che ci porta a differenziarci
rispetto al mondo e rispetto a come si era l'attimo esperienziale che abbiamo
appena vissuto.
Quando una persona vive un evento conflittuale è all'interno del processo
identitario che si verifica un inghippo, e tale malfunzionamento porta ad una
costruzione di una mappa che non è più funzionale al territorio che il paziente sta
praticando. La panne può localizzarsi in qualsiasi punto della spirale identitaria:
nel pensiero che io ho di me stesso; nell'azione e nel comportamento di quello che
sono convinto di essere; nel pensiero che ne deriva dal mio comportarmi in un
certo modo e che non collima più con quello che sono o pensavo di essere.
Abbiamo detto che la terapia consiste nel cambio della mappa di quel territorio che
rende la relazione con il mondo conflittuale in quel determinato frangete. Ebbene,
la mappa può essere riscritta rendendo consapevole il paziente dove si localizza
l'alterazione del processo identitario: un autodialogo interno negativo rispetto a
quella situazione o evento; il comportamento e l'azione che non trovano una
congruenza con il pensiero che li dovrebbe motivare; il comportamento e l'agire
non confermano o addirittura contraddicono il pensiero originario di come si
pensava di essere.
Il Controllo invece della Partecipazione
Figlia: Che intendi dicendo che una conversazione ha dei contorni? Questa
conversazione ha avuto un contorno?
Padre: Oh si, sicuramente. Ma non possiamo vederlo perchè la conversazione non
è ancora finita. Non puoi mai vederlo mentre sei all'interno, perchè se potessi
vederlo, tu saresti prevedibile, come una macchina. E io sarei prevedibile, e noi
due assieme saremmo prevedibili.
Dire che la conversazione 'ha un contorno' significa dire che ha la coerenza di un
sistema organizzativamente chiuso. Il processo comunicativo acquisisce una
'chiusura' che implica la specificazione di un 'limite' o 'contorno' che distingue il
contenuto e il contesto della conversazione da tutte le altre conversazioni. Nel far
ciò i partecipanti si collocano all''interno' di questo contorno, separati dai nonpartecipanti
alla specifica rete di conversazione. Intendo definire una tale
situazione come 'chiusura comunicativa'. Uno dei problemi della chiusura
comunicativa è che, quando arriva troppo presto o troppo perentoriamente, essa
porta a una conclusione scontata della creatività dei partecipanti. Il loro
potenziale congiunto per la creazione di novità, viene bloccato.
Il 'contorno di conversazione' a cui Bateson si riferisce nel brano citato, è un tratto
essenziale (o un indicatore) del tipo di conversazione che si sta svolgendo. In un
impegno aperto e dinamico tra le persone è impossibile percepire i contorni perchè
essi sono generati momento per momento dalle interazioni tra i partecipanti.
Invece, in una conversazione chiusa e prevenuta, mirata al controllo intenzionale
169
(delle persone e dei risultati), i contorni sembrano tutti troppo chiari e prevedibili,
come una costrittiva e opprimente presenza canalizzante che esclude il contributo
'personale'.
Essere in relazione con qualcuno o qualcosa definisce un'esperienza in atto,
mentre dire che tipo di relazione si ha con qualcuno o qualcosa è una descrizione
di un'esperienza che è stata vissuta e non c'è più, perchè è terminata: la relazione
è possibile descriverla e comunicarla quando è finita.
Essere prevedibile e meccanico anziché essere spontaneo
e capace di improvvisare
Essere manipolativo opposto ad essere presente e socialmente autentico
Figlia: ma non capisco. Dici che è importante essere chiari sulle cose. E ti arrabbi
con le persone che confondono i contorni. E inoltre pensiamo che sia meglio essere
imprevedibili, e non come le macchine. E dici che non possiamo vedere i contorni
della nostra conversazione sino a che non sia finita. Allora non ha importanza se
siamo chiari o no. Perchè non possiamo fare nulla a riguardo?
Padre: Si, lo so, e io stesso non lo capisco…. Ma, in ogni caso, chi è che ha voglia
di fare qualcosa a riguardo?
Più è opprimente la presenza di un contorno predeterminato nella conversazione,
più la conversazione tende a controllare e a prevedere le persone e gli eventi.
Questo si osserva spesso nelle discussioni basate sulla recriminazione e l'
attribuzione di colpe. E' la forma comunicativa che ricorre più spesso in parecchie
aziende commerciali. D'altro canto, in assenza di un contorno definito e in
presenza di esortazione ad una partecipazione attiva, notiamo l'emergere di un
alto livello di improvvisazione genuina e spontanea in chi partecipa alla
conversazione. Ciò si può vedere nelle organizzazioni che spingono all'incremento
della 'democraticità' e della 'partecipazione' in maniera appropriata.
Quest'ultimo commento di Bateson esprime uno dei valori più significativi del suo
punto di vista, il valore di essere presenti e disponibili con gli altri, nelle
interazioni comunicative aperte, curando, quindi, l'elaborazione di una autentica
relazionalità sociale, invece di assumere una posizione unilaterale e manipolativa
verso gli altri.
Bateson afferma che la struttura del carattere costituisce l'epistemologia personale
di ciascuno. Questo non solo è, dal punto di vista clinico, il più interessante tra i
significati attribuiti da Bateson al termine «epistemologia», ma è anche quello
che ci dice di più sul suo progetto complessivo, poiché ci indica «la via non
percorsa» del pensiero di Bateson.
Nella storia naturale dell'essere umano, ontologia ed epistemologia non possono
essere separate. Le sue convinzioni (di solito inconsce) sul mondo che lo circonda
(cioè, le sue premesse ontologiche) determineranno il suo modo di vederlo (cioè, le
sue premesse epistemologiche) e di agirvi, e questo suo modo di percepire e di
agire (cioè le sue premesse epistemologiche) determinerà le sue convinzioni sulla
natura del mondo (cioè, le sue premesse ontologiche).
L'ontologia, egli afferma, ha a che vedere con «i problemi di come sono le cose, che
cos'è una persona e che genere di mondo è questo». Si tratta di una definizione
informale ma adeguata di ontologia, mentre la sua definizione di epistemologia è
di tutt'altro tipo. Bateson infatti sostiene che quest'ultima riguarda il problema di
«come noi conosciamo che genere di mondo è questo e che genere di creature siamo
noi che possiamo conoscere qualcosa (o forse niente) di tali questioni.
170
Bateson riteneva che la patologia umana fosse sostanzialmente basata su errori
epistemologici, ad esempio, (a) la fiducia nell'obiettività, (b) l'intraprendere
azioni che ignorano la circolarità di un sistema e (c) il tentativo di controllare una
parte del sistema a cui apparteniamo (ad es., l'ecologia locale, la nostra rete di
amicizie, la nostra famiglia e perfino noi stessi).
Bateson era particolarmente infastidito dall'uso del potere. Egli insisteva nel dire
che l'uso del potere per imporre il controllo rappresentava una forma
particolarmente pericolosa e antiecologica di «follia epistemologica»: «Non esiste
campo in cui le false premesse sulla natura del sé e del suo rapporto con gli altri
possano produrre con più certezza distruzione ed orrore di quello delle idee sul
controllo». Non viviamo in un universo in cui il semplice controllo unidirezionale
sia possibile. La vita non è fatta così.
L'uomo vive nella costante illusione o necessità di poter controllare direttamente in
prima persona le cose che gli accadono, non solo quelle che interessano il mondo
esterno, ma anche quelle inerenti il proprio mondo interiore. Per esempio durante
la trance, molti individui manifestano la loro paura di vivere determinati stati mentali
perchè sentono di non avere tutto sotto controllo e tanto più ricercano tale controllo
tanto più la paura di andare in trance cresce.
Ma il più grande tentativo di controllo che l'uomo esercita è quando attribuisce un
nome alle cose. La nominalizzazione delle cose fornisce tantissime opportunità,
ma presenta anche qualche limite.
Il fatto di dare un nome ad una cosa, l'apparentemente semplice operazione
linguistica di denominare un oggetto lo porta immediatamente in vita, gli fornisce
un'esistenza reale che nel senso comune viene confuso con un'oggettività della
cosa stessa. La denominazione, attraverso questo suo potere di rendere reale e
oggettiva ogni cosa, comporta un misconosciuto equivoco nel mondo
intersoggettivo della condivisione: fa supporre che esista un'unica realtà, in quanto
se una cosa esiste oggettivamente, è logico dedurre che la mia realtà coincide con
la tua e quella di chiunque altro.
L'accettazione di questa monolitica equazione lineare della realtà porta con sé dei
risvolti al quanto pericolosi e inquietanti. Se la realtà è quella, uguale per tutti
perchè oggettiva, non può esistere una diversità di pensiero. Se all'interno di una
comunità culturale, religiosa o scientifica che sia, si accredita come vero un simile
presupposto il pensiero comune può e deve essere l'unico pensiero, ed ogni voce
fuori dal coro è intesa come una devianza, una malattia, una diversità che non
rispetta l'oggettività della realtà che è comune e accettata da tutti.
Bateson riteneva che la patologia umana fosse sostanzialmente basata su errori
epistemologici e il più clamoroso è proprio quello di concedere una totale fiducia
nell'obiettività.
Altri errori epistemologici risiedono nella cospicua fiducia nell'intraprendere azioni
che ignorano la circolarità e ricorsività di un sistema (vedi il caso del passeggero
che non capisce la preoccupazione del suo vicino sulla sicurezza del volo: anche
se l'aereo cade non è mica tuo! Di che ti preoccupi!).
Altro errore epistemologico è il tentativo di controllare una porzione del sistema di
cui siamo parte integrante, e in questo insieme ecologico, Bateson, non mette solo
gli amici, i familiari, ma anche se stessi, cioè il presunto controllo che cerchiamo di
esercitare su noi stessi.
Il controllo che la parola pretende di esercitare sulle cose, e quindi che l'uomo
vorrebbe avere sugli oggetti del mondo presunto oggettivo, è solo una
171
approssimazione, anzi è un'illusione fondata su un errore epistemologico come
dice Bateson.
In ogni caso questa approssimazione della gestione della realtà non può avvenire
mediante il controllo ma ben sì attraverso una partecipazione con il mondo dove la
relazione connette un soggetto a un oggetto in un mutuo coinvolgimento. Esiste un
flusso perturbativo bidirezionale che costantemente va dal soggetto all'oggetto e
viceversa. Non siamo, cioè, in presenza di un sistema lineare e univoco, ossia di
un attore che controlla unidirezionalmente il flusso informativo che dall'oggetto va
al soggetto.
La relazione è una mutua condivisione dello spazio-tempo che viene ad emergere
nel momento stesso in cui si verifica l'accoppiamento strutturale tra il soggetto e
l'oggetto di conoscenza.
Quando ci confrontiamo senza successo con alcuni aspetti del nostro mondo,
cominciamo a renderci conto del fatto che A non causa unilateralmente B. Bateson
si divertì a descrivere le difficoltà di Alice nel Paese delle Meraviglie di L. Carroll,
quando cerca di giocare a croquet usando un fenicottero come mazza ed un
porcospino come palla.
Il fenicottero (la mazza), brandito per le zampe in modo da colpire con la testa un
grosso insettivoro (la palla), non è disposto ad accettare questo destino e continua
a muovere la testa per evitare una simile onta.
Analogamente, il porcospino (la palla) non vedendo di buon occhio di essere
colpito da quell'uccello dalle lunghe zampe, alternativamente si dà alla fuga o si
avvolge su se stesso trasformandosi in una pericolosa palla di spine (il che
naturalmente non fa che aumentare la determinazione del fenicottero a
contorcersi per evitare di essere trafitto).
Ovviamente, Alice incontra grosse difficoltà ad usare il fenicottero e il porcospino
in modo da «causare» il passaggio della palla attraverso le porte. Durante il gioco
ella non riesce granché a sperimentare di essere in grado di «causare» degli
eventi.
Un uomo voleva sapere cos'è la mente, ma non nella natura, quanto nel suo
personale, grosso computer. Così gli chiese (nel suo miglior linguaggio di
programmazione, naturalmente): "Tu calcoli che sarai mai come un essere
umano?". La macchina si mise subito al lavoro, analizzando la propria struttura
intrinseca. Alla fine, come è costume di queste macchine, stampò la risposta su
una striscia di carta. L'uomo si precipitò a prenderla e trovò, nero su bianco, le
parole: questo mi ricorda una storia.
F. V. Foerster ha brillantemente riassunto questa condizione della comunicazione
umana in un semplice concetto secondo il quale tutti quanti noi ci raccontiamo
delle incredibili, sofisticate, importantissime storie su di noi, sugli altri, sulla
scienza, sulla conoscenza e sul mondo in genere. Possiamo anche appassionarci
pure a queste storie, ed è anche un bene che sia così, ma non è possibile pensare
e tanto meno convincersi che quelle storie siano vere, se non contestualmente
parlando: questa è la vera libertà mentale.
Le storie che gli uomini si raccontano sono la rappresentazione della loro vita.
Cambiare la storia significa cambiare la vita che si vive, perchè ogni esperienza ha
una storia e viceversa. Se cambio la storia di quella esperienza, cambia anche il
significato dell'esperienza medesima.
Il principio cardine della psicoterapia è basato proprio sulla consapevolezza che
172
ogni storia che il paziente racconta è un frammento della sua vita e per innescare il
cambiamento di una qualsiasi situazione conflittuale è necessario che il soggetto
autonomamente trasformi quella storia - la mappa che rappresenta il territorio
vissuto conflittualmente - in una storia più funzionale e adeguante, cioè con una
mappa aggiornata al territorio che sta praticando.
Essere nessuno: Sapere Qualcosa e Ogni cosa
Nessuno può sapere tutto
Nessuna versione dei fatti può essere completa
Nessuna realizzazione della realtà può essere la versione finale del divenire umani
Qualsiasi conoscenza attuale nel futuro può diventerà irrilevante
Qualsiasi cosa ora utile potrà diventare ridondante
Qualsiasi cosa che ora sembra definitiva si rivelerà essere incompleta
Ogni cosa di cui veniamo a conoscenza non potrà mai esaurire il dominio
dell'ignoto
Ogni cosa che pensiamo di sapere serve solo ad oscurare la nostra ignoranza
Ogni cosa che scegliamo di credere necessariamente nega realtà alternative
Vincent Kenny
'Il punto è che, anche prima della moderna tecnologia, bisognava fare qualcosa a
proposito dell'innata separazione tra la consapevolezza ed il resto della mente,
perchè la consapevolezza senza aiuto avrebbe sempre rovinato le relazioni umane.
Perchè la consapevolezza senza aiuto deve sempre combinare la saggezza della
colomba con l'essere innocuo del serpente.
Ed io vi dirò cosa hanno fatto nell'antica Età della Pietra per affrontare quella
separazione. Hanno fatto la religione. È così semplice, e la religione è tutto ciò che
hanno escogitato per far entrare dentro l'uomo il fatto che la maggior parte di lui
(ed, analogamente, la maggior parte della sua società e dell'ecosistema attorno a
lui) era di natura sistemica ed impercettibile alla sua consapevolezza.
Questo comprendeva sogni e stati di trance, intossicazioni, castrazione, rituali,
sacrifici umani, miti di qualsiasi tipo, invocazioni di morte, arte, poesia, musica e
così via. Ed ovviamente, essi non dicevano chiaramente cosa facevano, né
potevano dirlo. Non sapevano cosa facevano, né il perchè cioè lo facevano. E,
spesso, non funzionava.

Intervento del Dr. Marco Chisotti a cura di Claudio Gnata.





 
Milton Model
Milton Erickson è certamente una figura curiosa e fondamentale della nuova ipnosi
contemporanea, tanto che è stato necessario coniare l'aggettivo ericksoniana per
cercare di descrivere in qualche modo la tipologia e la modalità del suo intervento
in questo ambito molto controverso e popolato da una variegata schiera di
personaggi e tecniche al quanto eterogenee tra di loro.
C'è da dire subito però che non ha lasciato un vero e proprio modello, una
metodologia ben precisa del rapporto terapeutico ipnotico, anche se altri che lo
hanno seguito e gli sono stati a fianco nel suo lavoro hanno tentato più o meno
brillantemente di decifrare le sue abilità empatiche, capacità che gli consentivano
di trovare una sincronia con il paziente tale da permettergli di riconoscere in
maniera pressoché immediata i canali e gli schemi di comunicazione verbale e
paraverbale dell'individuo che aveva di fronte.
Nasce nel 1901 e già nell'infanzia presenta dei problemi di daltonismo e di
dislessia che nel tempo si aggravano. Ma è all'età di 17 anni che si verifica un
evento decisivo in quanto avrà il primo attacco di poliomielite che lo paralizzerà
completamente a letto e lo costringerà a ricominciare veramente da zero, sia sul
piano motorio che linguistico. A 51 anni ebbe poi una seconda crisi di polio che,
progressivamente, lo porterà a vivere per il resto della sua vita in carrozzina, con
una ingravescenza motoria sempre più invalidante: fu questo un periodo
caratterizzato da un costante e pesante dolore fisico che contrasterà sempre e solo
con l'autoipnosi.
Di tutti i suoi handicap egli fece dei veri e propri punti di forza che gli
permetteranno di superare non solo il momento contingente, ma di raggiungere
delle conoscenze e delle abilità in ambito relazionale e terapeutico che hanno fatto
di lui il personaggio che il mondo conosce, ossia quella grande figura di riferimento
per l'ipnosi moderna e la terapia breve in genere.
Come lui riusciva a trovare su di sé delle capacità insospettabili nelle situazioni più
difficili che la vita gli serbava, così portava ogni suo paziente a riscoprire delle
abilità e delle risorse che il paziente non immaginava nemmeno, facendogli
riacquistare la fiducia e la perduta stima in se stessi.
La sua famiglia era una famiglia di pionieri, quelli cioè che sono andati alla
conquista del lontano west e proprio per questo hanno vissuto in prima persona
una forma di selezione naturale sotto ogni dimensione e profilo dell'esistenza. Da
questo apprendistato della vita egli ebbe una grandissima lezione che lo porterà
sin da subito a sviluppare quell'intuizione che sarà una caratteristica che lo
contraddistinguerà nel suo approccio terapeutico: ossia quella di utilizzare le cose
che sono disponibili in quel momento, qualsiasi esse siano e di qualunque valore
o giudizio possano essere portatrici.
Ecco perché quando una persona lo consultava egli prendeva come elementi
indispensabili tutto ciò che il soggetto portava con sé e metteva a disposizione nel
rapporto terapeutico, fattori che a un qualunque altro terapeuta non sarebbero
certo sembrati delle qualità o delle caratteristiche fruibili per il percorso di
cambiamento.
139
Questa sua dote gli permetteva di essere essenziale nel rapporto terapeutico, nel
pieno rispetto e nella curiosità degli individui che aveva di fronte, per arrivare
sempre e comunque a tirar fuori il meglio delle persone, perché non si perdeva in
una ricerca di ipotetiche quanto confuse particolarità nascoste e indefinite della
personalità del paziente, ma si concentrava nelle cose presenti ed evidenti e
proprio per questo quelle più semplici ma decisamente efficaci ai fini del
cambiamento.
Erickson ha sempre cercato la responsabilità del cambiamento nelle persone che
trattava: partiva dall'assunto che se io terapeuta mi impegno per te, paziente,
questo deve assolutamente ricambiare tale interesse con altrettanto impegno,
credendo nella figura che lo sta aiutando ma, anche e soprattutto, deve credere in
se stesso come persona con delle qualità: il suo imperativo quindi era un contratto
terapeutico basato sul reciproco e fiducioso impegno.
Le persone non sanno come si legge. Non sanno come si ascolta. Tendono a sentire ciò
che vogliono sentire, a pensare ciò che voglio pensare, a capire ciò che vogliono capire.
Tendono a far rientrare in ciò che ascoltano e leggono nello schema di riferimento della
loro esperienza, e questo non è certamente il modo di fare psicoterapia. Occorre
ascoltare il paziente. Occorre capire il paziente.
Zeig 1990
Questa è una frase che Zeig riporta da uno dei tanti colloqui che ha avuto con
Erickson, e sottolinea brillantemente la vera ed essenziale filosofia di questo
mentore. Qui sono riassunte le due grandi capacità di Erickson: quella di ascoltare
e di capire in assenza di giudizio la persona con cui si sta parlando. Solo
praticando l'arte dell'ascolto totale e apregiudiziale permette di individuare quali
sono gli elementi che identificano il carattere e la personalità di un soggetto, e solo
percorrendo questa via si rende concreto la finalità del rapporto terapeutico: quello
di comprendere e capire l'agire del paziente immerso nel proprio mondo.
Questa ammirevole e strabiliante prerogativa dell'agire ericksoniano deriva
dall'abilità, direi quasi buddista, di scollegare la propria sovrastruttura interpretativa
nel mentre si ascolta l'altro. Non è un semplice ascolto, ma è un sentire sempre
attivo perché il proprio giudizio viene sistematicamente accantonato, il fluire del
proprio pensiero sull'ascoltato viene volontariamente sospeso per far risaltare,
invece, in maniera cristallina e pura quello che l'interlocutore sta dicendo con le
parole e il corpo. Non c'è interpretazione ma semplice e pura lettura della storia e
del racconto di quello che il paziente sta esponendo.
è questa una pratica che a prima vista sembra passiva, cioè il semplice e banale
ascolto di una storia, invece, nella sua essenza è un'arte difficilissima da esercitare
perché è strettamente in relazione con la nostra spontanea e inarrestabile attività
riflessiva e di pensiero su tutto quello che entra in contatto con la nostra persona.
Ogni atto cognitivo che noi facciamo innesca un pensiero e quindi ogni ascolto,
dalla semplice frase sino alla complessa storia raccontata dal paziente, attiva
l'azione riflessiva spontanea e naturale, il flusso di pensiero che vaglia, analizza e
giudica tutto quello che si ascolta. Ma la strategia più efficace per comprendere
veramente a fondo la cosa, l'evento, il discorso, la storia e la persona che si
incontra è quella che accantona tutta la massa pregiudiziale, ogni sovrastruttura
culturale, religiosa, scientifica ed empirica di cui siamo portatori per lasciare spazio
alle parole e alle azioni del nostro interlocutore.
Si capisce da questa iniziale descrizione che l'indole di Erickson è quella del
140
filosofo piuttosto che del politico. Assume un atteggiamento relativista nei confronti
della realtà e della verità, perché non ha verità da offrire o da imporre come
tendenzialmente, invece, fa il politico che è convinto di essere portatore di una
certezza rispetto ad una certa cosa o situazione. Partendo da tutto quello che è
disponibile nel set della vita presente del paziente, con quello che sono le
caratteristiche e le abilità che la persona possiede, il terapeuta non può certo
costruire un rapporto d'aiuto fondato su una verità assoluta o dispensata da chissà
quale fonte autorevole.
Il relativismo è una modalità conoscitiva essenziale per fare psicoterapia ed è un
imperativo filosofico per porsi nella condizione di poter capire il paziente senza
interpretarlo secondo una dottrina specifica, una teoria preconfezionata applicabile
in maniera universale ad ogni individuo. Rispettare l'individuo significa capire la
sua specificità, la sua unicità. Comprendere questa unicità significa far diventare la
verità del paziente un punto di forza per il cambiamento, indipendentemente che
quella verità sia ai nostri occhi, quelli del terapeuta, una banalità, una sciocchezza
o una mostruosità.
Se i pazienti sono abbastanza intelligenti di dire cose ad un livello e intenderne molte
altre, anche gli psicoterapeuti possono essere altrettanto intelligenti da dire una cosa e
intenderne simultaneamente molte altre con un diretto valore terapeutico.
Zeig 1983
Qui Zeig mette in risalto un altro aspetto della strategia terapeutica di Milton
Erickson, quella cioè che sfrutta il potere confusivo della metafora nell'azione
comunicativa terapeutica: è l'uso del linguaggio indiretto per comunicare
all'inconscio del soggetto. Spostando l'attenzione dal paziente ad altri soggetti o
eventi circostanziali attraverso l'utilizzo linguistico della metafora si possono dire
delle cose senza riferirsi direttamente all'interlocutore, così che la componente
critica del soggetto non viene immediatamente attivata. Ma il messaggio
sotterraneo veicolato dalla metafora può, invece, essere colto a livello liminale o
subliminale tanto che la componente inconscia del paziente si permette di
elaborare in maniera spontanea quello che veramente il terapeuta intendeva
comunicare alla persona.
è un'altra invenzione di Erickson, quindi, quella di parlare alla persona non in
maniera diretta ma piuttosto cercando di comunicare all'inconscio attraverso un
linguaggio indiretto per evitare la componente critica dell'individuo e veicolare un
messaggio che possa arrivare chiaro e limpido senza interpretazioni e soprattutto
scevro di qualsiasi filtro logico razionale che ne svilirebbe il significato profondo o
l'intenzione terapeutica riposta dal terapeuta.
Considerando l'esistenza e tutto il percorso di sofferenza psico-fisica che ha
caratterizzato la vita di Erickson sin dal suo esordio, è facile intuire come tutta una
serie di abilità e quella forma di raffinata e peculiare sensibilità sia una
conseguenza di questa stessa esperienza. L'aver vissuto in prima persona certi
eventi e situazioni pone una persona in una dimensione empatica più immediata e
spontanea e facilita quella forma di sensibilità - che così emblematicamente
contraddistingueva Erickson - che permette di intuire e capire l'essenza della
personalità del paziente. è con ogni probabilità una forma di sospensione di
giudizio a priori: ascolti l'altro e ti identifichi pre-logicamente e pre-linguisticamente
con l'esperienza raccontata perché l'hai vissuta in prima persona e quindi ne
141
conosci i confini e i caratteri.
Quindi, con una metodologia che dirige la tecnica si può fare molto sotto il profilo
professionale per i nostri paziente, ma è possibile fare di più se la vita ci ha
costretto, come uomini, a percorrere determinate situazioni che ci hanno fatto
"assaporare" certe emozioni e sensazioni che non sarebbero state possibile vivere
se non in prima persona. L'esercizio costruttivo, anche se involontario e non voluto
del dolore affina l'empatia e la sensibilità verso gli altri.
Erickson riteneva che i pazienti non potessero guarire per sempre, piuttosto riteneva
che avrebbero potuto superare un problema immediato in un breve periodo.
D'altra parte, la terapia non cura tutte le difficoltà passate, presenti e future e non è
consapevolezza e crescita. La crescita non dipende dalla terapia: ne è indipendente.
Zeig 1983
La visione della terapia e della vita secondo Erickson sono ben espresse in questa
frase riportata sempre da Zeig. Il fatto evidente, ma non considerato a sufficienza in
ambito medico, è quella di vedere che la vita è movimento, che la vita è in
movimento e che non è possibile, dunque, fare una fotografia di un preciso
momento esistenziale di un individuo e mantenere poi tale situazione cristallizzata
nel tempo: e tutto questo porta all'affermazione ericksoniana che la crescita della
persona è completamente svincolata dall'atto terapeutico svolto in una qualsiasi
relazione di aiuto.
Primo perché l'azione terapeutica è inserita in un contesto temporale definito e
discreto che non si articola dinamicamente con il passato e non ha nessuna
proiezione e influenza nel futuro esistenziale della persona: la sua perturbazione è
limitata alla relazione che il soggetto intrattiene con la vita in quel preciso momento
storico, in quel dato presente; non è un vaccino che immunizza dalle sfighe e dalle
tensioni con il mondo.
Secondo perché la crescita e lo sviluppo di un individuo non possono essere
previste, tanto meno non saranno prevedibili il tipo di esperienze che farà nel
relazionarsi con il mondo. La relazione con il mondo implica adattamento e se le
strategie a disposizione della persona non permettono una dimensione adattativa
armonica il soggetto svilupperà una strategia collaterale e biologicamente
determinata che gli consentirà di superare quel momento di frizione con l'ambiente
in cui è immerso: così facendo però andrà incontro a quella che da osservatori
esterni viene descritta come una malattia.
Intervenire sull'esperienza genesi della malattia e ripristinare una relazione
armonica e di apprendimento con il mondo non vaccina il soggetto rispetto a quella
frizione relazionale che può ripresentarsi in qualsiasi momento nella vita futura. La
crescita è un percorso dinamico e costantemente mutevole che non ha contorni
definiti e definibili da nessuna teoria e terapia: è il principio d'indeterminazione
della vita.
Le direttive e le suggestioni, il modo e il tono della voce con cui si impartiscono, sono
del tutto privi d'importanza. La cosa veramente importante è la motivazione al
cambiamento. Quindi non fare niente è alcune volte la più importante cosa da fare.
Zeig 1990
142
Abbiamo già detto in precedenza che Erickson pretendeva una fiducia e un
reciproco impegno nel rapporto terapeutico e questo atteggiamento è strettamente
collegato con la motivazione: la persona deve trovare una spinta forte e potente
per cambiare di stato, per passare cioè dallo stato attuale a quello desiderato.
Se manca tale presupposto, secondo Milton, l'unica cosa da fare è non intervenire
in nessun modo, oppure intervenire affinché il soggetto cambi punto prospettico
rispetto alle sue reali intenzioni nei confronti del cambiamento. Perché si possa
raggiungere l'obiettivo terapeutico, di qualunque natura e impegno possa essere,
una condizione necessaria è la motivazione del paziente ad intraprendere quel
tipo di percorso per modificare alcuni aspetti della sua esistenza. Se non esiste
questa ferma posizione del paziente da cui partire con una qualsivoglia strategia,
nessuna terapia può portare delle modificazioni alla relazione disarmonica tra
soggetto e mondo.
Si possono allora riassumere in questi punti gli aspetti più interessanti della figura
del terapeuta ericksoniano:
• La sicurezza in se stessi
• La capacità di gestire il potere
• La creatività
• La curiosità
• La fiducia nelle persone e nel loro inconscio
• La dedizione nel sapersi prendere cura degli altri
• Il coraggio di andare oltre l'ovvio
• La capacità di sospendere ogni giudizio
• La fiducia nel poter trovare sempre una forma di intelligenza
• Il saper ascoltare ed il saper comunicare a più livelli
• Avere comportamenti non verbali e implicazioni, attraverso contenuti verbali
• L'essere attenti al cambiamento e non alla teoria che lo avvalla
• Il saper cogliere le differenze, personali ed interpersonali, piuttosto che
rimanere intrappolati in teorie della personalità
• Identificare la risorsa del paziente
• Conoscere i valori della persona (ciò che piace e ciò che non piace alla
persona stessa)
• Sviluppare le risorse, utilizzando al meglio i valori della persona stessa
• Collegare la risorsa sviluppata al problema, sia direttamente, sia
indirettamente
• Muoversi a piccoli passi, conquistandosi la fiducia, motivando e guidando,
facendo fare azioni terapeutiche nel rispetto dei valori e delle convinzioni del
cliente
• Seminare le idee, prima di presentarle
• La regolazione del tempo è cruciale, saper prendere il ritmo delle persona
per poterla scuotere e rimodellare
• Terapeuta e paziente devono avere un atteggiamento ottimista rispetto alla
riuscita della terapia.
Scopo della sua ipnosi era quello di accedere al potenziale inconscio e alla capacità
naturale di apprendere del cliente depotenziando al contempo i suoi schemi limitanti
Erickson, Rossi 1982
143
Come per Jung, anche per Erickson l'inconscio non è un semplice contenitore
delle pulsioni e delle frustrazioni dell'individuo, ma viene considerato come un
serbatoio potente di risorse per la persona stessa. Nella dinamica dialettica del
colloquio il terapeuta deve saper elogiare l'intelligenza di chi gli sta di fronte,
perché è un modo metaforico di riconoscere all'inconscio dell'interlocutore che
esistono delle cose e delle abilità che magari non sono perfettamente conosciute e
consapevoli, ma che sono sempre disponibili come strumenti efficaci per fare e
cambiare di stato.
La vera realtà inizia dove finisce la conoscenza, la vera realtà sta in quella
dimensione di possibilità e potenzialità che si sviluppa dove termina la
conoscenza. Il proprio bagaglio conoscitivo concede certamente modelli e schemi
che tutelano nei confronti della relazione col mondo, ma stereotipizza il
comportamento, lo rende manierato e prevedibile nel suo agire.
Quando si sospende il giudizio obbligando la conoscenza che obbliga, lì, in quella
terra di confine, si abbandona il conosciuto e si entra nel mondo dell'inconscio
dove il potenziale si definisce e si struttura appieno. Più il terapeuta concede, fa
scoprire e utilizzare autonomamente gli strumenti necessari al paziente per
liberarsi dai propri problemi e pensieri, più si dà spazio all'intelligenza - o al
potenziale dell'inconscio che è la stessa cosa - di potersi manifestare.
Le persone spesso sono intrappolate nei loro pensieri e quando sono invischiate
in questo loop ricorsivo di una monoidea tematica dettata dalla conoscenza che
obbliga, l'unico risultato è la paralisi in un comportamento stereotipato o fobico che
non lascia spazio al nuovo, a una libertà di azione per altre azioni e comportamenti
diversi.
Un atteggiamento del terapeuta che miri a stimolare l'intelligenza e l'inconscio ad
agire creativamente - perché preventivamente svincolati e liberati dalla zavorra del
noto empirico e culturale - concede nuovi approcci e strategie d'azione alternative
alla persona. Liberarsi dal flusso riflessivo ricorsivo significa smettere la pratica
esperienziale dell'ovvio e dello scontato per porsi, invece, in una dimensione,
intelligente e creativa appunto, che porta al cambiamento di stato.
La fama di Milton Erickson come ipnoterapeuta negli anni settanta era tale che uno
scienziato del calibro di Gregory Bateson mandò due suoi stretti collaboratori, J
Haley e R. Weakleand, per studiare la strategia comunicativa di questo stravagante
personaggio. Bateson, che fu uno dei padri fondatori della prima e seconda
cibernetica, in quel periodo conduceva delle ricerche sui paradossi dell'astrazione
nella comunicazione e in Erickson trovò un artista della metafora e delle
costruzioni linguistiche paradossali. Haley fu così colpito e affascinato dall'abilità
linguistica in ambito psicoterapeutico che scrisse un libro su Erickson - Terapie non
comuni - che consacrò definitivamente lo psichiatra di Phoenix come il primo e
vero maestro fondatore della terapia strategica breve.
Nella prassi metodologica ericksoniana si trova in nuce e perfettamente attivo - e
probabilmente in maniera spontanea e scientificamente inconsapevole - il secondo
principio della cibernetica, il quale afferma che non si può descrivere sé stessi,
cosa si fa e cosa si pensa prescindendo da come si è, perché ogni sistema
biologico è strutturalmente determinato perché dipende dalla propria struttura.
Detto in altri termini: se una persona si comporta e agisce in un certo modo e
descrive il suo comportamento con una sintassi di un certo tipo è perché la sua
struttura biologica in quel momento non gli consente di fare dell'altro, non ha la
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possibilità di vedere e praticare altre soluzioni.
Nel rapporto terapeutico il paziente porta quel che ha, mentre il terapista utilizza
tutto quel che c'è.
L'uso della parola e della metafora, la pratica artistica della costruzione verbale
ambigua e confusiva, invece, sembrano una strategia per superare in maniera
anticipatoria rispetto alle conoscenze scientifiche l'impasse del terzo principio della
cibernetica: ossia che il problema della conoscenza sta nell'uso del linguaggio
come elemento di ricerca della verità.
Certamente la modalità con la quale Erickson scardina la barriera della
comunicabilità è paradossale, proprio perché usa il linguaggio stesso, e lo utilizza
con una forma di per se ineffabile - attraverso la metafora appunto - cioè con una
struttura linguistica per definizione ambigua e pluri significante.
Erickson è stata un figura in campo psicoterapeutico che ha portato una ventata
innovativa su più fronti: quello maggiormente evidente interessa il dominio
dell'ipnosi e dell'inconscio. Per Milton l'ipnosi è uno stato di coscienza alternativo
che permette di accedere ad una porzione del nostro io che generalmente non
prendiamo in considerazione, o solo marginalmente e occasionalmente: ossia
l'inconscio. Quest'ultimo, poi, non è psicoanaliticamente un ricettacolo di malanni e
pulsioni represse, ma piuttosto un serbatoio di risorse a cui la persona
volontariamente può accedere. La via di accesso a queste risorse inconsce è
proprio la trance.
Ma anche l'atteggiamento rispetto al paziente viene completamente rivoluzionato:
tanto nel ruolo istituzionale fino ad allora assunto da tutti i psicoterapeuti, quanto
nella forma estetica dell'approccio con il paziente. La persona che consultava
Erickson non si trovava di fronte un cattedratico investito del ruolo di medico o
psicoterapeuta posto al di là della scrivania, in camice bianco e ad una debita
distanza dal soggetto.
Al contrario: in abiti civili, si sedeva davanti al paziente e prendeva contatto, anche
fisicamente, mediante dei toccamenti e sfioramenti delle mani sul corpo del
soggetto. Il rapporto per essere pienamente empatico doveva includere ogni forma
di comunicazione interpersonale, quindi non solo quella verbale - dove lui era un
vero artista - ma anche a livello somatico. è stato un attento osservatore di tutto il
linguaggio non verbale tanto che la semeiotica ericksoniana è basata sulla
minuziosa micro osservazione dei modelli attuali di comportamento del paziente:
dal suo modo di vestire, gli oggetti che indossa, ai movimenti delle mani e braccia
e del volto quando accompagna il parlato e quando rimane zitto, et.
Questo suo atteggiamento estremamente empatico e di acuto e raffinato
osservatore delle persone gli consentiva di affermare quanto segue:
Comprendere il cliente significa coglierne le reali motivazioni ed ascoltare anche quello
che non sta dicendo, quando invece dovrebbe farlo. Dunque il non dire e il non fare
come segni da decifrare e utilizzare in chiave terapeutica. Io non credo a tutto quello
che mi dice un paziente!
Zeig 1990
Lui utilizzava veramente tutto quello che era disponibile e che veniva offerto dal
paziente, anche la menzogna e il non detto: perchè in terapia non è importante la
verità, ma ottenere il cambiamento di stato della persona. Per ottenere questo
risultato è possibile prendere in considerazione ogni aspetto del paziente, anche le
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sue menzogne, costruendo addirittura nuove menzogne se questo può servire da
leva per smuovere l'inerzia comportamentale dell'individuo.
Per quanto riguarda la capacità del terapeuta di saper indurre in trance il paziente
o di poter essere efficace ai fini della malattia o del disagio presentato dal soggetto,
quello che conta non sono le tecniche o la perizia professionale, ma è
l'intenzionalità del terapeuta stesso. Se il professionista è convinto di essere un
bravo ipnotista, al di là della tecnica e del metodo usato, riuscirà ad avere un
risultato con il paziente proprio perchè è convinto, intenzionalmente certo che il
suo agire sarà efficace(1).
Come Monod ha detto ogni evento (per lui si trattava nello specifico di sistemi
viventi) è una combinazione imprevedibile di caso e necessità. Quando noi
operiamo intenzionalmente, cioè siamo veramente convinti in quello che stiamo
facendo, siamo perfettamente consapevoli che il nostro atto ha un preciso
significato e una determinata efficacia sull'oggetto del nostro agire, è come si
potesse interferire sulle due leve del caso e della necessità, spostando il fulcro
dell'azione verso la prima in modo da rendere il nostro atto maggiormente
necessario e considerevolmente meno in balia del caso.
L'intenzionalità, vista sotto questa ottica, è in relazione e forse costituisce anche
una forma di determinismo negli esiti relazionali di qualsiasi rapporto terapeutico
tra paziente e professionista.
Il modo di fare terapia di Milton comprende il saper accompagnare il paziente però
seguendolo e controllando le azioni e le risposte che il soggetto fornisce nel corso
del trattamento. Esistono tre punti fondamentali nella terapia ericksoniana:
• Facendo vivere al paziente, in pratica, il nuovo comportamento, all'interno
del setting terapeutico.
• Continuando a seguire il paziente nel suo comportamento e seminando
nuove possibilità per arricchirne l'esperienza di cambiamento.
• Creando le condizioni per cui si eserciti nel suo nuovo comportamento, con
fantasia e creatività.
Lui ritiene che la persona ha già tutte le risorse necessarie per cambiare di stato:
sta male perchè non riesce ad usarle nella situazione disfunzionale e relega le sue
risorse e potenzialità solo a determinati contesti. Quindi Erickson dapprima allucina
le risorse indispensabili per la risoluzione del problema e poi da modo al paziente
di far accedere a tali risorse tramite la comunicazione ipnotica indiretta.
Uno degli aspetti più interessanti del rapporto di Milton con il paziente non era
solamente quello di stare particolarmente attento alla comunicazione non verbale,
ma era l'abilità quasi magica di riuscire a ricalcare anche la dimensione culturale
del paziente. Il ricalco culturale è un'abilità molto sottile e permette al terapeuta di
entrare nel mondo del paziente, mentre al soggetto viene facilitata l'esperienza di
accettazione della figura professionale che ha di fronte permettendogli di entrare
liberamente nella sua sfera intima e privata.
Il ricalco culturale è la massima espressione di accettazione dell'alterità del
terapeuta che fa sentire e vivere al paziente di essere veramente dalla sua parte,
che è lì per lui, che lo ascolta e lo capisce sino in fondo, senza giudizi e spoglio da
pregiudizi.
Tecnicamente il ricalco culturale si ottiene usando il linguaggio del paziente
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manifestando di conseguenza le idee che ne stanno a monte e motivano
quell'azione verbale, facendogli inoltre sentire che tali idee sono state condivise e
accettate per quello che sono, senza un giudizio che le soppesino sul piano etico,
morale o culturale: sono state cioè apregiudizialmente accettate e credute come
fossero le proprie idee.
In questo modo la persona sente che di fronte a lui ci sta un individuo non solo che
lo comprende, ma che è come lui, che sente e vive con le stesse sensazioni e
modalità questa vita complessa. Questa consapevolezza del soggetto abbassa la
sua critica tanto da essere spontaneamente disposto ad aprire le porte e accettare
il terapeuta e la relazione con lui e, successivamente, di intraprendere il percorso
di cambiamento.

Intervento del Dr. Marco Chisotti a cura di Claudio Gnata.