

Humberto Maturana presenta in modo introduttivo e completo il suo pensiero biologico, filosofico ed epistemologico. Con la sua ricerca nel dominio della biologia, Maturana ha i-nesso radicalmente in discussione alcuni capisaldi dell'epistemologia occidentale. Ha soprattutto messo in discussione l'idea che il dominio dell'esistenza fisica, composto da entità indipendenti e inanimate, fosse antecedente e fondante rispetto alle specificità biologiche degli esseri umani.
In questo libro, Maturana ci conduce attraverso un affascinante itinerario, che segue una direzione esattamente opposta: che ne è delle nostre tradizionali idee della realtà e delle entità fisiche, se assumiamo come punto di partenza la cognizione e il linguaggio con i fenomeni biologici che caratterizzano la nostra esperienza vissuta? Attraverso questo stesso itinerario si delineano anche le basi epistemologiche e cognitive di un'etica della responsabilità che valorizza al massimo il potenziale creativo di ogni azione umana. Anche questo è un contributo decisivo dell'opera di Maturana, che ne fa non solo un grande scienziato innovatore, ma anche una delle voci più alte della filosofia, dei l'antropologia e della pedagogia della seconda metà dei nostro secolo.
Indice
l. Finalità								 7
2. Il dominio scientifico						11
3. L'oggettività tra parentesi					19
4. Nozioni di base							25
5. Una base per la risposta: il sistema vivente		43
6. La risposta							75
7. Conseguenze							87
8. Il dominio di esistenza fisico			 105
9. La realtà 	 			 117
10. Autocoscienza e realtà				 121
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Finalità		
Il mio intento in questo saggio è di spiegare la conoscenza come fenomeno biologico e, mentre lo faccio, di mostrare come l'autocoscienza nasca nel linguaggio, evidenziando i fondamenti ontologici del dominio d'esistenza fisico come dominio cognitívo che ci pone dei limiti. Perché questo sia possibile, partirò da due condizioni empiriche necessarie, che costituiscono ad un tempo il mio problema e i miei strumenti esplicativi, e cioè: a) la conoscenza è un fenomeno biologico e come tale deve essere spiegato, e ciò è evidenziato dal fatto che qualsiasi alterazione biologica del nostro sistema nervoso modifica le nostre capacità cognitive; b) noi, in quanto esseri umani, esistiamo nel linguaggio, cioè utilizzando il linguaggio per le nostre spiegazioni, come sarà dimostrato in questo scritto.
Queste due condizioni empiriche costituiscono il mio punto di partenza perché mi ci trovo immerso necessariamente ogni volta che cerco dispiegare qualche cosa; costituiscono anche il mio problema, dato che ho scelto di spiegarle; infine, sono necessariamente i miei strumenti perché per poter spiegare la conoscenza e il linguaggio devo usare conoscenza e linguaggio.
Propongo di non considerare la conoscenza e il linguaggio come proprietà date e inspiegabili, ma come fenomeni propri del campo dell'esperienza umana, che nascono dalle nostre pratiche di vita, e come tali meritano di ricevere una spiegazione in quanto fenomeni biologici. L anche mia intenzione utilizzare questa condizione umana di esistenza nel linguaggio per dimostrare che il dominio d'esistenza fisico, che è un dominio cognitivo, sorge nel linguaggio. Intendo infatti mostrare che l'osservatore e l'osservare sono fenomeni biologici e, in quanto tali, dal punto di vista ontologico sono primari rispetto agli oggetti e al dominio d'esistenza fisico.
Il problema
Tratterò ora la conoscenza come problema fondamentale, e spiegherò il linguaggio mentre procedo nella spiegazione della conoscenza. Noi esseri umani valutiamo la conoscenza in un dato ambito definendo tale ambito con una domanda e pretendendo come risposta una condotta o un'azione adeguata in quell'ambito. Se la risposta che osserviamo ci soddisfa in quanto la riteniamo adeguata al dominio definito dalla nostra domanda, allora la accettiamo come manifestazione di conoscenza per quel dominio e affermiamo che la persona che ha risposto al nostro interrogativo "conosce". Dunque, se qualcuno dichiara di conoscere l'algebra, di essere cioè un algebrista, pretendiamo che dia prova di sé nell'ambito di quella che per noi è l'algebra. Se a nostro giudizio questa persona dà prestazioni adeguate in quell'ambito, allora accettiamo la sua dichiarazione. Se invece la domanda posta non ottiene come risposta quella che noi consideriamo una condotta o un'azione adeguata nel dominio da essa definito, la persona interrogata si disintegra, sparisce, nel senso che perde la sua identità di classe come entità esistente nel dominio operativo definito dalla domanda: da quel momento in poi, l'interrogante procede sulla base della sua non-esistenza. Quindi, dal momento che la condotta (o azione) adeguata è l'unico criterio che possediamo per valutare la conoscenza, adotterò proprio la condotta o azione adeguata (all'interno di un qualsiasi dominio definito da una domanda) come fenomeno che deve essere spiegato quando si spiega la conoscenza.
Natura della risposta
lo sono un biologo, ed è a partire dalla mia esperienza di biologo che affronto in questo saggio il fenomeno della conoscenza come fenomeno biologico. Inoltre dal momento che, come biologo, sono uno scienziato, è da scienziato che provvederò a dare una spiegazione biologica del fenomeno conoscitivo. Per poterlo fare, intendo innanzitutto mostrare che cosa è per me una spiegazione scientifica adeguata (capitolo 2), in modo da rendere evidenti ai lettori tutte le implicazioni della mia spiegazione e in modo che essi possano sapere quando sia raggiunta una spiegazione scientifica adeguata. Intendo esplicitare la mia posizione epistemologica rispetto alla nozione di oggettività (capitolo 3), perché sia chiaro lo statuto ontologico della mia spiegazione. Inoltre chiarirò i concetti che utilizzo nella mia spiegazione, sottolineandone l'appartenenza alla nostra vita quotidiana (capitolo 4), e mostrando cosi il nostro essere coinvolti, come esseri umani, nella spiegazione. Intendo anche definire la natura dei fenomeni biologici implicati nella mia spiegazione (capitolo 5), per evidenziare quanto siamo coinvolti non solo nella spiegazione, ma, come sistemi viventi, nel fenomeno stesso della conoscenza. Infine, nello spiegare la conoscenza come fenomeno biologico, cercherò di mostrare come possano nascere le teorie scientifiche in quanto libere creazioni della mente umana, che spiegano l'esperienza umana piuttosto che un mondo oggettivo indipendente, e come il dominio d'esistenza fisico sorga, nella spiegazione delle pratiche di vita dell'osservatore, come caratteristica dell'ontologia dell'osservare (capitoli 6-9).
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Il dominio scientifico
Come esseri umani ci troviamo qui e ora nella prassi del vivere, nell’immediatezza dell'essere umani, nel linguaggio e nell'agire linguistico, in una situazione empirica a priori in cui tutto ciò che è, tutto ciò che avviene, è ed avviene dentro di noi come parte della nostra prassi. Se è cos1, tutto quello che possiamo dire su come avvengano le cose ha luogo nello svolgersi concreto della nostra vita, come commento, come riflessione, come riformulazione, in breve come una spiegazione della prassi in cui viviamo. Quindi, non sostituisce né costituisce la prassi che ha la pretesa di spiegare. Allora, dire che siamo fatti di materia o che siamo idee nella mente di dio sono entrambe spiegazioni di quella che noi viviamo come la nostra esperienza esistenziale, però né la materia né le idee nella mente di dio costituiscono quell'esperienza esistenziale che dovrebbero spiegare. Le spiegazioni, cioè, hanno luogo operativamente in un meta-dominio rispetto a ciò che intendono spiegare.
Inoltre nella vita quotidiana, nelle reali dinamiche interattive umane, una spiegazione è sempre una risposta ad una domanda riguardante l'origine di un dato fenomeno. Tale risposta è accettata o rifiutata da un ascoltatore, secondo che soddisfi il suo particolare criterio di accettazione, implicito o esplicito. Per questa ragione esistono tanti tipi diversi di spiegazione quanti sono i criteri di accettazione che gli osservatori possono definire per le riformulazioni linguistiche dell'immediatezza delle loro vite. Di conseguenza ogni dominio di spiegazioni, definito da un particolare criterio di accettazione, costituisce un dominio cognitivo chiuso in quanto dominio delle asserzioni o azioni accettabili per quegli osservatori che adottano quel particolare criterio. La scienza, e nello specifico la scienza moderna, in quanto dominio cognitivo non fa eccezione. Di fatto, la scienza moderna è quel particolare dominio cognitivo che adotta la cosiddetta spiegazione scientifica come criterio di validità (accettabilità) delle asserzioni che lo riguardano. Permettetemi di essere più esplicito su questo punto.
Spiegazioni scientifiche
Solitamente gli scienziati non riflettono sulle condizioni costitutive della scienza. Eppure, da quello che fanno gli scienziati moderni è possibile determinare in maniera operativa (e dunque empiricamente) che cosa costituisce una spiegazione scientifica, e cioè il criterio di validità di quelle che dichiarano essere le loro asserzioni scientifiche. Inoltre, questo criterio di validità delle asserzioni scientifiche può essere descritto come una riformulazione di quello che si intende solitamente per metodo scientifico.
Domini di attività umane diversi implicano intenzioni diverse. Così, mentre l'intenzione dell'arte è quella di generare un'esperienza estetica, e l'intenzione della tecnologia è quella di produrre, l'intenzione della scienza è spiegare. E quindi nel contesto dello spiegare che il criterio di validità di una spiegazione scientifica stabilisce che siano soddisfatte insieme, nella prassi in cui un osservatore vive, quattro condizioni operative, una delle quali è la spiegazione scientifica, e cioè la proposta di un meccanismo ad hoc che generi il fenomeno da spiegare in modo tale che l'osservatore ne abbia esperienza diretta nella propria prassi. Ed è sempre nel contesto dello spiegare che si deve intendere la spiegazione scientifica come il criterio di validità delle asserzioni scientífiche. Infine, è ancora nel contesto dello spiegare che una comunità scientifica moderna deve essere ravvisata come comunità di osservatori (che chiameremo d'ora in avanti osservatori standard), i quali usano come criterio di validità delle proprie asserzioni la spiegazione scientifica. Non esistono "cose" come le osservazioni scientifiche, o le ipotesi scientifiche, o le predizioni scientifiche: ci sono soltanto spiegazioni scientifiche e asserzioni scientifiche. Ne segue che l'osservatore standard può pronunciare asserzioni scientifiche in un qualsiasi dominio della sua prassi nel quale sia in grado di produrre spiegazioni scientifiche.
Come si è detto, un'asserzione scientifica è valida come tale solo all'interno della comunità di osservatori standard, definiti così nella misura in cui sono in grado di comprendere ed accettare la spiegazione scientifica come criterio di validità delle loro asserzioni. Questo fa delle asserzioni scientifiche asserzioni consensuali, e della comunità di osservatori standard una comunità scientifica. In linea di principio, ogni essere umano può appartenere alla comunità scientifica, grazie a due fatti: Il primo è che, in quanto essere umano vivente, un osservatore può comprendere ed accettare la spiegazione scientifica come criterio di validità delle proprie asserzioni e diventare così un osservatore standard; il secondo è che il criterio di validità delle asserzioni scientifiche è lo stesso criterio operativo di validità delle azioni e delle asserzioni che utilizziamo nella vita di tutti i giorni, per quanto non con la precisione sufficiente a evitare di confondere i domini fenomenici. Effettivamente, questi due fatti costituiscono la base per la pretesa di universalità che gli scienziati si arrogano per le loro asserzioni, ma la peculiarità degli scienziati è la loro attenzione nell'evitare di confondere i domini fenomenici,
quando applicano nel concreto il criterio di validità delle asserzioni scientifiche.
Scienziati e filosofi della scienza solitamente credono che l'efficacia operativa della scienza e della tecnologia riveli una realtà oggettiva indipendente, e che le asserzioni scientifiche svelino le caratteristiche di un universo indipendente, di un mondo oggettivo. Molti scienziati e filosofi della scienza credono che senza l'esistenza indipendente di una realtà oggettiva la scienza non possa esistere. Eppure, se operiamo un'analisi costitutiva, cioè ontologica, del criterio di validità delle asserzioni scientifiche visto sopra, è evidente che le spiegazioni scientifiche non richiedono un'assunzione di oggettività, in quanto non spiegano una realtà oggettiva indipendente. Le spiegazioni scientifiche spiegano la prassi in cui vive l'osservatore, e lo fanno attraverso le coerenze operative che l'osservatore costruisce nella sua prassi. E’ questo fatto che dà alla scienza i suoi fondamenti biologici e fa della scienza un dominio cognitivo legato alla biologia dell'osservatore e caratterizzato dall'ontologia dell'osservare.
La scienza
Concludendo, la descrizione operativa di quello che costituisce una spiegazione scientifica come criterio di validità delle asserzioni scientifiche rivela le seguenti caratteristiche delle asserzioni
scientifiche in generale, e della scienza come dominio di asserzioni scientifiche in particolare. Le asserzioni scientifiche sono affermazioni consensuali valide unicamente all'interno della comunità di osservatori standard che le genera; la scienza come dominio delle asserzioni scientifiche non necessita di una realtà oggettiva indipendente, e neppure ne rivela una.
Dunque, l'efficacia operativa della scienza come dominio cognitivo poggia unicamente sulla coerenza operativa esistente nella prassi degli osservatori standard che generano la scienza come dominio particolare di coordinazioni consensuali delle loro azioni, vivendo insieme come comunità scientifica. La scienza non è un modo per rivelare una realtà indipendente, ma un modo per costruire una realtà particolare vincolata dalle stesse condizioni che costituiscono l'osservatore come essere umano.
Dal momento che i membri di una comunità di osservatori standard possono generare asserzioni scientifiche in qualsiasi dominio fenomenico in cui sia applicabile il criterio di validità, l'universalità di un corpo particolare di asserzioni scientifiche dipenderà dall'universalità, nel dominio umano, degli osservatori standard che possono generare tale corpo di asserzioni. Infine, le asserzioni scientifiche sono valide solo finché restano valide le spiegazioni scientifiche che le sostengono, e queste lo saranno soltanto se le quattro condizioni operative che devono essere soddisfatte congiuntamente nella loro costituzione saranno soddisfatte, anche rispetto a tutti i fenomeni deducibili nella prassi degli osservatori standard in base al dominio di coerenze operative definito dal meccanismo generativo proposto.
Si dice spesso che le spiegazioni scientifiche sono riduzioniste, e cioè consistono nell'esprimere i fenomeni da spiegare in termini più basilari. Questo modo di vedere è inadeguato. Le spiegazioni scientifiche sono costitutivamente non-riduzioniste perché consistono nel proporre un meccanismo generativo e non nell'esprimere i fenomeni propri di un dominio come fenomeni di un altro.
Infatti in una spiegazione scientifica il fenomeno spiegato deve nascere come risultato del funzionamento operativo del meccanismo generativo, del quale non può essere una parte perché, se così fosse, la proposta di spiegazione sarebbe costitutivamente inadeguata e dovrebbe essere rifiutata. Il fenomeno spiegato e i fenomeni propri del meccanismo generativo riguardano costitutivamente domini fenomenici che non si intersecano.
In una spiegazione scientifica il meccanismo generativo è costruito da un osservatore standard a partire dal proprio dominio di esperienze nella prassi in cui vive, come una proposizione ad hoc che in linea di principio non richiede giustificazioni. Quindi i componenti del meccanismo generativo, come pure i fenomeni derivanti dal loro funzionamento, hanno carattere di fondamenti rispetto al fenomeno che deve essere spiegato; come tali la loro validità è accettata per principio a priori.
Di conseguenza, ogni dominio scientifico come dominio di asserzioni scientifiche è fondato su presupposti empirici di base che non si giustificano in esso e costituisce, nella prassi dell'osservatore standard, un dominio di coerenze operative costruito in base alle coerenze coinvolte nei meccanismi generativi delle spiegazioni scientifiche che validano quel dominio scientifico.
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Un’oggettività tra parentesi
Se si osservano le due ombre proiettate da un oggetto che intercetta parzialmente e simultaneamente due luci diverse, una bianca e l'altra rossa, e se si possiede la visione tricromatica, allora si vedrà che mentre la zona d'ombra proiettata dalla luce bianca quando viene investita dalla luce rossa appare rossa, la zona d'ombra proiettata dalla luce rossa che riceve la luce bianca appare d'un colore azzurro-verdastro. Questa esperienza è obbligata e inevitabile, anche se sappiamo che la zona d'ombra proiettata dalla luce rossa dovrebbe apparire bianca o grigia, in quanto riceve solo luce bianca. Se chiediamo come mai si vede verde-azzurro laddove c'è solo luce bianca, una qualche autorità attendibile ci dirà che l'esperienza dell'ombra verde azzurro è un'illusione cromatica, dato che non c'è alcuna luce di quel colore che la giustifichi come percezione. Noi viviamo quotidianamente varie esperienze che vengono classificate nello stesso modo come illusioni o allucinazioni, invece che
percezioni. Affermiamo che esse non ci permettono di afferrare una realtà indipendente, per il fatto che possiamo squalificarle facendo ricorso all'opinione di un amico del quale accettiamo l'autorità, oppure basandoci su un'esperienza sensoriale diversa che consideriamo più accettabile come criterio percettivo. Nell'esperienza in sé, tuttavia, non siamo in grado di distinguere tra un'illusione, un'allucinazione e una percezione: sono índistinguibili dal punto di vista empirico. Una simile distinzíone può essere operata socialmente, soltanto mediante l'uso di un'esperienza diversa (dello stesso osservatore oppure di un altro sottoposto a restrizioni simili) come criterio autorevole di distinzione meta-esperienziale. La nostra incapacità di distinguere empiricamente tra quelle che chiamiamo comunemente illusione, allucinazione e percezione è una condizione costitutiva per noi come sistemi viventi, e non una semplice limitazione dello stato attuale delle nostre conoscenze. Ammettere questo fatto dovrebbe indurci a porre un punto interrogativo su qualsiasi certezza percettiva.
Un invito
Il termine percezione viene dall'espressione latina per-capere che significa afferrare, e implica che percepire significhi afferrare le caratteristiche di un mondo indipendente dall'osservatore. Questo modo di vedere assume l'oggettività, e quindi la possibilità di conoscere un mondo indipendente dall'osservatore, come la condizione ontologica su cui si basa la distinzione tra illusione, allucinazione e percezione. Dunque, mettere in dubbio la validità operativa in ambito biologico della distinzione tra illusione, allucinazione e percezione significa mettere in dubbio la validità ontologica della nozione di oggettività nello spiegare il fenomeno della conoscenza. Ma allora come si potrebbe procedere? Qualsiasi riflessione o commento su come si attui la prassi del vivere è una spiegazione, e cioè una riformulazione di quello che effettivamente succede. Se questa riformulazione non si interroga circa le proprietà dell'osservatore, se dà per scontati la conoscenza e il linguaggio, allora deve presumere l'esistenza indipendente di quello che viene conosciuto. Se, d'altra parte, questa riformulazione mette in dubbio le proprietà dell'osservatore, se si chiede come sorgano la conoscenza e il linguaggio, allora deve accettare l'impossibilità empirica di distinguere tra illusione, allucinazione e percezione ed assumere come fatto costitutivo che l'esistenza dipende dalla biologia dell'osservatore. La maggior parte delle tradizioni filosofiche è da ascrivere alla prima posizione, in quanto assume l'esistenza indipendente di qualche cosa, sia essa la materia, l'energia, le idee, dio, la mente, lo spirito... o la realtà. Al contrario, io invito il lettore ad adottare la seconda posizione e a prendere sul serio il carattere costitutivo della condizione biologica dell'osservatore, con tutte le conseguenze che tale condizione costitutiva comporta.
Un’oggettività tra parentesi
Un’assunzione di oggettività non è necessaria per generare una spiegazione scientifica. Quindi, come scienziato che cerca di spiegare la conoscenza come fenomeno biologico, procederò senza fare uso della nozione di oggettività per validare quello che dico, e cioè metterò l’oggettività tra parentesi. In altre parole, procederò utilizzando un linguaggio di oggetti perché è l'unico linguaggio che abbiamo (e che possiamo avere) e userò come punto di partenza l'esperienza d'essere nel linguaggio mentre uso il linguaggio per spiegare la conoscenza e il linguaggio. Non íntendo affermare che ciò che dico è valido perché c'è una realtà oggettiva indipendente che lo rende tale. Parlerò da biologo, e quindi userò il criterio di validità delle asserzioni scientifiche per validare quello che dico, assumendo che tutto quello che avviene è costruito dall'osservatore nella prassi in cui vive, come condizione empirica primaria, e che ogni spiegazione viene solo in seconda istanza.
Universo contro multiversi
Un assunzione di oggettività, e cioè l'oggettività senza parentesi, implica come premesse che l'esistenza sia indipendente dall'osservatore e che il riferimento ultimo per la validazione di qualsiasi spiegazione sia un dominio d'esistenza indipendente, l'universo. Con l'oggettività senza parentesi le cose - le entità - esistono indipendentemente dall'osservatore che le distingue, ed è questa esistenza indipendente delle cose (entità, idee) che definisce la verità. Un oggettività senza parentesi comporta l'unità e alla lunga il riduzionismo, poiché comporta la realtà come dominio fondamentale unico definito dalla sua esistenza indipendente. Chi possiede l'accesso alla realtà ha necessariamente ragione in ogni controversia, e chi non lo possiede necessariamente si sbaglia. Nell'universo la co-esistenza richiede che si obbedisca alla conoscenza.
Contrariamente a tutto ciò, l'oggettività tra parentesi implica che l'esistenza sia costruita dalle distinzioni compiute dall'osservatore, e che ci siano tanti domini d'esistenza quanti sono i tipi di distinzioni operati dall'osservatore: l'oggettività tra parentesi implica i multiversi implica la nozione che l'esistenza dipende costitutivamente dall'osservatore e che ci sono tanti domini di verità quanti sono i domini d'esistenza che questi realizza nelle proprie distinzioni.
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Nozioni di base
Unità semplici e composite
Un’operazione basilare che un osservatore compie nella sua prassi è l'operazione di distinzione. Con essa, l'osservatore costruisce un'unità (un'entità, una totalità) come pure il medium in cui questa unità è distinta, comprendendo in quest'ultímo aspetto tutte le coerenze operative che gli rendono possibile distinguere quell'unitá nella propria vita pratica.
L’osservatore può distinguere nella sua prassi due tipi di unità, semplici e composite. E semplice un'unità realizzata in un'operazione di distinzione che la costituisce come totalità definendone le proprietà come una collezione di dimensioni interattive nel medium in cui viene distinta. Un'unità semplice, definita e caratterizzata da una collezione di proprietà, nasce in quanto oggetto di una distinzione nella prassi in cui vive l'osservatore.
L'unità composita invece è un'unità che, distinta come unità semplice, attraverso ulteriori operazioni di distinzione viene scomposta dall'osservatore in componenti che, quando vengono composti, costituiscono l'unità semplice originaria nel dominio in cui è distinta. Dunque un'unità composita è distinta dal punto di vista operativo come unità semplice in un dominio che è "meta" rispetto a quello in cui sono distinti i suoi componenti (perché risulta da un'operazione di composizione). Di conseguenza, i componenti di un'unità composita e l'unità semplice ad essa correlata sono in una relazione costitutiva di mutua definizione. Allora, le proprietà di un'unità composita quando è distinta come unità semplice implicano le proprietà dei componenti che la costituiscono; viceversa, le proprietà dei componenti di un'unità composita e la maniera in cui sono combinati insieme determineranno le proprietà che caratterizzano l'unità quando viene distinta come unità semplice. Di conseguenza, non esiste qualcosa come la distinzione di un componente indipendentemente dall'unità di cui esso fa parte, né è possibile scomporre un'unità semplice, distinta come unità composita, in un insieme arbitrario di componenti disposti in una combinazione altrettanto arbitraria. Di fatto, non c'è qualcosa come un componente libero che fluttua qua e là indipendentemente dall'unità composita di cui fa parte. Quindi, ogni volta che diciamo di trattare un'unità semplice come composita ed affermiamo di farlo distinguendo in essa degli elementi che, messi insieme, non rigenerano l'unità originale, di fatto non stiamo scomponendo l'unità che crediamo di scomporre, ma un'altra, e gli elementi che distinguiamo non sono, come noi diciamo, componenti di quell'unità composita.
Organizzazione e struttura
Un'unità composita particolare è caratterizzata dai componenti e dalle relazioni tra questi che la costituiscono in quanto unità composita che può essere distinta, in un meta-dominio rispetto ai suoi componenti, come unità semplice particolare di un certo tipo. Come tale, una particolare unità composita possiede un'organizzazione e una struttura, che possono essere caratterizzate come segue:
a) Le relazioni tra i componenti che fanno di un'unità composita un'unità composita di un tipo particolare, determinandone l'identità di classe come unità semplice in un meta-dominio rispetto a quello dei suoi componenti, costituiscono la sua organizzazione. In altri termini: l'organizzazione di un'unità composita è la configurazione delle relazioni statiche o dinamiche tra i suoi componenti che determina la sua identità di classe in quanto unità composita che può essere distinta come unità semplice di un tipo particolare. Quindi, se l'organizzazione di un'unità composita cambia, essa perde la propria identità di classe, e cioè si disintegra. Un organizzazione di un'unità composita rimarrà necessariamente invariante finché essa conserva la sua identità di classe, e viceversa.
b) In un'unità composita particolare, sia essa statica o dinamica, i componenti effettivi più le effettive relazioni tra questi che la realizzano come unità (caratterizzata da una particolare organizzazione) costituiscono la sua struttura. In altri termini, la struttura di un'unità composita particolare è la maniera in cui essa è effettivamente costituita, attraverso componenti e relazioni statiche o dinamiche effettivi in un determinato spazio; un'unità composita particolare conserva la sua identità di classe solo fino a quando la sua struttura realizza in essa l'organizzazione che la definisce. Quindi, in qualsiasi unità composita particolare, la configurazione delle relazioni tra i componenti che ne costituisce l'organizzazione deve realizzarsi nella sua struttura come sottoinsieme di tutte le relazioni effettive che sussistono tra i suoi componenti in quanto entità effettivamente in interazione.
Segue da tutto ciò che la caratterizzazione dell'organizzazione di un'unità composita come una configurazione di relazioni tra componenti non ci dice nulla delle caratteristiche o proprietà di tali componenti; sappiamo solo che essi, attraverso le loro interazioni nel comporla, devono soddisfare le relazioni definitorie dell'organizzazione di quell'unità. Ne segue anche che la struttura di un'unità composita può cambiare senza che essa perda la sua identità di classe, purché attraverso tali cambiamenti strutturali venga conservata la configurazione di relazioni che ne costituisce l'organizzazione. Se, al contrario, l'organizzazione di un'unità composita non viene conservata nei suoi cambiamenti strutturali, l'unità perderà la propria identità di classe: si disintegrerà, e al suo posto comparirà qualcosa d'altro. Dunque, un'unità composita dinamica è un'unità la cui struttura cambia continuamente mentre conserva l'organizzazione.
Sistemi strutturalmente determinati
Dal momento che la struttura di un'unità composita consiste nei suoi componenti con le loro relazioni, qualsiasi cambiamento intervenga in un5unità composita sarà un cambiamento strutturale, necessariamente determinato ad ogni istante dalla struttura che essa avrà in quell'istante, attraverso il funzionamento delle proprietà dei suoi componenti. Inoltre, anche i cambiamenti strutturali che un'unità composita subisce come effetto di un'interazione sono determinati dalla sua struttura. Questo perché tali cambiamenti strutturali avvengono nell'azione reciproca delle proprietà che i componenti dell'unità possiedono in quanto coinvolti nella sua composizione. Quindi un agente esterno che interagisca con un'unità composita si limiterà ad innescare e non determinerà in essa un cambiamento strutturale. Dal momento che si tratta di una condizione costitutiva per le unità composite, niente che sia esterno ad esse può determinare ciò che accade al loro interno: per le unità composite non esistono, cioè, interazioni istruttive. Infine, come effetto di quest'ultima condizione, la struttura di un'unità composita determina anche con quali configurazioni strutturali del medium essa potrà interagire. In genere, allora, tutto ciò che si attua in un'unità composita è un cambiamento strutturale, e qualsiasi cambiamento strutturale in un'unità composita sarà determinato ad ogni istante dalla sua struttura in quell'istante. Questo vale sia per le unità composite statiche sia per quelle dinamiche, e la sola differenza tra esse è che le unità dinamiche, al contrario di quelle statiche, attraversano continui cambiamenti strutturali generati nel contesto delle loro interazioni come parte integrante della loro stessa costituzione. Segue da tutto ciò che le unità composite sono sistemi strutturalmente determinati, nel senso che tutto ciò che avviene in esse è determinato dalla loro struttura. Questo concetto può essere espresso in maniera sistematica dicendo che la struttura dell'unità composita determina in ogni istante:
a) Il dominio di tutti i cambiamenti strutturali che essa può attraversare conservando la propria organizzazione (identità di classe) e l'adattamento in quell'istante; chiamo questo dominio il dominio istantaneo dei possibili cambiamenti di stato dell'unità composita.
b) Il dominio di tutti i cambiamenti strutturali che essa può attraversare perdendo l'organizzazione e l'adattamento in quell'istante; chiamo questo dominio il dominio istantaneo delle possibili disintegrazioni dell'unità composita.
c) E dominio di tutte le diverse configurazioni strutturali del medium che essa riconosce in quell'ístante come interazioni che innescano in essa cambiamenti di stato; chiamo questo dominio il dominio istantaneo delle possibili perturbazioni dell'unità composita.
d) Il dominio di tutte le diverse configurazioni strutturali del medium che essa riconosce in quell'istante come interazioni che innescano la sua disintegrazione; chiamo questo dominio il dominio istantaneo delle possibili interazioni distruttive dell'unità composita.
Questi quattro domini di determinismo strutturale, che caratterizzano ad ogni istante tutti i sistemi strutturalmente determinati, ovviamente non sono fissi ma cambiano mentre cambia la struttura del sistema per effetto della sua dinamica interna o delle sue interazioni. Queste caratteristiche generali dei sistemi strutturalmente determinati portano con sé diverse conseguenze; ne menzionerò sei. La prima conseguenza è che durante l'ontogenesi di un sistema strutturalmente determinato i suoi quattro domini di determinismo strutturale cambiano continuamente seguendo il corso delle sue interazioni e della sua dinamica strutturale interna. La seconda conseguenza è che alcuni sistemi strutturalmente determinati hanno domini di determinismo strutturale ricorrenti (ripetitivi), poiché possiedono configurazioni strutturali che si ripetono; questo non vale per i sistemi la cui struttura cambia in maniera non ricorrente. La terza conseguenza è che, sebbene la struttura di un sistema strutturalmente determinato determini le configurazioni strutturali del medium con cui esso può interagire, tutte le sue interazioni nascono come coincidenze con sistemi indipendenti che dunque non possono essere predetti a partire da essa. La quarta conseguenza è che un'unità composita esiste solamente finché si muove attraverso il medium in interazioni che sono perturbazioni, e si disintegra alla prima interazione distruttiva. La quinta conseguenza è che, dal momento che il medium non può definire che cosa succederà in un sistema strutturalmente determinato perché si limita ad innescare in esso i cambiamenti strutturali dovuti alle sue interazioni, tutto quello che può accadere ad un'unità composita, in relazione alle sue interazioni nel medium, è soltanto che il corso dei suoi cambiamenti strutturali sarà contingente alla sequenza di quelle interazioni. La sesta conseguenza è che, dal momento che i sistemi meccanicisti sono sistemi strutturalmente determinati e dal momento che le spiegazioni scientifiche comportano che siano sistemi meccanicisti quelli proposti per spiegare i fenomeni, noi ci occupiamo solamente di sistemi strutturalmente determinati.
Esistenza
Mettendo l'oggettività tra parentesi accettiamo di non poter costitutivamente asserire l'esistenza indipendente delle cose (entità, unità, idee ecc.) e riconosciamo che un'unità esiste solamente nell'essere distinta dall'osservatore che la costruisce nella sua prassi. Ma riconosciamo anche che la distinzione ha luogo nella prassi in cui vive l'osservatore attraverso un'operazione che definisce simultaneamente l'identità di classe dell'unità distinta (semplice o composita) e il suo dominio d'esistenza inteso come spazio delle coerenze operative in cui la sua distinzione ha senso, anch'esso come caratteristica della prassi dell'osservatore. Dal momento che l'identità di classe di un'unità composita è definita dalla sua organizzazione e che questa può realizzarsi solamente finché l'unità continua ad interagire in un dominio di perturbazioni, l'esistenza di un'unità composita implica non solo la conservazione della sua organizzazione, ma anche la conservazione della sua coerenza operativa strutturale nel dominio di coerenze operative in cui viene distinta. Similmente, dal momento che l'identità di classe di un'unità semplice è definita dalle sue proprietà e che queste sono definite in relazione al dominio operativo in cui viene distinta, l'esistenza di un'unità semplice comporta la conservazione delle proprietà che la definiscono e la coerenza operativa strutturale in cui tali proprietà si realizzano.
Accoppiamento strutturale o adattamento
Definisco accoppiamento strutturale o adattamento la relazione di coerenza strutturale dinamica con il medium in cui un'unità conserva la propria identità di classe (e cioè l'organizzazione se si tratta di un'unità composita, il funzionamento delle proprietà se si tratta di un'unità semplice); questa relazione è implicata nella distinzione stessa dell'unità, attraverso la costruzione che ne fa l'osservatore nella sua prassi. Di conseguenza, la conservazione dell'identità di classe e la conservazione dell'adattamento sono condizioni costitutive per l'esistenza di qualsiasi unità (entità, sistema, totalità ecc.) nel dominio d'esistenza in cui l'osservatore la costruisce nella propria prassi. La conservazione dell'identità e la conservazione dell'adattamento, come condizioni costitutive dell'esistenza di qualsiasi unità, sono appaiate e co-implicate di modo che, se una viene perduta, si perde anche l'altra e l'unità smette di esistere. Quando questo avviene, un'unità composita si disintegra e un'unità semplice sparisce.
Domini d'esistenza
Un operazione di distinzione che realizza e definisce un'unità ne realizza e definisce anche il dominio d'esistenza come il dominio delle coerenze operative coinvolte nel funzionamento delle proprietà che caratterizzano l'unità nella sua distinzione. In altri termini, il dominio d'esistenza di un'unità semplice è il dominio di validità operativa delle proprietà che la definiscono come tale, e il dominio d'esistenza di un'unità composita è H dominio di validità operativa delle proprietà dei componenti che la costituiscono. Inoltre, la coerenza operativa che costituisce un dominio d'esistenza come il dominio di validità operativa delle proprietà delle entità che lo definiscono implica anche tutti i requisiti per tale validità. Perciò, un'unità semplice esiste in un unico dominio definito dalle sue proprietà, mentre un'unità composita esiste in due, e cioè nel dominio d'esistenza definito dalle sue proprietà quando viene distinta come unità semplice, e nel dominio d'esistenza definito dalle proprietà dei suoi componenti quando viene distinta come unità composita. Il fatto che la distinzione di un'unità implichi il suo dominio d'esistenza come lo spazio di tutte le coerenze operative - nella prassi dell'osservatore - in cui essa conserva l'identità di classe e l'adattamento, è una condizione costitutiva dell'esistenza di ogni unità. Un'unità non può esistere al di fuori del suo dominio d'esistenza, e se immaginiamo un'unità al di fuori del suo dominio di esistenza, significa che quell'unità esiste in un dominio diverso rispetto all'unità che affermiamo di immaginare.
Determinismo
Dire che un sistema è deterministico significa semplicemente dire che esso funziona conformemente alle coerenze operative del proprio dominio d'esistenza. Infatti, per la nostra incapacità costitutiva di distinguere empiricamente tra percezione e illusione, non possiamo fare alcuna affermazione riguardante una realtà oggettiva. Riconosciamo questo fatto mettendo l'oggettività tra parentesi. In altri termini, dire che un sistema è deterministico è dire che tutti i suoi cambiamenti sono cambiamenti strutturali che sorgono dal funzionamento delle proprietà dei suoi componenti nelle loro interazioni, e non attraverso processi istruttivi nei quali un agente esterno determina quello che avverrà in esso. Di conseguenza, un'operazione di distinzione che costruisce un'unità semplice ne costruisce insieme il dominio d'esistenza come dominio nel quale le sue proprietà hanno applicazione operativa, e fa dell'unità semplice e del suo dominio d'esistenza un sistema deterministico. Allo stesso tempo, l'operazione di distinzione che costruisce un'unità composita ne costruisce insieme il dominio d'esistenza come dominio deterministico dove si applicano operativamente le proprietà dei suoi componenti, nella prassi dell'osservatore. Dunque l'operazione di distinzione che realizza un'unità composita realizza contemporaneamente sia l'unità sia il suo dominio d'esistenza, come sistemi deterministici ciascuno nel corrispondente dominio di coerenze operative nella prassi dell'osservatore.
Lo spazio
La distinzione di un'unità ne realizza il dominio d'esistenza come uno spazio di distinzioni; le dimensioni di tale spazio sono definite dalle proprietà delle unità che, tramite la loro distinzione, lo implicano come dominio di coerenze operative nella prassi dell'osservatore. Così, un'unità semplice esiste e funziona in uno spazio definito dalle sue proprietà; un'unità composita esiste e funziona in uno spazio definito dalle sue proprietà come unità semplice, se è distinta come tale, e in uno spazio definito dalle proprietà dei suoi componenti, se è distinta come unità composita. Di conseguenza, mentre un'unità semplice esiste e funziona in un unico spazio, un'unità composita esiste e funziona in due. Ne consegue, per finire, che senza la distinzione di unità non c'è spazio, e la nozione di unità fuori dallo spazio, come pure la nozione di spazio vuoto, sono senza senso. Uno spazio è un dominio di distinzioni.
Interazioni
Due unità semplici interagiscono quando, come risultato dell'azione reciproca delle loro proprietà, e in modo determinato da tale azione reciproca, esse cambiano la loro posizione relativa in uno spazio o dominio di distinzioni comune. Un'unità composita, invece, interagisce quando alcuni suoi componenti cambiano la loro maniera di corrisporla in seguito alle loro interazioni come unità semplici con altre unità semplici che non sono suoi componenti, ed essa soggiace così a un cambiamento strutturale. Ne segue che un'unità semplice interagisce in tino spazio unico - nello spazio definito dalle sue proprietà - mentre un'unità composita interagisce in due spazi, quello definito dalle sue proprietà come unità semplice, e quello definito dai suoi componenti tramite le proprietà che essi possiedono, come unità semplici, nel costituirne la struttura.
Domini fenomenici
Uno spazio è costituito nella prassi dell'osservatore quando quest'ultimo opera una distinzione. La costituzione di uno spazio ci porta fra le mani un dominio fenomenico, e cioè il dominio in cui sono distinte le relazioni e le interazioni tra le unità che l'osservatore distingue come popolanti quello spazio. Un'unità semplice funziona in un unico dominio fenomenico, quello costituito dall'azione delle sue proprietà come unità semplice. Un'unità composita funziona in due domini fenomenici, quello costituito dall'azione delle sue proprietà come unità semplice e quello costituito dall'azione delle proprietà dei suoi componenti, e cioè il luogo dove avviene la sua composizione. Va aggiunto che i due domini fenomenici in cui funziona un'unità composita non si intersecano e non possono essere ridotti l'uno all'altro, dato che esiste tra di essi una relazione generativa. E dominio fenomenico in cui un'unità composita funziona come unità semplice è secondario alla sua composizione come unità composita e costituisce un dominio meta-fenomenico rispetto a quello in cui ha luogo la composizione. Per questo un'unità composita non può partecipare in quanto unità semplice alla sua stessa composizione.
Medium, nicchia e ambiente
Indico come medium di un'unità lo sfondo di distinzioni che la contiene (includendovi, nel caso si tratti di un'unità composita, tutto ciò che non è coinvolto nella struttura dell'unità) rispetto al quale un osservatore la distingue nella sua prassi e in cui l'unità realizza il suo dominio d'esistenza. Il medium include sia quella parte di sfondo che viene indicata dall'osservatore come circostante l'unità, sia quella parte di sfondo che per l'osservatore interagisce con l'unità, ma ne viene occultata per il fatto che questa opera in accoppiamento strutturale (nel suo dominio d'esistenza). Chiamo nicchia dell'unità quest'ultima parte del medium, definita operativamente ad ogni istante dall'unità stessa nel suo incontro con il medium in accoppiamento strutturale. Dunque, un'unità realizza e definisce continuamente la sua nicchia attraverso il suo operare effettivo nel suo dominio di perturbazioni conservando l'adattamento al medium. Di conseguenza, la nicchia di un'unità non è una parte fissa del medium in cui l'unità è distinta, né può esistere indipendentemente dall'unità che la definisce; essa cambia continuamente con il cambiare del dominio di interazioni dell'unità nella sua dinamica di cambiamento strutturale (se si tratta di un'unità composita). Stando così le cose, un osservatore può distinguere la nicchia di un'unità, a prescindere dal fatto che questa sia semplice o composita, unicamente utilizzando come indicatore l'unità stessa. Infine, chiamo ambiente di un'unità tutto ciò che un osservatore distingue intorno ad essa. In altri termini, mentre la nicchia è quella parte del medium che un'unità incontra (con cui interagisce) nel suo operare in accoppiamento strutturale, occultandola agli occhi dell'osservatore con la sua presenza, l'ambiente è quella parte del medium che un osservatore vede intorno all'unità. Quindi, se un osservatore distingue nella sua prassi un'unità composita dinamica (come può essere un sistema vivente), la vede all'interno di un ambiente come entità con una nicchia (che essa stessa definisce) in trasformazione, mentre
scivola attraverso il medium cambiando continuamente nella struttura e conservando l'identità di classe e l'adattamento. Un'unità composita nel suo medium è come un funambolo che si muove entro un campo gravitazionale su una corda tesa e che conserva l'equilibrio (l'adattamento) mentre la sua forma (la struttura) cambia in maniera congruente con le interazioni visive e gravitazionali cui partecipa mentre cammina (mentre sta realizzando la sua nicchia), e che cade quando questo non avviene più.
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Una base per la risposta:
il sistema vivente
Per rispondere alla domanda sulla conoscenza è ora necessario riflettere sul modo in cui sono costituiti e funzionano i sistemi viventi, ed esaminare alcune ulteriori riflessioni, epistemologiche ed ontologiche, sulle condizioni che devono essere soddisfatte dalla nostra comprensione di questi sistemi.
La scienza si occupa solo di sistemi strutturalmente determinati
Se una spiegazione scientifica comporta che sia proposto un sistema strutturalmente determinato come meccanismo che genera il fenomeno da spiegare, noi in quanto scienziati possiamo solamente occuparci di sistemi strutturalmente determinati, e non siamo in grado di trattare con sistemi il cui cambiamento è determinato da agenti esterni che entrano in contatto con essi. Di conseguenza, qualsiasi cosa io dica sui sistemi viventi sarà detta con la premessa implicita che tutti i fenomeni generati da essi nascono dal loro funzionamento come sistemi strutturalmente determinati all'interno di un dominio d'esistenza costruito dall'osservatore nella sua operazione di distinzione, anch'esso come sistema strutturalmente determinato.
Regolazione e controllo
Come ho sottolineato in precedenza (vedi, nel capitolo 4, "Domini fenomenici"), la distinzione di un'unità composita comporta che l'osservatore distingua nella sua esperienza due domini fenomenici che non si intersecano poiché il funzionamento come unità semplice di un'unità composita è secondario alla sua composizione. Ne risulta che il tutto non può operare come componente di se stesso, e che un componente non può operare al posto del tutto di cui fa parte. Stando così le cose, le nozioni di controllo e di regolazione non denotano operazioni che caratterizzano effettivamente la composizione di un'unità composita, la quale si attua unicamente con la realizzazione nel presente delle proprietà dei suoi componenti nelle loro interazioni effettive. Le nozioni di regolazione e di controllo denotano unicamente relazioni che si attuano in un dominio descrittivo, quando l'osservatore mette in relazione nella sua prassi le mappe linguistiche delle sue distinzioni di un tutto e dei suoi componenti.
I sistemi viventi sono sistemi strutturalmente determinati
Per spiegare la conoscenza come fenomeno biologico, devo trattare i sistemi viventi come strutturalmente determinati. Ritengo che questo sia legittimo per almeno tre motivi. E primo è di ordine operativo: sappiamo, per esperienza concreta, che qualsiasi cambiamento strutturale in un sistema vivente provoca un cambiamento delle sue caratteristiche e proprietà, e che cambiamenti strutturali simili in membri diversi di una stessa specie provocano cambiamenti simili delle loro caratteristiche e proprietà. Il secondo motivo è di ordine epistemologico: se non trattiamo i sistemi viventi come sistemi strutturalmente determinati, non potremo fornire spiegazioni scientifiche dei fenomeni che h riguardano. Il terzo motivo è di ordine ontologico: i soli sistemi che possiamo spiegare scientificamente sono quelli strutturalmente determinati, quindi se fornisco una spiegazione scientifica del fenomeno della conoscenza nei sistemi viventi, fornisco una prova che i sistemi viventi sono strutturalmente determinati nella prassi in cui viviamo come osservatori standard, che è il luogo in cui h distinguiamo.
Determinismo e predizione
Il fatto che un sistema strutturalmente determinato sia deterministico non significa che un osservatore possa predire il corso dei suoi cambiamenti strutturati.
Determinismo e prevedibilità riguardano domini operativi diversi nella prassi dell'osservatore. E determinismo è una caratteristica che definisce un sistema nei termini delle coerenze operative che lo costituiscono e del suo dominio d'esistenza come è realizzato nelle operazioni di distinzione dell'osservatore. Di conseguenza, ci sono tanti domini deterministici quanti sono i domini di coerenze operative che l'osservatore costruisce nel proprio ambito di esperienze. Una predizione, invece, è un computo (una stima) che un osservatore opera sui cambiamenti strutturali di un sistema strutturalmente determinato, mentre segue gli effetti delle proprietà dei suoi componenti nella realizzazione del dominio deterministico da esse costituito. Come tale, una predizione può aver luogo solamente dopo che l'osservatore ha descritto in maniera completa il sistema come struttura determinata dalle condizioni di coerenza operativa che la costituiscono nel dominio di esperienze dell'osservatore. Quindi, il successo o fallimento di una predizione riflette solo la capacità o incapacità di un osservatore di tenere distinti nella sua prassi domini fenomenici diversi; meglio ancora, riflette la capacità o incapacità dell'osservatore di effettuare la stima predittiva proprio nel dominio fenomenico in cui egli afferma di operarlo.
Stando così le cose, esistono due situazioni in cui un osservatore, avendo a che fare con un sistema strutturalmente determinato senza confondere domini fenomenici diversi, non sarà in grado di predirne i cambiamenti strutturali. Una situazione si verifica quando l'osservatore sa di avere a che fare con un sistema strutturalmente determinato per esperienza diretta dei suoi componenti, ma non è in grado di racchiuderlo interamente nelle proprie descrizioni, e quindi non può trattarlo efficacemente come tale nel suo dominio d'esistenza, né può avanzare una stima predittiva dei suoi cambiamenti di stato. Un altra situazione si verifica quando un osservatore nella sua prassi cerca di caratterizzare lo stato attuale e sconosciuto di un presunto sistema strutturalmente determinato interagendo con alcuni dei suoi componenti. Facendo questo, l'osservatore innesca nel sistema un cambiamento di stato imprevedibile, che poi userà per caratterizzarne lo stato iniziale e per predire uno stato successivo entro il dominio di determinismo definito dalle proprietà dei suoi componenti.
Quindi, dal momento che il dominio di determinismo di un sistema strutturalmente determinato, come dominio delle coerenze operative dei suoi componenti, è costruito nella distinzione operata dall'osservatore, e dal momento che per poter computare un cambiamento di stato in un sistema l'osservatore deve determinarne lo stato attuale interagendo con i suoi componenti, qualsiasi tentativo di computare un cambiamento di stato in un sistema strutturalmente determinato comporterà una necessaria incertezza, dovuta al modo di determinarne lo stato iniziale entro i vincoli delle coerenze operative proprie del suo dominio d'esistenza. Questa incertezza predittiva può variare in estensione in domini diversi, ma è sempre presente, essendo costitutiva del fenomeno della conoscenza come caratteristica dell'ontologia dell'osservare e non di una realtà oggettiva indipendente. Voglio dire con questo che anche il principio di indeterminazione in fisica riguarda l'ontologia dell'osservare e non caratterizza un universo indipendente perché, come mostrerò più avanti, il dominio d'esistenza fisico è un dominio cognitivo costruito dall'osservatore nella prassi in cui vive come spiegazione della prassi in cui vive.
La deriva strutturale ontogenetica
Si dice che una barca va alla deriva quando fluttua sul mare senza timone né remi, seguendo un percorso generato attimo per attimo dall'incontro con le onde e il vento che la urtano, che dura finché la barca continua a fluttuare (conserva l'adattamento) e finché mantiene la forma di una barca (conserva l'organizzazione). Una barca che va così alla deriva segue senza possibili alternative un certo percorso, generato deterministicamente attimo per attimo dai suoi incontri con le onde e il vento. Come conseguenza, una barca che va alla deriva è sempre, ad ogni istante, nell'unico luogo in cui può essere, in un presente che emerge continuamente dalla sequenza delle sue interazioni nella deriva. Il processo deterministico che genera il percorso della barca si attua come caratteristica della dinamica strutturale del sistema (strutturalmente determinato) costituito dalla barca, dal vento e dalle onde così come li costruisce un osservatore nella sua prassi. Quindi, se un osservatore non può predire il percorso di una barca alla deriva non è perché la sua distinzione della barca, del vento, delle onde nel suo dominio empirico non comporti un sistema strutturalmente determinato (nel quale il percorso della barca sorga in maniera deterministica). Non può predirlo perché non è in grado di racchiudere nella sua descrizione delle interazioni tra la barca, il vento e le onde l'intera struttura del sistema (strutturalmente determinato) per il quale il percorso della barca è una caratteristica dei suoi cambiamenti strutturali.
Quello che succede nella generazione del percorso di una barca alla deriva è valido in generale per la generazione del percorso di cambiamenti strutturali di un sistema strutturalmente determinato, distinto da un osservatore mentre interagisce con il medium come se fosse un'entità indipendente, conservando l'identità di classe (organizzazione) e l'adattamento (accoppiamento strutturale). Questo vale per i sistemi viventi, dal momento che sono sistemi dinamici strutturalmente determinati; l'ontogenesi di un sistema vivente, e cioè la storia dei cambiamenti strutturali in cui conserva l'organizzazione e l'adattamento, è la sua deriva strutturale ontogenetica. Tutto ciò che vale per il percorso di una barca alla deriva si applica quindi al percorso seguito dai cambiamenti strutturali che si attuano nell'ontogenesi di un sistema vivente e al percorso seguito da un sistema vivente nei suoi spostamenti nel medium durante la sua ontogenesi.
Vorrei chiarire meglio questo punto. In termini generali, una deriva è il percorso dei cambiamenti strutturali di un sistema strutturalmente determinato, percorso generato attimo per attimo nelle interazioni del sistema con un altro sistema indipendente, mentre restano invariate la sua relazione di corrispondenza (adattamento) con quest'altro sistema (medium) e la sua organizzazione (identità di classe). In base a ciò, la storia individuale di un sistema vivente, come storia dei continui cambiamenti strutturali innescati in esso dalle sue interazioni ricorrenti con il medium come entità indipendente, che dura finché sono conservati la sua organizzazione e il suo adattamento, si presenta come una deriva strutturale. Allo stesso modo, dal momento che il corso degli spostamenti di un sistema vivente è generato attimo per attimo per effetto delle sue interazioni con il medium come se fosse un'entità indipendente, mentre organizzazione e adattamento sono conservati, anche gli spostamenti che un sistema vivente compie nel medium mentre realizza la sua nicchia avvengono come una deriva. Così i sistemi viventi, finché sono vivi, sono in una continua deriva strutturale e posizionale (deriva ontogenetica).
Come avviene per una barca che sta andando alla deriva, in qualsiasi momento un sistema vivente è dove è nel medium ed ha la struttura che ha in maniera determinata dallo stato attuale della sua deriva ontogenetica; non potrebbe essere in alcun altro luogo diverso da quello in cui è, né potrebbe avere una struttura diversa da quella che ha. I diversi percorsi che un osservatore può ritenere possibili per una barca alla deriva in un dato istante, o i diversi percorsi ontogenetici che può considerare possibili per un sistema vivente in un dato istante, sono possibili solamente come alternative immaginarie nella descrizione di ciò che succederebbe in ciascuno dei casi se le condizioni fossero diverse da quelle che sono. Non si tratta di alternative reali nel percorso della barca o nell'ontogenesi del sistema vivente. Una deriva come processo di cambiamento, e questo vale in generale per i processi di cambiamento nei sistemi strutturalmente determinati, scorre senza alternative nel dominio deterministico in cui le distinzioni dell'osservatore la realizzano. Per meglio dire, le alternative immaginabili lo sono solamente a partire dall'incapacità dell'osservatore di trattare la barca, il vento e le onde (o il sistema vivente e il medium che egli realizza nella sua prassi) come sistemi strutturalmente determinati di cui si possono computare i cambiamenti di struttura. Se prendiamo seriamente le nostre spiegazioni come scienziati, allora dobbiamo accettare come caratteristica ontologica della nostra attività di osservatori che ogni entità da noi costruita nelle nostre distinzioni è dove è ed ha la struttura che ha nell'unica maniera possibile nel dominio di coerenze operative (dominio di determinismo) che è il suo dominio d'esistenza, anch'esso costruito da noi nella sua distinzione.
Infine, vorrei elencare le diverse implicazioni di tutto questo rispetto a quelle entità che sono costruite nelle nostre prassi come sistemi viventi:
a) Dal momento che per un sistema vivente una storia di interazioni senza disintegrazione può essere soltanto una storia di perturbazioni, e cioè una storia di interazioni nella nicchia, un sistema vivente finché vive scivola necessariamente in una deriva ontogenetica attraverso il medium nel realizzare la sua nicchia. Questo significa che scopo, fine, proposito o intenzione non c'entrano nella realizzazione di un sistema vivente come sistema strutturalmente determinato.
b) Dal momento che la struttura di un sistema vivente cambia continuamente, sia attraverso la sua dinamica interna sia attraverso cambiamenti innescati da interazioni con entità operativamente indipendenti da esso, la nicchia di un sistema vivente ha le caratteristiche del medium che esso incontra effettivamente nelle sue interazioni) sarà necessariamente in continuo cambiamento; tale cambiamento sarà congruente con la continua deriva strutturale del sistema vivente finché questo resta vivo. Inoltre, questo rimane vero indipendentemente dal fatto che per l'osservatore l'ambiente del sistema cambia o resta costante. Ciò significa che quando un osservatore costruisce nella sua prassi un sistema vivente, questo gli può sembrare in continuo cambiamento mentre usa un ambiente costante, oppure al contrario può apparirgli immutabile in un ambiente che cambia continuamente. Questo è dovuto al fatto che l'osservatore non può vedere l'incontro di un sistema vivente con la sua nicchia, che è il luogo in cui avviene la conservazione dell'adattamento.
c) Conservazione dell'adattamento non significa che il modo di vivere di un sistema vivente resta invariato. Significa che un sistema vivente ha un'ontogenesi solo finché conserva la sua identità di classe e la sua corrispondenza strutturale dinamica con il medium nell'accettarne le interazioni; significa anche che non c'è alcuna restrizione costitutiva circa le dimensioni che devono avere i suoi cambiamenti strutturali attimo per attimo, eccetto che essi devono trovare spazio all'interno dei vincoli posti dal suo determinismo strutturale e dalla conservazione dell'organizzazione e dell'adattamento. Anzi, potrei parlare delle leggi di conservazione dell'organizzazione e dell'adattamento come condizioni ontologiche per l'esistenza di qualsiasi sistema strutturalmente determinato, allo stesso modo in cui i fisici parlano delle leggi di conservazione della fisica come condizioni ontologiche perché i fenomeni fisici possano accadere.
Ogni sistema vivente, inclusi noi osservatori, in ogni istante si trova dove si trova, ha la struttura che ha, e fa quello che sta facendo in quell'istante, in quanto immerso in una situazione strutturale e relazionale che costituisce il presente di una deriva ontogenetica, che comincia nel momento stesso in cui il sistema nasce come tale, in un luogo particolare, con una struttura particolare, e segue l'unico percorso che può seguire. Diversi tipi di sistemi viventi differiscono rispetto alla gamma di ontogenesi che per ciascuno di essi appaiono possibili (ad un osservatore nel suo discorso) come risultato delle loro differenze di struttura iniziale e di punto di partenza, ma ogni ontogenesi che si attua avviene come una deriva ontogenetica unica, in un processo che non ha alternative.
Un intersezione strutturale
Quando un osservatore costruisce nella sua prassi un'unítà composita realizza un'entità nella quale la configurazione di relazioni tra i componenti che ne costituisce l'organizzazione è un sottoinsieme di tutte le relazioni effettive che si attuano tra i suoi componenti: queste ne realizzano la struttura e la costituiscono come totalità nel dominio d'esistenza in cui sono costruite (vedi, nel capitolo 4, "Organizzazione e struttura"). Quindi, l'organizzazione di un'unità composita non esaurisce le relazioni e interazioni cui possono partecipare, nel loro dominio d'esistenza, i componenti che la realizzano. Il risultato di questo è che, realizzando la struttura di un'unità composita, i componenti possono partecipare, tramite proprietà diverse da quelle implicate nella sua organizzazione, alla costituzione dell'organizzazione di altre unità composite, che dunque si intersecano con essa dal punto di vista strutturale. Inoltre, quando i componenti di un'unità composita sono essi stessi unità composite, possono partecipare a intersezioni strutturali attuate attraverso i componenti dei suoi componenti. In ogni caso, quando un osservatore distingue due o più sistemi che si intersecano strutturalmente, distingue la realizzazione di due o più unità composite diverse attraverso uno stesso corpo.
I sistemi che si intersecano strutturalmente come unità semplici esistono ed operano in domini fenomenici diversi, definiti dalle loro diverse organizzazioni. Invece le unità composite che si intersecano strutturalmente, in base a come si attua la loro intersezione strutturale, possono esistere in uno stesso dominio d'esistenza oppure in domini diversi. Così, quando due unità composite si intersecano strutturalmente attraverso i loro componenti, condivideranno i componenti ed avranno come unità composite lo stesso dominio d'esistenza. Ma quando due unità composite si intersecano strutturalmente attraverso i componenti dei componenti di una di esse o di entrambe non condivideranno i componenti ed avranno come unità composite domini d'esistenza diversi. Nonostante ciò, dal momento che in una intersezione strutturale ci sono componenti di componenti di componenti che partecipano simultaneamente alla struttura di parecchi sistemi, i cambiamenti strutturali che hanno luogo in uno dei molti sistemi strutturalmente intersecantisi come parte della sua deriva ontogenetica possono dar origine a cambiamenti strutturali negli altri sistemi intersecati, e così partecipare alle loro, altrimenti indipendenti, derive ontogenetiche. In altri termini, i sistemi che si intersecano strutturalmente sono interdipendenti perché, pur nel corso di cambiamenti generati in maniera indipendente, influiscono gli uni sugli altri dal punto di vista strutturale. Questa influenza avviene attraverso l'intersezione dei loro domini di determinismo strutturale oppure dei domini di determinismo strutturale dei loro componenti, o entrambe. Per quanto questi sistemi possano esistere come unità composite in domini diversi, le loro derive ontogenetiche si intersecano formando un reticolo di derive co-ontogenetiche.
E così, nella realizzazione strutturale di un essere umano come sistema vivente, un osservatore può distinguere l'intersezione simultanea o successiva di un mammifero, una persona, una donna, un medico e una madre, le quali sono tutte unità composite diverse definite da organizzazioni diverse, che vengono simultaneamente o successivamente conservate mentre sono realizzate nei loro diversi domini d'esistenza; le loro caratteristiche particolari risultano dal continuo intrecciarsi delle loro diverse derive ontogenetiche attraverso la continua azione reciproca dei loro cambiamenti strutturali.
Inoltre da queste intersezioni strutturali derivano domini di disintegrazioni dipendenti, come pure domini di conservazioni dipendenti, ma non necessariamente reciproci, quando la conservazione di un'identità particolare implica che siano mantenute certe caratteristiche strutturali che sono coinvolte nella conservazione di un'altra identità. Per esempio, nell'intersezione strutturale di uno studente e un essere umano in un sistema vivente, la conservazione dell'identità di classe studente implica la conservazione dell'identità di classe essere umano, ma non il contrario: la disintegrazione dello studente non comporta che si disintegri l'essere umano, ma la disintegrazione dell'essere umano porta con sé la disintegrazione dello studente. Inoltre, un'unità composita particolare può disintegrarsi attraverso tipi diversi di cambiamenti strutturali: come studente ci si può disintegrare fallendo un esame, ma anche con l'ottenimento del diploma finale, con conseguenze piuttosto diverse nel reticolo di intersezioni strutturali cui l'individuo appartiene.
Intersezione strutturale tra sistemi non significa che lo stesso sistema viene visto in modi diversi da prospettive differenti: effettivamente, grazie alla diversità delle loro organizzazioni, i sistemi che si intersecano strutturalmente esistono in domini fenomenici diversi e sono realizzati da dinamiche fenomeniche diverse. Intersezione strutturale significa soltanto che gli elementi che realizzano una particolare unità composita come componenti attraverso alcune delle loro proprietà di unità semplici partecipano anche, attraverso altre loro proprietà di unità semplici, alla composizione di altre unità, che esistono legittimamente come diverse in quanto hanno domini di disintegrazione differenti. Quelle interazioni e relazioni alle quali i componenti di un sistema partecipano attraverso dimensioni diverse rispetto alle dimensioni con cui lo costituiscono, saranno indicate come interazioni e relazioni ortogonali. E’ attraverso queste interazioni e relazioni ortogonali che sistemi strutturalmente intersecantisi possono esistere in domini fenomenicí che non s'intersecano e nonostante ciò avere relazioni di dipendenza strutturale, unidirezionali oppure reciproche. Infine, è sempre attraverso le interazioni ortogonali dei loro componenti che anche sistemi strutturalmente indipendenti che esistono in domini fenomenici che non s'intersecano possono avere derive co-ontogenetiche.
Il sistema vivente
Nel 1970 proposi la teoria secondo la quale i sistemi viventi sono sistemi dinamici costituiti come unità autonome per il fatto di essere concatenazioni circolari chiuse (reticoli chiusi) di produzioni molecolari; in questi sistemi, i diversi tipi di molecole che h compongono partecipano le une alla produzione delle altre e tutto può cambiare nel modo in cui essi sono realizzati tranne la circolarità chiusa che h costituisce come unità (cfr. Maturana, 1970). Nel 1973 Francisco Varela ed io ampliammo questa caratterizzazione dei sistemi viventi: per prima cosa, denominando sistema autopoietico un'unità composita la cui organizzazione può essere descritta come un reticolo chiuso di produzioni di componenti che, attraverso le loro interazioni, costituiscono essi stessi il reticolo di produzioni che h produce e ne determinano l'estensione generandone i confini nel loro dominio d'esistenza. Secondariamente, definendo un sistema vivente come un sistema autopoietico i cui componenti sono molecole. Asserimmo allora che i sistemi viventi sono sistemi autopoietici molecolari e in quanto tali esistono nello spazio molecolare come reticoli chiusi di produzioni di molecole che determinano i loro stessi confini (cfr. Maturana, Varela, 1973, e Maturana, 1975). In questa descrizione della costituzione molecolare dei sistemi viventi come sistemi autopoietici non si dice nulla dei vincoli termodinamici; questo perché la soddisfazione di tali vincoli è già implicata nella realizzazione dei sistemi viventi come sistemi molecolari. Infatti affermare che un'unità composita esiste come tale nel dominio d'esistenza dei suoi componenti implica che le condizioni d'esistenza di quest'ultimí siano soddisfatte.
Implicazioni
Riconoscere che i sistemi viventi sono sistemi autopoietici molecolari porta con sé diverse implicazioni e conseguenze:
a) I sistemi viventi come sistemi autopoietici sono strutturalmente determinati, e dunque tutto ciò che vale per i sistemi strutturalmente determinati vale anche per essi. In particolare, questo significa che tutto ciò che avviene in un sistema vivente si attua nell'azione effettiva delle proprietà dei suoi componenti, attraverso relazioni di vicinanza (o relazioni di contiguità) che sono costituite in quelle stesse azioni. Di conseguenza, le nozioni di regolazione e di controllo non riflettono, né potrebbero riflettere, azioni effettive nella realizzazione strutturale di un sistema vivente, perché non denotano relazioni di vicinanza effettive in esso. Queste nozioni rivelano solo relazioni che vengono stabilite dall’osservatore, quando mette a confronto momenti diversi nel percorso di trasformazioni della rete di processi che si attua nella realizzazione strutturale di un sistema vivente particolare. Quindi, l'unica peculiarità dei sistemi viventi come sistemi strutturalmente determinati è che sono sistemi autopoietici molecolari.
b) L’autopoiesi è un processo dinamico che ha luogo nel flusso continuo degli eventi e non può essere afferrato in una visione istantanea come distribuzione statica di componenti. Per questa ragione, un sistema vivente esiste unicamente attraverso la continua trasformazione strutturale coinvolta nella sua autopoiesi, e solo fino a quando questa è conservata nell'attuazione della sua ontogenesi. Questo ha due risultati fondamentali: uno è che i sistemi viventi possono essere realizzati attraverso molte strutture dinamiche diverse e in continua trasformazione, l'altro è che nella generazione delle discendenze attraverso la riproduzione i sistemi viventi sono costitutivamente aperti al continuo cambiamento strutturale filogenetico.
c) Un sistema vivente o esiste come sistema dinamico strutturalmente determinato in accoppiamento strutturale con 9 medium in cui è costruito dall'osservatore, cioè in una relazione di conservazione dell'adattamento tramite continui cambiamenti strutturali nella realizzazione della sua nicchia, o non esiste. Un sistema vivente, finché vive, è in relazione di corrispondenza dina
mica con il medium attraverso il suo funzionamento nel dominio d'esistenza. Vivere è scivolare attraverso un dominio di perturbazioni in una deriva ontogenetica che si attua con la realizzazione di una nicchia in perenne trasformazione.
d) Un sistema vivente come sistema strutturalmente determinato funziona solo nel presente della realizzazione strutturale della sua autopoiesi nello spazio molecolare, e come tale è necessariamente aperto al flusso di molecole che lo attraversa. Nello stesso tempo, un sistema vivente come sistema autopoietico funziona soltanto generando stati di autopoiesi, altrimenti si disintegra; per questo i sistemi viventi sono chiusi rispetto alla dinamica dei propri stati.
Conseguenze
a) Nella misura in cui un sistema vivente è un sistema strutturalmente determinato e tutto ciò che avviene in esso si attua tramite relazioni di vicinanza tra i suoi componenti nel presente del funzionamento delle loro proprietà, le nozioni di scopo e fine, che implicano che ad ogni istante uno stato successivo del sistema come totalità agisca nel presente come parte della sua struttura, non si applicano ai sistemi viventi e non possono essere utilizzate per caratterizzarne il funzionamento. Un sistema vivente può apparire come un sistema dotato d'intenzionalità o finalizzato solo ad un osservatore il quale, avendo assisti
to nella prassi della sua vita all'ontogenesi di altri sistemi viventi di quello stesso tipo nelle stesse circostanze, confonde i domini fenomenici mettendo tra i processi che lo costituiscono le conseguenze del suo funzionamento come totalità.
b) Poiché i sistemi viventi sono strutturalmente determinati, nel loro funzionamento come unità autopoietiche non c'è un interno né un esterno; essi sono immersi nell'autopoiesi come totalità chiuse nella loro dinamica di stati, oppure si disintegrano. Per questo, i sistemi viventi nel loro funzionamento come unità autopoietiche non usano un ambiente (né possono abusarne), e non possono compiere errori nelle loro derive ontogenetiche. Di fatto, un sistema vivente che, essendo strutturalmente determinato, agisce in un medium conservando la sua organizzazione e l'adattamento, costruisce la sua nicchia in perenne trasformazione nel realizzarsi in un dominio d'esistenza che, come sfondo di coerenze operative, non è in grado di distinguere e con cui non interagisce.
c) 1 sistemi viventi, interagendo in maniera ricorrente tra di loro ed anche con il medium non biotico, formano necessariamente sistemi co-ontogenetici e co-filogenetici di derive strutturali intrecciate, che durano fino a quando essi conservano la loro autopoiesi attraverso i loro accoppiamenti strutturali reciproci. Questa è l'evoluzione biologica. Ne deriva che ogni sistema vivente, inclusí noi esseri umani in quanto osservatori, risulta sempre essere immerso nella realizzazione
spontanea del suo dominio d'esistenza congruentemente con un medium biotico e non-biotico. Ogni sistema vivente è ad ogni istante, così com'è e là dove si trova, un nodo in un reticolo di derive ontogenetiche che coinvolge necessariamente tutte le entità con cui esso interagisce nel dominio in cui è costruito dall'osservatore nella sua prassi. Di conseguenza, un osservatore come sistema vivente può distinguere un'entità solo come nodo del reticolo di derive co-ontogenetiche cui essa appartiene e con cui è accoppiata strutturalmente.
d) Un unica peculiarità dei sistemi viventi è che sono sistemi autopoietici nello spazio molecolare. Stando così le cose, un dato fenomeno è un fenomeno biologico solo nella misura in cui la sua realizzazione implica la realizzazione dell'autopoiesi di almeno un sistema autopoietico nello spazio molecolare.
e) Le moderne cellule procariote ed eucariote sono tipici sistemi autopoietici nello spazio molecolare, e poiché la loro autopoiesi non è il risultato del loro essere composte da sottosistemi autopoietici più fondamentali, le chiamerò sistemi autopoietici di primo ordine. Chiamerò invece sistemi autopoietici di secondo ordine quelli la cui autopoiesi è il risultato del loro essere composti di unità autopoietiche più fondamentali. Gli organismi come i sistemi multicellulari ne sono un esempio. Eppure gli organismi possono anche "essere" sistemi autopoietici di primo ordine, e io penso che la maggior parte di essi lo siano effettivamente
in quanto si tratta di reticoli o produzioni molecolari chiuse che comportano processi intercellulari oltre che intracellulari. Di conseguenza, un organismo esisterebbe come tale nell'intersezione strutturale tra un sistema autopoietico di primo ordine e uno di secondo ordine, entrambi realizzati attraverso l'autopoiesi delle cellule che compongono il secondo. Lo stesso avvenne originariamente per la cellula eucariota quando nacque dall'endosimbiosi di quelle procariote (Margoulis).
f) Un organismo come sistema autopoietico di secondo ordine è un simbionte ectocellulare composto di cellule che hanno, solitamente ma non sempre, un'origine comune, e lo costituiscono attraverso la loro deriva co-ontogenetica. Un organismo come sistema autopoietico di primo ordine, invece, non è composto di cellule, anche se la sua realizzazione dipende dalla realizzazione dell'autopoiesi delle cellule che si intersecano strutturalmente con esso nel costituirlo durante la loro deriva co-ontogenetica. I sistemi autopoietici di primo e di secondo ordine che si intersecano strutturalmente nella realizzazione di un organismo esistono in domini fenomenici diversi che non si intersecano tra loro.
La deriva strutturale filogenetica
La riproduzione è un processo in cui un sistema frazionandosi dà origine ad altri sistemi, caratterizzati dalla stessa organizzazione (identità di classe) che caratterizzava l'originale, ma con strutture che variano rispetto ad esso. Una filogenesi riproduttiva o discendenza è una successione di sistemi generati attraverso una sequenza di riproduzioni che conservano una particolare organizzazione. Di conseguenza, ogni discendenza o filogenesi riproduttiva particolare è definita dalla particolare organizzazione che si conserva nella sequenza di riproduzioni che la costituisce. Quindi, una filogenesi o discendenza dura soltanto fino a quando l'organizzazione che la definisce è conservata, e ciò a prescindere dai cambiamenti che può subire ad ogni tappa riproduttiva la struttura che realizza questa organizzazione in ognuno dei membri successivi della discendenza (cfr. Maturana, Varela, 1984).
Ne segue che una filogenesi o discendenza riproduttiva come sequela di derive ontogenetiche avviene costitutivamente come deriva delle strutture che realizzano l'organizzazione che è conservata lungo quella filogenesi. Ne segue anche che ciascuna delle tappe riproduttive che costituiscono una filogenesi riproduttiva è l'occasione che apre la possibilità di un cambiamento discreto, grande o piccolo, del corso della sua deriva strutturale. Dunque una filogenesi o discendenza riproduttiva si estingue attraverso i cambiamenti strutturali dei suoi membri. E questo può avvenire sia per il fatto che l'autopoiesi si perde con l'ultímo di questi membri, sia per il fatto che attraverso la conservazione dell'autopoiesi nella progenie si comincia a conservare, nella struttura che va alla deriva attraverso la sequenza delle riproduzioni successive, un particolare insieme di relazioni che diventa un'organizzazione che definisce e dà inizio ad una nuova discendenza. Questo ha diverse implicazioni generali; mi limiterò a citarne qualcuna:
a) Un membro di una filogenesi riproduttiva può rimanere in accoppiamento strutturale (conservare l'adattamento) nel suo dominio d'esistenza fino a quando non si riproduce, continuando così la filogenesi; oppure può disintegrarsi prima, e allora la filogenesi finisce con esso.
b) Un sistema vivente è un membro della filogenesi riproduttiva in cui è nato solo se conserva attraverso la sua ontogenesi l'organizzazione che definisce quella filogenesi, e fa proseguire la filogenesi solamente se nel riprodursi conserva quell'organizzazione.
c) Può succedere che molte filogenesi riproduttive diverse si conservino inserite operativamente le une nelle altre, formando così un sistema di filogenesi "a scatole cinesi"; questo è possibile se c'è un'intersezione di realizzazioni strutturali tra le diverse organizzazioni che le definiscono. Quando succede, esiste sempre una filogenesi riproduttiva fondamentale la cui realizzazione è necessaria per la realizzazione di tutte le altre. Nell'evoluzione dei sistemi viventi questo fatto si è verificato nella forma di una deriva filogenetica di un sistema di filogenesi riproduttive ramifica
te inserite le une nelle altre; in questo caso la filogenesi riproduttiva fondamentale è quella in cui viene conservata l'autopoiesi (cfr. Maturana, Varela, 1984). Così, il sistema di filogenesi ramificate definito dalla conservazione dell'autopoiesi attraverso le cellule riproduttive negli organismi eucarioti ha prodotto, inserite in esso grazie all'intersezione strutturale delle loro realizzazioni, molte organizzazioni sfalsate "a scatole cinesi" che caratterizzano le discendenze coincidenti in esso conservate. C'è un implicito riconoscimento di questo fatto nell'uso che facciamo di molte categorie tassonomiche inserite le une nelle altre per classificare un qualsiasi organismo. Per esempio, un essere umano è un vertebrato, un mammifero, un primate, Homo, Homo sapiens, tutte categorie diverse che corrispondono a diversi sistemi di filogenesi parzialmente sovrapposte, che sono conservate insieme attraverso la conservazione della sua autopoiesi.
d) Le derive ontogenetiche dei membri di una filogenesi riproduttiva hanno luogo in accoppiamento strutturale reciproco con molti sistemi, viventi e non viventi, diversi e continuamente in trasformazione, che fanno parte del medíum in cui essi realizzano le loro nicchie. Come risultato, ogni ontogenesi individuale nei sistemi viventi segue un corso inserito in un sistema di co-ontogenesi che costituisce un reticolo di derive strutturali co-filogenetiche. Questa affermazione può essere generalizzata dicendo che l'evoluzione è costitutivamente una co-evoluzione e che ogni sistema vivente è ad ogni istante nel luogo in cui è, e possiede la struttura che ha, in quanto espressione del presente del dominio di coerenze operative costituito dal reticolo di derive strutturali co-filogenetiche cui il sistema appartiene. Ne deriva che le coerenze operative di ogni sistema vivente, nel suo presente, implicano necessariamente le coerenze operative dell'intera biosfera.
e) Un osservatore come sistema vivente non fa eccezione a tutto ciò che si è detto. A causa di questo, egli può compiere soltanto quelle distinzioni che, realizzate come operazioni nella sua prassi, si attuano nel presente del dominio di coerenze operative costituito dal reticolo di derive strutturali co-ontogenetiche e co-filogenetiche cui egli appartiene.
Possibilità ontogenetiche
Un ontogenesi di ogni sistema strutturalmente determinato comincia con una struttura iniziale, che è quella che realizza il sistema alla partenza. Nei sistemi viventi questa struttura iniziale è un'unità cellulare che può avere origine sia come singola cellula o piccola entità multicellulare derivante dal frazionamento riproduttivo di un sistema materno cellulare del quale conserva l'organizzazione, sia come singola cellula derivante de novo da elementi non cellulari. In ogni sistema
vivente è la sua struttura iniziale il punto di partenza strutturale che determina quale sarà, dal punto di vista di un osservatore, la configurazione di tutti i possibili corsi di derive ontogenetiche del sistema in circostanze interattive diverse. Ne deriva che per i sistemi viventi una discendenza è costituita dalla conservazione (attraverso la riproduzione) di una struttura iniziale particolare, che determina una particolare configurazione di possibili derive ontogenetiche. Quella configurazione costituisce l'organizzazione (conservata attraverso la riproduzione) che determina Ndentità della discendenza. Di conseguenza, una discendenza si estingue quando la configurazione di derive ontogenetiche possibili che la definisce smette di essere conservata.
La configurazione delle possibili derive ontogenetiche che attraverso la sua conservazione definisce una discendenza sarà chiamata fenotipo ontogenetico della discendenza. Nell'ontogenesi di ciascun sistema vivente particolare, tuttavia, viene realizzato solamente uno dei percorsi considerati possibili dall'osservatore per quel fenotipo ontogenetico. Tale percorso è il risultato della dinamica interna del sistema nelle situazioni contingenti legate alle perturbazioni particolari cui il sistema è sottoposto nel suo dominio d'esistenza mentre conserva l'organizzazione e l'adattamento. Di conseguenza, unità composite diverse potranno avere derive strutturali ontogenetiche diverse oppure simili, vivendo storie di perturbazioni diverse o simili nei loro domini d'esistenza, ma questo avverrà sempre e soltanto entro il dominio delle possibilità stabilite dalle loro strutture iniziali, diverse o simili. Per meglio dire, nulla può accadere nell'ontogenesi di un sistema vivente in quanto unità composita, che non sia permesso dalla sua struttura iniziale. In altri termini, e premettendo che la struttura iniziale di un sistema vivente è la sua costituzione genetica, è evidente che nulla può accadere nella deriva strutturale ontogenetica di un sistema vivente che non sia permesso dalla sua costituzione genetica come caratteristica delle sue possibili ontogenesi.
Con queste premesse, è anche evidente che nulla è determinato dalla struttura iniziale o costituzione genetica di un sistema vivente, dato che perché qualcosa avvenga in un sistema vivente esso deve attraversare effettivamente una deriva strutturale ontogenetica, come trasformazione epigenetica effettiva che si attua in una storia effettiva di interazioni nella realizzazione di un dominio d'esistenza. Questo vale anche per quelle caratteristiche o qualità ontogenetiche particolari che chiamiamo geneticamente determinate, in quanto ci attendiamo che compaiano in tutte le possibili derive ontogenetiche che un sistema vivente può percorrere fino al momento della sua osservazione; tali caratteristiche o qualità compariranno soltanto se c'è un'ontogenesi effettiva. Stando così le cose, un sistema biologico di discendenze o sistema di filogenesi è definito dal fenotipo ontogenetico conservato dai sistemi viventi che lo costituiscono attraverso le loro riproduzioni sequenziali. Ne deriva che tutti i membri di un sistema di discendenze si assomigliano per via del fenotipo ontogenetico che definisce quel sistema di discendenze, e non per il fatto di avere un patrimonio genetico comune mantenuto da un flusso di geni.
La selezione
Un osservatore può affermare che il percorso dei cambiamenti strutturali effettivamente seguito nell'ontogenesi di un sistema vivente è selezionato ad ogni istante dal medium tra i molti altri corsi che egli considera accessibili per il sistema in ciascun momento della sua storia. Eppure, strettamente parlando, nella storia di vita di un sistema vivente non ha luogo alcuna selezione. La storia di vita di un sistema vivente è il particolare percorso disegnato dalla sua deriva ontogenetica nell'attraversare le situazioni contingenti date da una particolare sequenza di interazioni. Come tale, una storia di vita è generata ad ogni istante in maniera deterministica, mano a mano che la struttura del sistema vivente cambia attraverso la dinamica strutturalmente determinata che gli è propria, in un continuo incontro con il medium come entità indipendente da esso, e dura fino a che dura il sistema vivente. Ogni ontogenesi, quindi, è generata in maniera unica giacché si attua come un processo che scorre senza avere alternative reali, né punti decisionali lungo il percorso.
I percorsi diversi che un osservatore può descrivere come possibili nell'ontogenesi di un sistema vivente sono percorsi ontogeneticí alternativi solo dal suo punto di vista; infatti, quando non è in grado di effettuare una stima predittiva, considerando il sistema vivente e il medium come un unico sistema strutturalmente determinato a lui noto, l'osservatore immagina il sistema in diverse circostanze, nel tentativo di predire quella che realmente si verificherà. Lo stesso vale per la deriva strutturale filogenetica o per il cambiamento genetico nella storia di una popolazione.
Quello che un osservatore fa, allora, quando parla di selezione in relazione ai sistemi viventi, è riferirsi ad una discrepanza tra un risultato atteso ed uno storicamente effettivo, e lo fa mettendo a confronto, nelle derive strutturali filogenetiche e ontogenetiche dei sistemi viventi, quello che si realizza effettivamente con quello che è immaginato. Non è la selezione il meccanismo che genera il cambiamento strutturale filogenetico e l'adattamento. Effettivamente, i cambiamenti strutturali ontogenetici e filogenetici e l'adattamento non hanno bisogno di essere spiegati, perché sono caratteristiche costitutive della condizione d'esistenza dei sistemi viventi. Tutto quello che dobbiamo spiegare è il percorso di continuo cambiamento strutturale dei sistemi viventi, nell'ontogenesi come nella filogenesi, e questo viene spiegato dal meccanismo della deriva strutturale.
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La risposta
Da tutto quello che ho detto sui sistemi viventi deriva che essi esistono solo se conservano l'organizzazione e l'adattamento, essendo queste le condizioni costitutive della loro esistenza. Ciò vale anche per l'osservatore in quanto sistema vivente. Ne deriva inoltre che il presente di qualsiasi sistema vivente, incluso l'osservatore, è sempre un nodo in un reticolo di continue derive strutturali co-filogenetiche e co-ontogenetiche. Allo stesso tempo, qualsiasi sistema, fino a che viene distinto, è in una situazione in cui conserva l'organizzazione e l'adattamento al suo dominio d'esistenza, dove un dominio d'esistenza è un dominio di accoppiamento strutturale che implica tutte le coerenze operative che rendono possibile quel sistema che lo definisce.
Ríassumendo: per prima cosa, ogni entità che viene distinta è operativamente coerente con il proprio dominio d'esistenza, e dunque ogni sistema vivente che viene distinto necessariamente agisce in maniera adeguata nel proprio dominio di accoppiamento strutturale; secondariamente, un osservatore può operare sempre e soltanto in maniera adeguata nel suo dominio d'esistenza, dunque ciò che fa è un'espressione del suo modo di conservare l'organizzazione e l'adattamento ad esso; terzo, un osservatore può distinguere solo ciò che distingue, come espressione delle coerenze operative proprie del dominio di pratiche in cui compie la distinzione. Con queste premesse, esaminiamo ora il problema della conoscenza.
La conoscenza
Dal momento che l'unico criterio di cui disponiamo per valutare la conoscenza è di valutare se c'è azione adeguata in un dominio che noi stessi determiniamo con una domanda, ho asserito nel capitolo 1 di questo libro che il mio compito nello spiegare la conoscenza come fenomeno biologico sarebbe stato quello di mostrare come nasca un'azione adeguata in un qualsiasi dominio che interessi il funzionamento di un sistema vivente. Ho assolto questo compito mostrando che un sistema vivente agisce sempre necessariamente in maniera adeguata, nel dominio in cui viene concretamente distinto come tale nella prassi di un osservatore. Le cose stanno così perché è costitutivo del fenomeno dell'osservare che un qualsiasi sistema, quando viene distinto, venga distinto sia
come sistema che conserva l'organizzazione e l'accoppiamento strutturale, sia come nodo in un reticolo di derive strutturali. Nel caso in cui siano sistemi viventi ad essere distinti, questo significa che l'osservatore li realizza nella sua prassi sia come sistemi che conservano autopoiesi e adattamento, sia come momenti della loro deriva ontogenetica in un medium, in condizioni che h vedono agire adeguatamente nei loro domini d'esistenza.
In altri termini, ho mostrato che per qualsiasi particolare circostanza in cui un sistema vivente viene distinto, la conservazione del vivente (conservazione dell'autopoiesi e dell'adattamento) costituisce comunque un'azione adeguata in quelle circostanze, e dunque conoscenza: i sistemi' viventi sono sistemi cognitivi e vivere è conoscere. Ma qui ho anche mostrato che qualsiasi interazione con un sistema vivente può essere vista da un osservatore come una domanda posta ad esso, come una sfida alla sua stessa vita, che definisce un dominio d'esistenza in cui l'osservatore si aspetta che il sistema agisca in maniera adeguata. Allo stesso tempo, poi, l'accettazione effettiva da parte dell'osservatore di una risposta ad una domanda posta ad un sistema vivente implica che egli riconosca l'adeguatezza delle azioni del sistema vivente nel dominio definito dalla domanda; tale dominio sarà distinto come quello in cui si conservano l'autopoiesi e l'adattamento. Qui di seguito presenterò questa asserzione generale nella forma di una spiegazione scientifica particolare.
a) Il fenomeno che deve essere spiegato è l'agire adeguato da parte di un sistema vivente in qualsiasi momento in cui un osservatore lo distingue come sistema vivente che agisce entro un dominio particolare. La mia proposta parte dall'idea che le azioni adeguate di un sistema vivente sono le interazioni in cui conserva l'identità di classe nel dominio entro cui viene distinto.
b) Dato che l'accoppiamento strutturale nel proprio dominio d'esistenza (conservazione dell'adattamento) è una condizione per l'esistenza di qualsiasi sistema distinto da un osservatore, il meccanismo generativo dell'agire adeguato di un sistema vivente come sistema la cui struttura cambia continuamente è la deriva strutturale con conservazione dell'adattamento, durante la quale il sistema continua ad agire adeguatamente mentre realizza la propria nicchia, oppure si disintegra. Dal momento che un sistema può essere distinto solo e sempre in accoppiamento strutturale, quando un osservatore distingue un sistema vivente questo manterrà necessariamente l'accoppiamento strutturale nel suo dominio d'esistenza, indipendentemente da quanto possano cambiare nel corso della sua vita la sua struttura, la struttura del medium, o entrambe.
c) Dato il meccanismo generativo proposto in b), possono essere dedotti nel dominio empirico di un osservatore i seguenti fenomeni:
- dal punto di vista dell'osservatore l'agire adeguatamente dovrebbe manifestarsi come coordinazione dei comportamenti tra sistemi viventi che, seguendo una deriva strutturale co-ontogenetica, interagiscono in maniera ricorrente conservando l'adattamento reciproco;
- dal punto di vista dell'osservatore i sistemi viventi che seguono una co-ontogenesi quando perdono il loro adattamento reciproco dovrebbero separarsi o disintegrarsi, o entrambe le cose.
d) I fenomeni dedotti in c) compaiono nel dominio empirico di un osservatore nella dinamica che costituisce e realizza un sistema sociale, e in tutte le circostanze in cui due o più sistemi viventi interagiscono in maníera ricorrente durante le loro ontogenesi, in quello che ci appare come un apprendere a vivere insieme. Uno di questi casi è il nostro funzionamento umano nel linguaggio.
La soddisfazione di queste quattro condizioni dà come risultati: a) la validazione come spiegazione scientifica della mia proposta di considerare la conoscenza, in quanto agire adeguato di sistemi viventi, una conseguenza della loro deriva strutturale in cui conservano l'organizzazione e l'adattamento; b) la dimostrazione che l'agire adeguato (la conoscenza) è costitutivo per i sistemi viventi in quanto viene implicato dalla loro stessa esistenza come tali; c) sistemi viventi diversi differiscono nei loro domini di azione adeguata (domini di conoscenza) nella misura in cui realizzano nicchie diverse; d) Il dominio di azioni adeguate (dominio di conoscenza) di un sistema vivente in trasformazione cambia, come cambia la sua stessa struttura o la struttura del medium, o entrambe, finché esso conserva l'organizzazione e l'adattamento.
Allo stesso tempo è evidente da tutto ciò che anche il mio discorso sulla conoscenza come spiegazione della prassi in cui viviamo si attua nella prassi in cui viviamo: nella misura in cui quello che dico è un'azione efficace nel generare il fenomeno della conoscenza, allora quello che dico ha luogo come conoscenza. Se questa considerazione suona strana, è solo perché abbiamo l'abitudine di pensare anche alla conoscenza con l'oggettività senza parentesi, come se il fenomeno connotato dal termine conoscenza implicasse il riferimento a qualcosa che esiste indipendentemente dall'atto di riferirsi di un osservatore. Ho già mostrato che non è così, né potrebbe esserlo. Non si può comprendere la conoscenza come fenomeno biologico se non si mette l'oggettività tra parentesi, e nemmeno se non si è disposti ad accettare tutte le conseguenze di un simile atto epistemologico.
Esaminiamo ora il modo umano di operare nel linguaggio come uno dei fenomeni che derivano dal funzionamento della conoscenza in quanto azione adeguata (o efficace). Questo è particolarmente indispensabile dal momento che il nostro modo di operare nel linguaggio, in quanto osservatori entro una prassi, è per noi ad un tempo il problema da spiegare e il nostro strumento di analisi e di spiegazione.
Il linguaggio
Noi esseri umani siamo sistemi viventi che esistono nel linguaggio. Questo significa che benché esistiamo come esseri umani nel linguaggio e dunque i nostri domini cognitivi (domini di azioni adeguate) hanno luogo nel dominio dell'agire linguistico, questo agire linguistico si attua attraverso il nostro funzionamento come sistemi viventi. Di conseguenza, prenderò in considerazione quello che accade nel linguaggio come un fenomeno biologico che è generato dal funzionamento di sistemi viventi che interagiscono in maniera ricorrente conservando l'organizzazione e l'adattamento attraverso la deriva strutturale co-ontogenetica; mostrerò così che l'oggetto del mio interesse (il linguaggio) è una conseguenza di quello stesso meccanismo che spiega il fenomeno della conoscenza.
a) Quando due o più sistemi autopoietici interagiscono in maniera ricorrente e ciascuno di essi possiede una struttura dinamica che segue un corso di cambiamenti contingente alla storia delle sue interazioni con gli altri, si ha una deriva strutturale co-ontogenetica. Essa dà origine a un dominio di interazioni ricorrenti tra i sistemi, stabilito nell'ontogenesi, che appare ad un osservatore come dominio di coordinazioni consensuali di azioni o di distinzioni in un ambiente. Chiamerò questo dominio di interazioni ricorrenti che si stabilisce nell'ontogenesi dominio delle coordinazioni consensuali di azioni o di distinzioni (o dominio consensuale di interazioni). Esso nasce come una maniera particolare di vivere insieme, che è contingente alla storia unica delle interazioni ricorrenti tra i partecipanti nel corso della loro co-ontogenesi. Inoltre, poiché un osservatore può descrivere un simile dominio di interazioni ricorrenti m termini semantici, mettendo in relazione le diverse coordinazioni di azioni (o di distinzioni) implicate in esso con le loro diverse conseguenze nel dominio in cui sono distinte, anche un dominio linguistico è per me un dominio consensuale di interazioni. Infine, quel tipo di comportamento che permette ad un organismo di partecipare ad un dominio ontogenetico di interazioni ricorsive sarà chiamato comportamento consensuale oppure linguistico, secondo che si voglia enfatizzarne l'origine ontogenetica (consensuale), oppure le implicazioni nel presente delle interazioni in atto (linguistico). In maniera simile, parlo di coordinazioni di azioni o di distinzioni secondo che voglia enfatizzare ciò che accade nelle interazioni in relazione ai partecipanti (coordinazioni di azioni), o ciò che accade in relazione ad un ambiente (coordinazioni di distinzioni).
b) Quando uno o più sistemi viventi avanzano nella loro deriva strutturale co-ontogenetica attraverso interazioni ricorrenti in un dominio consensuale, è possibile che nel loro comportamento consensuale si verifichi una ricorsività, e cioè
la produzione di una coordinazione consensuale di coordinazioni comportamentali consensualí. Quando questo accade, dal punto di vista di un osservatore i partecipanti ad un dominio consensuale di interazioni operano nel loro comportamento consensuale producendo distinzioni consensuali riguardanti le loro distinzioni consensuali, in un processo che trasforma ricorsivamente un'azione consensuale in un simbolo consensuale, che sta al posto di una distinzione consensuale da esso occultata. Questo è ciò che avviene quando usiamo il linguaggio nella nostra prassi. Di conseguenza, affermo che il fenomeno del linguaggio ha luogo nella co-ontogenesi tra sistemi viventi quando due o più organismi operano, attraverso le loro interazioni consensuali ontogenetiche ricorrenti, in un processo continuo di coordinazioni consensuali ricorsive delle loro coordinazioni consensuali di azioni o distinzioni (Maturana, 1978). Proprio questa coordinazione consensuale ricorsiva delle coordinazioni consensuali di azioni o distinzioni in un qualsiasi dominio è il fenomeno del linguaggio. Inoltre, gli oggetti sorgono nel linguaggio come coordinazioni consensuali di azioni, che occultano operativamente a ulteriori coordinazioni consensuali ricorsive da parte degli osservatori le coordinazioni consensualí di azioni (distinzioni) che esse coordinano. Nel processo dell'agire linguistico gli oggetti sono coordinazioni consensuali di azioni che funzionano come simboli al posto delle coordinazioni consensuali di azioni che essi coordinano. Gli oggetti non pre-esistono al linguaggio. Infine, asserisco che tutti i fenomeni che noi distinguiamo come osservatori operando nel linguaggio sorgono come conseguenza del meccanismo proposto per generare il fenomeno della conoscenza (e cioè sorgono nel vivere di sistemi viventi attraverso la loro deriva strutturale co-ontogenetica, quando da questa si produca un processo continuo di coordinazioni consensuali di azioni).
e) L’agire linguistico ha luogo nella prassi del vivere: noi esseri umani ci troviamo immersi in esso come sistemi viventi. Nella spiegazione del linguaggio come fenomeno biologico diventa evidente che l'agire linguistico, quando nasce, nasce come una forma di coesistenza tra sistemi viventi. Se è così, il linguaggio si attua come effetto di una deriva strutturale co-ontogenetica in cui si verificano interazioni consensualí ricorrenti. Per questa ragione il linguaggio ha luogo come sistema di interazioni ricorrenti in un dominio di accoppiamento strutturale. Le interazioni linguistiche non avvengono quindi in un dominio di astrazioni; al contrario, avvengono nella corporeità dei partecipanti: sono cioè interazioni strutturali. Concetti come trasmissione di ínformazioni, simbolizzazione, denotazione, significato o sintassi sono secondari rispetto alla costituzione del fenomeno del linguaggio nella vita dei sistemi viventi che lo vivono. Simili concetti nascono come riflessioni, all'interno del linguaggio, su quello che avviene nell'agire linguistico. E’ per questo che ciò che avviene nel linguaggio produce conseguenze sulla nostra corporeità, ed è per questo che le nostre descrizioni e spiegazioni entrano a far parte del nostro dominio d'esistenza. Noi attraversiamo le nostre derive ontogenetiche e filogenetiche come esseri umani in accoppiamento strutturale nel nostro dominio d'esistenza in quanto sistemi che agiscono linguisticamente. Il linguaggio appartiene alla prassi dell'osservare e genera la prassi dell'osservatore.
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Conseguenze
La risposta che abbiamo dato per il fenomeno della conoscenza porta con sé diverse conseguenze essenziali, che verranno ora analizzate.
Un’esistenza implica la conoscenza
Nella misura in cui la conoscenza è il funzionamento di un sistema vivente nel suo dominio di accoppiamento strutturale, cioè nel suo dominio d'esistenza, l'esistenza dei sistemi viventi implica la conoscenza come modo di realizzarsi del vivente, non come caratterizzazione o come rappresentazione, e neppure come scoperta, di qualcosa che è indipendente da essi. La conoscenza come fenomeno biologico si attua in un sistema vivente mentre e fino a quando esso funziona nel suo dominio di perturbazioni; in questo senso, la conoscenza non ha contenuti e non riguarda qualche cosa. Quindi, quando diciamo di conoscere qualche cosa non stiamo riferendoci a quello che succede nel meccanismo del fenomeno cognitivo come fenomeno biologico, ma stiamo invece riflettendo linguisticamente su ciò che facciamo.
Ci sono tanti domini cognitivi quanti sono i domini d'esistenza o parlo di conoscenza facendo riferimento unicamente ai sistemi viventi. E’ una scelta arbitraria, dal momento che quello che ho detto in relazione all'esistenza si applica ad ogni entità realizzata in un'operazione di distinzione. Perciò, se compio questa distinzione è solamente perché sto parlando di sistemi viventi e perché il termine conoscenza è storicamente legato ad essi, attraverso noi. Nonostante questa restrizione, noi come osservatori possiamo dire che esistono tanti domini cognitívi quanti sono i domini d'esistenza definiti dalle diverse identità che un sistema vivente può conservare nel realizzare la sua autopoiesi. Questi domini cognitivi diversi si intersecano nella realizzazione strutturale di un sistema vivente, in quanto questa realizza le diverse identità che definiscono tali domini come dimensioni diverse di accoppiamenti strutturali, simultanei o successivi, ortogonali a quello fondamentale (in cui il sistema realizza la propria autopoiesi). Ne deriva che questi domini cognitivi diversi possono comparire o sparire simultaneamente o indipendentemente, secondo che le diverse unità strutturalmente intersecantesi che li definiscono si integrino o disintegrino in maniera indipendente o simultanea (vedi, nel capitolo 5, 'L’intersezione culturale"). Così, quando uno studente si laurea, il dominio cognitivo specificato dalle operazioni (nel dominio di accoppiamento strutturale) che definiscono l'identità di studente sparisce insieme alla disintegrazione dello studente. Oppure, quando uno scapolo si sposa, il dominio cognitivo che è definito dall'identità di scapolo sparisce, come dominio di coerenze operative in accoppiamento strutturale, insieme con la disintegrazione dello scapolo. Viceversa, quando uno studente si laurea e uno scapolo si sposa, compaiono le identità di laureato e di marito con i rispettivi domini cognitivi definiti dalle coerenze operative che queste identità comportano.
Da tutto questo deriva che un sistema vivente può funzionare in tanti domini cognitivi diversi quante sono le dimensioni diverse che il suo accoppiamento strutturale gli permette di realizzare. Ne deriva anche che le diverse identità che possono essere realizzate da un sistema vivente sono necessariamente fluide e cambiano con il cambiare delle dimensioni del suo accoppiamento strutturale in rapporto con la sua deriva strutturale nelle circostanze della sua vita. Avere un'identità, funzionare in un dominio di conoscenza, significa funzionare in un dominio di accoppiamento strutturale.
Il linguaggio è il dominio cognitivo umano
Gli esseri umani come sistemi viventi che operano nel linguaggio operano in un dominio di reciproche perturbazioni consensuali ricorsive che costituisce a loro dominio d'esistenza in quanto tali. Quindi, il linguaggio come dominio di coordinazioni consensuali ricorsive delle azioni è un dominio d'esistenza, e dunque un dominio cognitivo, definito dalla ricorsività delle distinzioni consensuali in un dominio di distinzioni consensuali. Inoltre gli esseri umani come sistemi viventi che operano nel linguaggio generano l'osservazione e diventano osservatori realizzando gli oggetti come coordinazioni consensuali primarie di azioni, in un processo che occulta quelle azioni che esse coordinano. Gli esseri umani, quindi, esistono in un dominio di oggetti realizzato attraverso l'agire linguistico. Nello stesso tempo, esistendo come osservatori in quel dominio, esistono in un dominio che permette loro di spiegare linguisticamente le circostanze delle loro vite facendo riferimento al loro stesso agire entro un dominio di accoppiamento strutturale dinamico reciproco.
L’oggettività
Gli oggetti sorgono nel linguaggio come coordinazioni consensuali di azioni che, in un dominio di distinzioni consensuali, stanno per altre coordinazioni d'azioni più fondamentali da esse occultate. Senza linguaggio e al di fuori del linguaggio non ci sono oggetti, perché gli oggetti sono costituiti unicamente come coordinazioni consensuali di azioni nella ricorsività di coordinazioni consensuali che è l'agire linguistico. Per i sistemi viventi che non operano nel linguaggio non ci sono oggetti: gli oggetti non fanno parte dei loro domini cognitivi. Dal momento che noi esseri umani siamo oggetti in un dominio di oggetti che noi stessi creiamo e manípoliamo per mezzo del linguaggio, il linguaggio è A nostro dominio d'esistenza peculiare e il nostro dominio cognitivo peculiare. Stando così le cose, l'oggettività nasce nel linguaggio come modo di operare con gli oggetti senza distinguere quelle azioni che essi oscurano. In questa operazione sorgono le descrizioni come concatenazioni di coordinazioni comportamentali consensuali che producono ulteriori coordinazioni comportamentali consensuali le quali, se le sviluppiamo senza tener conto di come nascono gli oggetti, possono essere indicate come modi di agire linguisticamente che si attuano come se gli oggetti esistessero fuori del linguaggio. Gli oggetti sono relazioni operative nell'agire linguistico.
L’agire linguistico: operare in un dominio di accoppiamento strutturale
Nella misura in cui il linguaggio sorge come dominio consensuale nella deriva strutturale co-ontogenetica di sistemi viventi che interagiscono in maniera ricorrente, gli organismi che operano nel linguaggio operano in un dominio di accoppiamento strutturale co-ontogenetico reciproco attraverso perturbazioni strutturali reciproche. Quindi operare nel linguaggio non è, come si pensa solitamente, un'attività astratta. Agire linguisticamente significa interagire dal punto di vista strutturale. Il linguaggio si attua nel dominio delle relazioni tra organismi nella ricorsività delle coordinazioni consensuali di azioni consensuali, ma allo stesso tempo il linguaggio si attua per mezzo di interazioni strutturali nell'ambito della corporeità degli organismi che agiscono linguisticamente. In altre parole, sebbene l'agire linguistico avvenga nel dominio sociale come una danza ricorsiva di relazioni di coordinazione comportamentale, le interazioni nel linguaggio, essendo interazioni strutturali, sono ortogonali a quel dominio e innescano nella corporeità dei partecipanti nuovi cambiamenti strutturali che trasformano tanto lo sfondo fisiologico (situazione emozionale) su cui il loro agire linguistico è portato avanti, quanto il corso che questo assumerà. Ne deriva che le coordinazioni comportamentali sociali dell'agire linguistico, come elementi di un dominio di operazioni ricorsive in situazioni di accoppiamento strutturale, entrano a far parte del medium in cui i partecipanti conservano l'organizzazione e l'adattamento grazie ai cambiamenti strutturali dovuti alla loro partecipazione a quel dominio. Quindi, sebbene il dominio delle coordinazioni comportamentali e il dominio di cambiamento strutturale dei partecipanti al linguaggio non si intersechino, i relativi cambiamenti sono ortogonalmente accoppiati attraverso le interazioni strutturali che si attuano nel linguaggio. Con il cambiare del corpo, cambia l'agire linguistico, e con il cambiare dell'agire linguistico cambia il corpo. Qui risiede il potere delle parole. Le parole sono entità astratte nell'agire linguistico, ma sono interazioni strutturali nel linguaggio, ed è per questo che il mondo che noi realizziamo nell'agire linguisticamente entra a far parte del dominio in cui hanno luogo le nostre derive ontogenetiche e filogenetiche.
Il linguaggio è un dominio di descrizioni
Il linguaggio è un sistema di coordinazioni comportamentali consensuali ricorsive in cui ogni coordinazione comportamentale consensuale diventa un oggetto attraverso un'operazione ricorsiva di coordinazione comportamentale consensuale; questo processo è l'operazione di distinzione che distingue l'oggetto e costituisce l'osservatore. Stando così le cose, tutti i partecipanti ad un dominio linguistico possono essere osservatori rispetto alle sequenze di coordinazioni comportamentali cui partecipano, costituendo un sistema di distinzioni ricorsive in cui gli stessi sistemi di distinzioni diventano oggetti di distinzione. Proprio queste distinzioni ricorsive di distinzioni che emergono nell'immediatezza del vivere nel linguaggio creano sistemi di oggetti e costituiscono il fenomeno della descrizione. Ne deriva che tutto quello che c'è nel dominio umano sono descrizioni nell'immediatezza del vivere nel linguaggio, che diventano a loro volta oggetti di descrizioni linguistiche. Le descrizioni, però, non prendono il posto dell'esperienza immediata del vivere che costituiscono in quanto descrizioni, ma semplicemente la espandono in maniera ricorsiva rispettandone le coerenze operative. Di conseguenza, le spiegazioni scientifiche in quanto sistemi di descrizioni non sostituiscono nel dominio dell'esperienza immediata dell'osservatore i fenomeni che spiegano, ma realizzano in quel dominio coerenze operative che rendono possibili ulteriori descrizioni.
L'autocoscienza nasce con il linguaggio
Per un sistema vivente che funziona operativamente come un sistema chiuso non ci sono un interno e un esterno, in quanto non ha alcun modo per fare questa distinzione. Eppure nel linguaggio una simile distinzione può esistere, e nasce come un tipo particolare di coordinazione comportamentale consensuale in cui vengono costruiti gli stessi partecipanti, in maniera rícorsiva, come distinzioni di sistemi di distinzioni. Quando succede questo nasce l'autocoscienza, e cioè un dominio di distinzioni in cui gli osservatori tramite l'agire linguistico partecipano alla distinzione consensuale del loro partecipare al linguaggio. Ne segue che l'individuo esiste solamente nel linguaggio, il sé esiste solamente nel linguaggio e l'autocoscienza come fenomeno di distinzioni autoriferite ha luogo anch'essa solamente nel linguaggio. Inoltre, dal momento che il linguaggio come dominio di coordinazioni comportamentali consensuali è un fenomeno sociale, anche l'autocoscienza è un fenomeno sociale, che non avviene entro i confini anatomici della corporeità dei sistemi viventi che lo generano. Al contrario è esterno ad essi e riguarda il loro dominio di interazioni come una maniera di co-esistere.
La storia
Il senso di un qualsiasi comportamento risiede nelle circostanze in cui questo viene messo in atto, non nelle caratteristiche della dinamica di stati del sistema vivente che sta comportandosi in quel modo, e nemmeno in qualsivoglia particolare caratteristica del comportamento stesso. In altri termini, non è la complessità degli stati interni di un sistema vivente o del suo sistema nervoso, né alcun aspetto del comportamento in sé che determina la natura, il senso, la rilevanza o il contenuto di un dato comportamento. Piuttosto, è la maniera in cui tale comportamento si colloca nel processo storico in cui nasce. Le funzioni umane più elevate non avvengono nel cervello: il linguaggio, il pensiero astratto, l'amore, la dedizione, la riflessione, la razionalità, l'altruismo ecc., non sono caratteristiche della dinamica di stati dell'essere umano come sistema vivente, né del suo sistema nervoso come reticolo neuronale, ma sono fenomeni socio-storici. Allo stesso tempo, la storia non entra nella dinamica di stati di un sistema vivente perché questa ha luogo soltanto nel presente, attimo per attimo, nel funzionamento operativo della sua struttura attraverso cambiamenti che avvengono al di fuori del tempo. La storia, il tempo, il futuro, il passato e lo spazio esistono solo nel linguaggio come forme di spiegazione dell'esperienza immediata in cui vive l'osservatore, e perciò risentono del modo in cui il linguaggio è coinvolto in tutto questo. Dunque è (soltanto) quando spiega l'immediatezza del vivere in termini linguistici che un osservatore può asserire che la struttura di un sistema vivente (che ne determina i cambiamenti di stato nel presente) è sempre l'incarnazione della sua storia di interazioni, poiché essa nasce continuamente nel presente di una deriva strutturale che è contingente a tale storia.
Il sistema nervoso espande il dominio di stati del sistema vivente
Perché i sistemi viventi possano operare nel linguaggio la diversificazione e la plasticità dei loro stati interni deve eguagliare la diversità di circostanze di cambiamento generata nelle loro coordinazioni consensuali ricorsive di azioni. In altri termini, benché il linguaggio non si attui nella corporeità del sistema vivente, la struttura del sistema deve fornire quella diversificazione e plasticità di stati che è necessaria perché esso possa attuarsi. Il sistema nervoso ha un ruolo in tutto questo in quanto espande il dominio degli stati interni dell'organismo attraverso la ricchezza e la ricorsività delle sue dinamiche come reticolo chiuso di cambiamenti delle relazioni di attività neuronali (Maturana, 1983). Inoltre espande il dominio dei cambiamenti di stato dell'organismo, in relazione sia ai suoi cambiamenti di stato interni sia alle sue interazioni con il medium. Questa espansione è realizzata dal sistema nervoso in due modi: a) ammettendo nel proprio funzionamento le interazioni dell'organismo come perturbazioni ortogonali da parte del medium, condizione questa che rende la sua deriva strutturale come reticolo di cellule (e anche la deriva strutturale dell'organismo e la sua partecipazione alla generazione del comportamento) dipendente dalla storia di quelle interazioni; b) ammettendo nel proprio funzionamento interazioni ortogonali da parte dei componenti dell'organismo, condizione questa che rende la sua deriva strutturale come reticolo di cellule (ed anche la deriva strutturale dell'organismo e la sua partecipazione alla generazione del comportamento) ricorsivamente dipendente dalla dinamica di cambiamento strutturale dell'organismo.
Il risultato di tutto ciò per l'organismo (incluso il sistema nervoso) è la possibilità di coinvolgere ricorsivamente la sua dinamica di stati nel flusso della sua stessa dinamica di stati attraverso il comportamento, a patto che l'organismo possegga un sistema nervoso sufficientemente plastico e che partecipi ad un dominio sufficientemente ampio di interazioni ricorrenti con altri organismi. Effettivamente, è questo che permette la produzione di linguaggio, che infatti sorge quando la ricorsività interna della dinamica di stati del sistema nervoso si associa al ripetersi di coordinazioni comportamentali sociali, dando origine a una ricorsività di coordinazioni consensuali come processo in cui viene via via generato il comportamento sociale.
L’accoppiamento ricorsivo e progressivo dei cambiamenti comportamentalí e dei cambiamenti strutturali che dà origine al linguaggio è possibile grazie al fatto che un sistema strutturalmente determinato esiste in due domini fenomenici non intersecantisi realizzati per mezzo di strutture che sono ortogonalmente dipendenti, e cioè il suo dominio di stati e il suo dominio di interazioni. E’ il fatto basilare di esistere come sistemi strutturalmente determinati in maniera doppia (in due domini fenomenici che non si intersecano ma sono accoppiati ortogonalmente) che ci permette di generare con il linguaggio all'infinito, nell'immediatezza delle nostre vite, domini fenomenici interdipendenti in senso ortogonale che però non si intersecano.
L’osservazione si attua nell'agire linguistico
E sistema nervoso è un reticolo chiuso di elementi neuronali (neuroni, effettori e recettori) attivi e in interazione tra loro, che sono dal punto di vista strutturale componenti cellulari dell'organismo. Dunque, esso funziona operativamente come un reticolo chiuso di trasformazioni delle relazioni di attività tra i suoi componenti: per l'organizzazione del sistema nervoso, qualsiasi cambiamento delle relazioni di attività tra i suoi componenti porta costitutivamente a ulteriori cambiamenti delle loro relazioni di attività; in questo senso, il sistema nervoso funzionerebbe senza input o output. Dunque, qualsiasi azione dell'organismo sull'ambiente, che l'osservatore vede come risultato del funzionamento del sistema nervoso, è dovuta ai cambiamenti strutturali (contrazioni muscolari e secrezioni ghiandolari) che hanno luogo nell'organismo come reticolo di cellule, e non al funzionamento del sistema nervoso. Per meglio dire, il funzionamento operativo del sistema nervoso e le azioni dell'organismo avvengono in domini fenomenici che non si intersecano, realizzati da strutture che sono tra loro in relazione ortogonale.
Similmente, qualsiasi perturbazione del medium che investa l'organismo sarà una perturbazione strutturale del sistema nervoso, non un input alla sua dinamica di stati. Se questa dinamica cambia, è grazie al fatto che la struttura del sistema nervoso cambia in maniera contingente con la perturbazione, e non perché esso ammetta un input nel proprio funzionamento. Come risultato, tutto quello che avviene nel sistema nervoso è una danza di cambiamenti di relazioni di attività neuronale; questa nel dominio di accoppiamento strutturale in cui l'osservatore contempla l'organismo appare come una danza di cambiamenti nelle configurazioni di correlazioni effettore/recettore. Un osservatore che considera come comportamento adeguato una certa correlazione effettore/recettore lo fa perché sta contemplando l'organismo in un dominio di accoppiamento strutturale nel quale quel comportamento si inserisce nel flusso della sua conservazione dell'adattamento. L’organismo nel suo funzionamento non agisce su un ambiente, né il sistema nervoso, nel generare il comportamento adeguato dell'organismo, opera in base ad una rappresentazione dell'ambiente. L’ambiente esiste solo per un osservatore, e dunque è un fenomeno riguardante l'agire linguistico.
11 fatto che il sistema nervoso funzioni come un reticolo chiuso di cambiamenti delle relazioni di attività dei suoi componenti, e non in base a rappresentazioni di un ambiente, ha due conseguenze fondamentali:
a) Dal punto di vista del funzionamento del sistema nervoso, tutto è uguale. Tutto ciò che avviene nel suo funzionamento sono cambiamenti delle relazioni di attività dei suoi componenti, ed esso non distingue se i suoi cambiamenti di stato nascono dalla sua dinamica interna o se sono invece il risultato di cambiamenti strutturali innescati da quelle che per un osservatore sono perturbazioni strutturali esterne.
b) Dal punto di vista dell'osservatore, l'organismo opera in diversi domini di accoppiamento strutturale che trovano un'intersezione operativa nel dominio degli stati del sistema nervoso, attraverso le perturbazioni strutturali generate in esso dalle interazioni dell'organismo in questi diversi domini. Da questo fatto ne derivano parecchi altri, che sono rilevanti nella comprensione dei domini di realtà costruiti dall'osservatore. Innanzitutto, un osservatore può sempre trattare uno stato di attività del sistema nervoso (una configurazione di cambiamenti delle relazioni di attività) che nasce in seguito ad una particolare interazione dell'organismo come una rappresentazione di quell'interazione; può farlo dando origine ad un dominio di descrizioni, e cioè un dominio metafenomenico in cui è possibile distinguere insieme le due cose. Secondariamente, stati diversi di attività del sistema nervoso che rappresentano per un osservatore interazioni dell'organismo con domini fenomenici non intersecantisi (domini diversi di accoppiamento strutturale), possono però influenzarsi reciprocamente e dare origine a comportamenti dell'organismo che istituiscono metadomini di relazioni tra i fenomeni propri di quei domini non intersecantisi. Terzo, i meta-domini di relazioni che si stabiliscono grazie alle intersezioni operative attuate nel dominio di stati del sistema nervoso dal funzionamento dell'organismo in diversi domini di accoppiamento strutturale costituiscono, tramite i comportamenti generati da quelle intersezioni, nuovi domini di accoppiamento strutturale dell'organismo, che non si intersecano con gli altri. Quarto, l'intersezione operativa dei diversi domini di interazioni (diversi domini di accoppiamento strutturale di un organismo) nel funzionamento del sistema nervoso permette all'organismo di avere interazioni ricorrenti con altri organismi e dare cosi origine, continuamente e ricorsivamente nel flusso di queste interazioni ricorrenti, a meta-domini di relazioni che diventano veri e propri domini fenomenici.
Il risultato di tutto ciò è la possibilità di costituire l'osservatore, quando due o più organismi nelle loro coordinazioni ricorsive e consensuali generano l'osservare attraverso il loro fare reciproco riferimento che costituisce meta-domini di relazioni nelle loro interazioni ricorrenti. Quindi l'attività dell'osservare diventa anch'essa un'operazione che si attua nel linguaggio, e le cui coerenze operative sono costruite nel linguaggio. Dal momento che il modo di operare del sistema nervoso appare nel dominio di funzionamento dell'organismo sotto forma di correlazioni recettore/effettore, osservare significa che gli osservatori coordinano le loro corporeità generando una coreografia di correlazioni recettore/effettore intrecciate. Di fatto, dal punto di vista del funzionamento del sistema nervoso dell'osservatore quello che esiste nell'osservare è solo la sua dinamica chiusa di trasformazioni delle relazioni tra i suoi componenti neuronali. E’ solamente ad un osservatore che vede interagire due o più organismi nella sua prassi che le correlazioni recettore/effettore di questi sembrano implicarsi ricorsivamente e reciprocamente in un reticolo di correlazioni recettore/effettore ricorsive dovuto alle interazioni ortogonali dei loro sistemi nervosi. Infine, è solo per un osservatore che un simile reticolo di correlazioni recettore/effettore ricorsive diventa linguaggio e, nel momento in cui diventa un sistema ricorsivo di coordinazioni consensuali di azioni consensualí, rappresenta rispetto al funzionamento del sistema nervoso un meta-dominio in cui hanno luogo le spiegazioni e l'osservare.
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Il dominio di esistenza fisico
Un dominio d'esistenza è un dominio di coerenze operative implicate nella distinzione di un’unità da parte di un osservatore nella propria prassi. Come tale, un dominio d'esistenza sorge come il dominio di validità operativa delle proprietà dell'unità distinta, se si tratta di un'unità semplice, oppure come il dominio di validità operativa delle proprietà dei componenti dell'unità distinta, se si tratta di un'unità composita. Dunque la distinzione di un'unità implica sempre il suo dominio d'esistenza come unità composita che include l'unità stessa in quanto componente. Ci sono allora tanti domini d'esistenza quanti sono i tipi di unità che un osservatore può costruire nelle sue operazioni di distinzione. Stando così le cose, dal momento che la nozione di determinismo si applica al funzionamento delle proprietà dei componenti di un'unità nella sua composizione, tutti i domini d'esistenza, essendo entità composite che includono come componenti le unità
che li definiscono, saranno sistemi deterministici nel senso sopra indicato. Questo ha determinate conseguenze per noi sistemi viventi che esistiamo nel linguaggio e dunque per le spiegazioni che generiamo in quanto tali.
a) Il nostro dominio d'esistenza, in quanto unità composite e in quanto sistemi autopoietici molecolari, è il dominio d'esistenza delle molecole che ci compongono e perciò implica tutte le coerenze operative proprie dell'esistenza molecolare. Quindi la nostra esistenza come sistemi autopoietici implica la soddisfazione di tutti i vincoli che la distinzione delle molecole comporta, e il nostro funzionamento operativo come sistemi molecolari comporta il determinismo implicato nella distinzione delle molecole.
b) Se le molecole vengono distinte come entità composite, allora esse esisteranno nel dominio d'esistenza dei loro componenti; dunque la loro esistenza implicherà la soddisfazione del determinismo implicato nella distinzione di tali componenti. Lo stesso vale per la scomposizione dei componenti delle molecole, e così via in maniera ricorsiva. Dal momento che le unità e i loro domini d'esistenza sono realizzati e definiti per il fatto di essere distinti nelle circostanze in cui vive l’osservatore, l'unico limite alla ricorsività delle distinzioni è dato dal limite alla diversità di esperienze che l'osservatore può vivere (nella sua prassi).
c) Dal momento che l'osservatore come sistema vivente è un'entità composita, opererà le sue distinzioni nell'interagire come sistema vivente attraverso il funzionamento delle proprietà dei suoi componenti. Se l'osservatore usa uno strumento, allora le sue distinzioni si attueranno attraverso il funzionamento delle proprietà dello strumento come se questo fosse uno dei suoi componenti. Quindi un osservatore non può compiere distinzioni al di fuori del proprio dominio d'esistenza come entità composita.
d) Le descrizioni sono serie di distinzioni consensuali soggette ricorsivamente a distinzioni consensuali in una comunità di osservatori. Gli osservatori operano linguisticamente solo grazie alle loro interazioni ricorsive nel dominio di accoppiamento strutturale; in queste interazioni, essi coordinano in maniera ricorsiva le azioni consensuali operando nei loro domini di esperienze attraverso la prassi in cui vivono. Quindi, tutte le interazioni linguistiche tra osservatori avvengono nel dominio del loro accoppiamento strutturale reciproco attraverso l'azione delle proprietà dei loro componenti in quanto sistemi viventi. Noi come esseri umani operiamo nel linguaggio solo interagendo nel dominio in cui esistiamo come sistemi viventi; non possiamo compiere distinzioni che comportino interazioni al di fuori di questo dominio. Di conseguenza, sebbene il linguaggio come dominio ricorsivo di distinzioni consensuali sia aperto a una ricorsività infinita, si tratta operativamente di un dominio chiuso, nel senso che non è possibile uscirne utilizzando il linguaggio e nel senso che le descrizioni non possono essere caratterizzazioni di entità indipendenti.
e) Dal momento che tutto ciò che è detto è detto da un osservatore ad un'altro osservatore, e che gli oggetti (entità, cose) nascono nel linguaggio, non possiamo operare con gli oggetti (entità o cose) come se esistessero al di fuori delle distinzioni di distinzioni che h costituiscono. Inoltre gli oggetti, come entità linguistiche, diventano elementi esplicativi nella spiegazione delle coerenze operative delle circostanze di vita in cui ha luogo l'agire linguistico. Senza osservatori non esiste nulla, e con gli osservatori tutto ciò che esiste esiste nella spiegazione.
f) Mettendo l'oggettività tra parentesi (poiché riconosciamo di non poter distinguere empiricamente tra ciò che chiamiamo comunemente percezione e ciò che chiamiamo illusione) accettiamo che l'esistenza sia definita da un'operazione di distinzione. Nulla esiste prima di essere distinto. In questo senso le case, le persone, gli atomi o le particelle elementari non fanno differenza. E ancora, l'esistenza come spiegazione della prassi dell'osservatore è un fenomeno cognitivo che riflette l'ontologia dell'osservare in tale prassi; non ha nulla a che fare con l'oggettività. Quindi con l'oggettività tra parentesi un'entità non ha continuità al di là o al di fuori di ciò che è specificato dalle coerenze che costituiscono il suo dominio d'esistenza, così come viene costruito nella sua distinzione. Affermare che la casa a cui ritorno ogni sera dal lavoro è la stessa che ho lasciato la mattina, o che ogni volta che vedo mia madre vedo la stessa persona che mi ha dato alla luce, o che tutti i punti della traiettoria di un elettrone dentro una camera a bolle sono tracce lasciate dallo stesso elettrone, sono asserzioni cognitive che definiscono una permanenza (sameness) nella distinzione dell'unità (casa, madre o elettrone) così come viene specificata nell'operazione di distinzione che la costruisce insieme al suo dominio d'esistenza. Dal momento che le asserzioni cognitive non sono né possono essere affermazioni riguardanti le proprietà di oggetti indipendenti, questa permanenza è sempre necessariamente una riflessione compíuta dall'osservatore mentre osserva nel dominio d'esistenza costruito dalle sue distinzioni. Inoltre, dal momento che nessuna entità può essere distinta al di fuori del suo dominio d'esistenza, o dominio di coerenze operative in cui essa è possibile, ogni distinzione definirà un dominio d'esistenza come dominio di distinzioni possibili. Ogni distinzione definisce un dominio d'esistenza come versum nel multiverso, ogni distinzione definisce un dominio di realtà.
g) Una spiegazione scientifica comporta la proposta di un meccanismo (o entità composita) che, se realizzato, generi il fenomeno da spiegare nel dominio empirico (prassi o circostanze di vita) dell'osservatore (capitolo 2). Il carattere generativo della spiegazione scientifica è costitutivo. In realtà, questa condizione ontologica della scienza legittima il carattere di fondamento che assume il dominio fenomenico in cui si attua il meccanismo generativo esplicativo; legittima anche la scelta di affrontare ogni entità distinta come unità composita cercando l'origine delle sue proprietà nella sua organizzazione e struttura. E dato che questo vale anche per le spiegazioni comuni che ci diamo operando efficacemente nella vita di tutti i giorni, ci sembra naturale aspettarci che esista un substrato indipendente dall'osservatore come medium ultimo nel quale tutto accade. Eppure, nonostante attendersi un tale substrato sia una necessità epistemologica, costitutivamente non possiamo asserirne l'esistenza distinguendolo come un'entità composita e caratterizzandolo in termini di componenti e relazioni tra componenti. Per poter fare questo dovremmo descriverlo, cioè dovremmo costruirlo linguisticamente e dargli una forma nel dominio delle coordinazioni comportamentali consensuali ricorsive in cui esistiamo come esseri umani. Tuttavia, farlo equivarrebbe a caratterizzare il substrato in termini di entità (cose, proprietà) che sorgono attraverso l'agire linguistico e che, in quanto distinzioni consensuali di coordinazioni comportamentali consensuali, costitutivamente non possono essere il substrato. Usando il linguaggio noi restiamo nel linguaggio, e perdiamo il substrato non appena tentiamo di esprimerlo linguisticamente. Il substrato ci serve per ragioni epistemologiche, ma non ci sono in esso oggetti, entità o proprietà. Nel substrato non c'è niente, perché le cose appartengono al linguaggio. Niente può esistere nel substrato.
h) Le distinzioni avvengono nel dominio empirico, nell'immediatezza del vivere, nella prassi dell'osservatore come essere umano. Per questa ragione il dominio delle coerenze operative che un osservatore costruisce come dominio d'esistenza di un'unità si attua anch'esso nel dominio empirico dell'osservatore come essere umano, come parte della sua prassi. Dunque, dal momento che il linguaggio è agire in un dominio di coordinazioni ricorsive consensuali di azioni consensuali nel dominio empirico degli osservatori come esseri umani, tutte le dimensioni dei domini empirici degli osservatori esistono linguisticamente come coordinazioni comportamentalí tra osservatori. Quindi tutte le descrizioni costituiscono configurazioni di coordinazioni comportamentali in alcune delle dimensioni dei domini empiricí dei membri di una comunità di osservatori che sono coinvolti in una deriva strutturale, co-ontogenetica. La fisica, la biologia, la matematica, la filosofia, la cucina, la politica ecc., sono tutti domini di attività linguistica e come tali sono tutti domini diversi di coordinazioni ricorsive consensuali di azioni consensuali nella prassi o nelle circostanze di vita dei membri di una comunità di osservatori. Solo in quanto domini di attività linguistica diversi esistono la fisica, la biologia, la filosofia, la cucina, la politica o qualsivoglia domi
nio cognitivo. Nondimeno, ciò non significa che tutti i domini cognitivi siano uguali, significa solamente che domini cognitivi diversi esistono soltanto fino a che sono realizzati nel linguaggio, ed è l'attività linguistica a fondarli.
Noi parliamo come se le cose esistessero in assenza dell'osservatore, come se il dominio delle coerenze operative che costruiamo in una distinzione funzioni come funziona a prescindere dalle nostre distinzioni. Ora sappiamo che costitutivamente non è così. Per esempio, noi parliamo come se il tempo e la materia fossero dimensioni indipendenti dello spazio fisico. Eppure, è evidente dalla mia spiegazione del fenomeno della conoscenza che non lo sono, né potrebbero esserlo. In realtà, tempo e materia sono spiegazioni di alcune delle coerenze operative dei domini d'esistenza costruite nelle distinzioni su cui si fonda la continua attività linguistica dei membri di una comunità di osservatori nella loro prassi. Dunque, il tempo con il passato, il presente e il futuro sorge come caratteristica di un meccanismo esplicativo che genera quelle che sono per un osservatore distinzioni simultanee mutualmente impenetrabili. Senza osservatori niente può essere detto, spiegato o affermato. Di fatto, senza osservatori niente esiste, perché l'esistenza è definita nell'operazione di distinzione compiuta dall'osservatore. Per ragioni epistemologiche, noi esigiamo un substrato che possa fornire in maniera indipendente una giustificazione ultima o una validazione delle distinzioni da noi operate. Tuttavia, per ragioni ontologiche, un simile substrato resta al di là delle nostre possibilità come osservatori. Tutto quello che possiamo ontologicamente dire circa il substrato è che esso permette tutte le coerenze operative che noi realizziamo nelle circostanze in cui viviamo, esistendo nel linguaggio.
Mentre agiamo nel linguaggio, funzioniamo in uno spazio di accoppiamento strutturale reciproco nel nostro dominio d'esistenza come unità composite (sistemi autopoietici molecolari); cioè, funzioniamo nel dominio d'esistenza dei nostri componenti. Quindi, qualsiasi cosa noi diciamo, qualsiasi spiegazione proponiamo, può comportare soltanto distinzioni che implicano il funzionamento dei nostri componenti nel loro dominio d'esistenza mentre noi operiamo come osservatori nel linguaggio. Di conseguenza, è nel dominio in cui esistiamo come unità composite che distinguiamo le molecole, gli atomi o le particelle elementari come entità, e realizziamo linguisticamente le operazioni di distinzione che le definiscono e le coerenze operative dei loro domini di esistenza. Se quello che chiamiamo dominio d'esistenza fisico è il dominio in cui i fisici distinguono le molecole, gli atomi o le particelle elementari, allora noi come sistemi viventi definiamo il dominio d'esistenza fisico come il dominio cognitivo che ci limita mentre operiamo come osservatori nel linguaggio, interagendo nello spazio in cui esistono i nostri componenti da noi costruito come spiegazione delle circostanze del nostro vivere. Noi non esistiamo in un dominio d'esistenza fisico pre-esistente, ma lo costruiamo e lo definiamo attraverso il nostro esistere come osservatori. L’esperienza del fisico, che si occupi di fisica classica, relativistica o quantistica, non riflette la natura dell'universo, ma riflette l'ontologia dell'osservatore come sistema vivente, in quanto egli opera linguisticamente mentre realizza le entità fisiche e le coerenze operative dei loro domini d'esistenza. Come affermava Einstein le teorie (spiegazioni) scientifiche sono libere creazioni della mente umana". E poi, in quello che appare come un paradosso, poneva la domanda: "Come mai, se le cose stanno così, l'universo è intelligibile attraverso esse?".
In questo scritto ho mostrato che non c’è paradosso se si evidenziano l'ontologia dell'osservare e l'ontologia delle spiegazioni scientifiche mettendo l'oggettività tra parentesi. Per meglio dire, ho mostrato che una spiegazione scientifica implica: a) la proposta di un fenomeno da spiegare, come tale costruito a priori nella prassi in cui vive l'osservatore; b) la proposta di un meccanismo generativo ad hoc, anch'esso costruito a priori' nella prassi dell'osservatore, che se lasciato agire genera il fenomeno da spiegare come conseguenza della quale l'osservatore può essere testimone nella sua prassi; c) la coerenza operativa delle quattro condizioni che costituiscono il suo criterio di validità, quando sono realizzate nella prassi dell'osservatore; d) la superfluità e non pertinenza dell'assunzione di oggettività. Da tutto ciò deriva che il meccanismo esplicativo proposto in una spiegazione scientifica è costitutivamente "una libera creazione della mente umana", poiché viene costitutivamente realizzato a priori nella prassi dell'osservatore, che è qualche cosa di diverso (senza bisogno di giustificazioni) rispetto al carattere generativo ad hoc del fenomeno spiegato. Di conseguenza, una spiegazione scientifica costitutivamente spiega l'universo (versum) in cui avviene, poiché sia il meccanismo esplicativo sia il fenomeno spiegato hanno luogo in una relazione generativa come fenomeni non intersecantisi dello stesso dominio operativo nella prassi dell'osservatore. Dal momento che l'operazione di distinzione definisce l'entità distinta come pure il suo dominio d'esistenza, una spiegazione scientifica spiega costitutivamente l'universo (versum) in cui avviene perché porta con sé il dominio di coerenze operative (il versum dei multiversi) della prassi dell'osservatore che essa rende intelligibile. Quindi a rigor di termini non c’è paradosso: le spiegazioni scientifiche non spiegano un mondo o universo indipendente, ma spiegano la prassi (il dominio empirico) dell'osservatore, in quanto utilizzano le stesse coerenze operative che la costituiscono nell'agire linguistico. L qui che la scienza diventa poesia.
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La realtà
Il termine realtà viene dal latino res, che significa oggetto (cosa), ed è usato comunemente per indicare l'oggettività senza parentesi. Si intende come reale, e qualche volta come il "vero" reale, quello che esiste indipendentemente dall'osservatore. Ora sappiamo che i concetti ingenerati da questo modo di parlare non hanno alcun fondamento. Gli oggetti, le cose, sorgono nel linguaggio quando una coordinazione comportamentale consensuale, venendo distinta consensualmente in una ricorsività di coordinazioni comportamentali consensualí, occulta le azioni che essa coordina nella prassi di un dominio consensuale. Un oggetto viene realizzato nel linguaggio in un'operazione di distinzione che è una configurazione di coordinazioni comportamentali consensuali. Quando un oggetto viene distinto linguisticamente, il suo dominio d'esistenza come dominio coerente di coordinazioni comportamentali consensuali diventa un dominio di oggetti, un dominio di realtà, un versum dei multiversi, cosicché ciò che esso implica è sempre e soltanto ciò che è implicato nelle coordinazioni comportamentali consensuali che lo costituiscono. Ogni dominio d'esistenza è un dominio di realtà, e tutti i domini di realtà sono domini d'esistenza ugualmente validi costruiti da un osservatore come domini di azioni consensuali coerenti che definiscono tutto quello che c'è in essi. Una volta che un dominio di realtà è stato costruito, l'osservatore può trattare gli oggetti o entità che lo costituiscono come se fossero tutto quello che c'è e come se esistessero indipendentemente dalle operazioni di distinzione che li generano. E questo avviene perché un dominio di realtà è costruito nella prassi dell'osservatore come dominio di coerenze operative che non richiede alcuna giustificazione interna.
Quindi un osservatore che operi in un dominio di realtà necessariamente opera in un dominio di azioni efficaci. Un altro osservatore può affermare che il primo si sbaglia o che è vittima di un'illusione solamente se questi comincerà ad operare in un dominio di realtà diverso da quello che si attendeva. Se noi siamo in grado di definire l'operazione di distinzione fantasma, allora i fantasmi esistono, sono reali nel dominio d'esistenza da noi generato nel distinguerli; potremo agire efficacemente rispetto ad essi in quel dominio, ma non saranno reali in nessun altro dominio. Di fatto, tutto è illusione al di fuori del dominio d'esistenza che gli è proprio. Ogni dominio di realtà, come dominio di coerenze operative costruito dall'osservatore nel linguaggio, è un dominio chiuso di azioni consensuali efficaci, e cioè un dominio cognitivo. Viceversa, ogni dominio cognitívo come dominio di coerenze operative è un dominio di realtà.
Quello che resta da spiegare, forse, è come mai i diversi domini di realtà siano dal punto di vista di un osservatore domini diversi di coordinazione delle azioni in un ambiente, ma siano anche vissuti dall'osservatore come ambiti diversi dell'agire linguistico, che differiscono solamente per la loro trasformazione progressiva nelle diverse circostanze di ricorsività in cui nascono. Ora come osservatori possiamo spiegare questo come segue: dato che operiamo nel linguaggio attraverso le nostre interazioni consensuali nel vivere in una comunità di osservatori, la nostra deriva strutturale nell'immediatezza del vivere si lega al corso di quelle interazioni consensuali. E questo si attua in modo da mantenere una congruenza tra le trasformazioni della nostra esperienza immediata e il dominio di realtà che costruiamo in quella comunità di osservatori, altrimenti ci disintegreremmo come suoi membri. t questo che ci rende sistemi osservanti capaci attraverso il linguaggio di generare ricorsivamente all'infinito nuovi domini cognitivi (nuovi domini di realtà) come domini di nuove prassi osservative nelle derive strutturali continue in cui siamo immersi come sistemi viventi.
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Autocoscienza e realtà
Il sé nasce linguisticamente nella ricorsività linguistica che costruisce l'osservatore come entità spiegandone il funzionamento entro un dominio di distinzioni consensuali. L’autocoscienza nasce linguisticamente nella ricorsività linguistica che costruisce la distinzione del sé come entità quando spiega A funzionamento dell'osservatore che, in un dominio consensuale di distinzioni, distingue il sé da altre entità. Dunque la realtà sorge insieme con l'autocoscienza linguisticamente come spiegazione della distinzione tra sé e non-sé nella prassi dell'osservatore. Il sé, l'autocoscienza e la realtà esistono nel linguaggio come spiegazioni dell'esperienza immediata dell'osservatore. Per meglio dire, l'osservatore come essere umano immerso nel linguaggio viene prima rispetto al sé e all'autocoscienza, che nascono quando egli opera nel linguaggio, spiegando la sua prassi come tale. Che le entità realizzate nelle nostre spiegazioni debbano avere una presenza inevitabile nel nostro dominio d'esistenza è dovuto al fatto che noi ci realizziamo come osservatori nel distinguerle nello spazio delle coerenze operative che esse definiscono mentre le distinguiamo. Nella nostra prassi noi non passiamo attraverso un muro, perché esistiamo come sistemi viventi nello stesso dominio di coerenze operative in cui un muro esiste come entità molecolare, e un muro viene distinto come entità composita nello spazio molecolare proprio come quell'entità attraverso la quale noi come entità molecolari non possiamo passare.
L’osservatore viene prima, non l'oggetto. L’osservare è dato nella prassi del vivere nel linguaggio, e noi ci troviamo già immersi in esso quando cominciamo a rifletterci sopra. La materia, l'energia, le idee, i concetti, la mente, lo spirito, dio ecc., sono proposte esplicative della prassi in cui vive l'osservatore. Inoltre, come proposte esplicative, comportano per l'osservatore maniere diverse di vivere conservando ricorsivamente l'adattamento nei domini di coerenze operative che le loro diverse distinzioni costruiscono. E così, quando l'osservatore opera entro un'oggettività senza parentesi, si trova in una strada esplicativa che nega l'impossibilità empirica di distinguere tra ciò che chiamiamo percezione e ciò che chiamiamo illusione. Invece quando opera entro un'oggettività tra parentesi sceglie una strada esplicativa che accetta questa indistinguibilità come suo punto di partenza. Nel percorso esplicativo dell'oggettività senza parentesi, nessun osservatore, né linguaggio, né percezione può essere scientificamente spiegato, perché sorge una contraddizione rispetto al determinismo strutturale del sistema vivente. Mentre invece tale contraddizione non sussiste entro un'oggettività tra parentesi.
Quando si opera in un determinato dominio di realtà, si può procedere senza contraddizioni con l'oggettività senza parentesi. Ma se entriamo in disaccordo con un altro osservatore e riteniamo che non si tratti di un semplice errore logico, per risolvere il disaccordo siamo costretti a rivendicare un accesso privilegiato ad una realtà oggettiva e a trattare gli errori come se fossero un'interpretazione sbagliata di ciò che si dà realmente. Se invece in circostanze analoghe si opera con l'oggettività tra parentesi, si scoprirà che le parti in disaccordo stanno funzionando operativamente in domini di realtà diversi, e che il disaccordo viene meno solo quando esse cominciano a funzionare nello stesso dominio. Inoltre, si scoprirà anche che gli errori sono cambiamenti del dominio di realtà in cui un osservatore sta funzionando, cambiamenti che egli nota solo a posteriori. Infine, operando con l'oggettività senza parentesi, non siamo in grado di spiegare come funzioni un osservatore quando genera una spiegazione scientifica, perché diamo per scontate le capacità dell'osservatore. Al contrario, quando operiamo con l'oggettività tra parentesi, le spiegazioni scientifiche e l'osservatore appaiono come componenti di un unico meccanismo esplicativo generativo chiuso, nel quale si mostra che le proprietà e le capacità dell'osservatore nascono in un dominio fenomenico diverso da quello in cui operano i suoi componenti.
Noi esseri umani esistiamo solo finché esistiamo come entità autocoscienti nel linguaggio. L solo finché esistiamo come entità autocoscienti che esiste il dominio d'esistenza fisico, in quanto è il dominio cognitivo che ci limita nella spiegazione ultima delle circostanze in cui viviamo come osservatori. Il dominio d'esistenza fisico è secondario rispetto all'immediatezza in cui vive l'osservatore umano, anche se nella spiegazione dell'osservare l'osservatore umano nasce dal dominio d'esistenza fisico. In realtà, la comprensione del primato ontologico dell'osservare è fondamentale per comprendere il fenomeno del conoscere. L’esistenza umana è un'esistenza cognitiva e si attua attraverso l'agire linguistico, però la conoscenza non ha contenuti e non esiste al di fuori delle azioni efficaci che la costituiscono. Ecco perché nulla esiste al di fuori delle distinzioni dell'osservatore. E fatto che il dominio d'esistenza fisico sia il dominio cognitivo che ci limita non modifica questa situazione. La natura, il mondo, la società, la scienza, la religione, lo spazio fisico, gli atomi, le molecole, gli alberi ecc., veramente tutte le cose sono entità cognitíve, spiegazioni della prassi o dell'esperienza immediata in cui vive l'osservatore. E, proprio come questa stessa spiegazione, essi esistono soltanto come una bolla di azioni umane fluttuanti sul nulla. Tutto è cognitivo, e la bolla della conoscenza umana cambia nel continuo accadere del coinvolgimento ricorsivo dell'uomo in derive co-ontogenetiche e co-filogenetiche con i domini esistenziali che costruisce nella prassi. Tutto è responsabilità dell'uomo.
L’atomo e le bombe all'idrogeno sono entità cognitive. Il big bang, o qualunque cosa sia considerata nella nostra prassi attuale l'origine del versum fisico, è un'entità cognitiva, una spiegazione della prassi dell'osservatore legata all'ontologia dell'osservare. Questa è la loro realtà. L'immediatezza in cui viviamo ha luogo a prescindere dalle nostre spiegazioni, ma il suo corso diventa dipendente da esse quando entrano a far parte del dominio esistenziale in cui conserviamo l'organizzazione e l'adattamento attraverso le nostre derive strutturali. Il nostro vivere ha luogo in accoppiamento strutturale con il mondo che noi stessi realizziamo, e il mondo che noi realizziamo è quello che facciamo come osservatori nel linguaggio, operando in accoppiamento strutturale linguistico nella prassi del nostro vivere. Non possiamo fare niente al di fuori dei nostri domini di accoppiamento strutturale: non possiamo fare niente al di fuori dei nostri domini di conoscenza. Ecco perché niente di ciò che facciamo come esseri umani è banale, e tutto quello che facciamo diventa una parte del mondo da noi realizzato come entità sociali immerse nel linguaggio. La responsabilità umana nei multiversi è totale.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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